Dare i numeri, tornare alle lettere. Sulla valutazione nel primo ciclo

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Dare i numeri, tornare alle lettere. Sulla valutazione nel primo ciclo

Si continua a discutere della possibilità di valutare gli alunni del primo ciclo tramite lettere e non più con il voto numerico. Abbiamo chiesto a tre esperti di scuola che cosa pensano di questa proposta. La parola a Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli, Mario Maviglia, ispettore scolastico USR Lombardia, e Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per la Pace.

10 VitaScol 08-09

Giancarlo Cerini ha già scritto una riflessione sul tema. Ad Andrea Gavosto, Mario Maviglia e Daniela Novara abbiamo chiesto di darci il loro parere su questo mutamento e di riflettere su un fatto: la scuola italiana aveva già sperimentato la valutazione tramite lettere, per tornare poi ai voti. Si tratta solo di un tornare indietro oppure questo cambiamento ha oggi un valore culturale diverso rispetto al passato?

Il metro e la misura
La parola ad Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Giovanni Agnelli

Secondo me è indifferente che si usino i voti o le lettere. C'è una facile corrispondenza fra i due criteri di misurazione – ad esempio, 9 e 10 equivalgono a A, 8 a B e così via – che insegnanti e famiglie useranno ampiamente. Più che il metro adottato, conta che cosa si vuole misurare (quali conoscenze, quali competenze, quali comportamenti) e come lo si fa. Il vero cambiamento culturale sarebbe semmai quello di abolire tout court la valutazione sommativa alle scuole primarie, sostituendo i voti con giudizi articolati e personalizzati.

Contro i sacri voti 
La parola a Mario Maviglia, ispettore USR Lombardia

Se questa proposta serve a fare in modo che non si utilizzino i voti per fare operazioni docimologiche del tutto insensate anche se diffuse (come la media aritmetica dei voti), allora ritengo che ne valga la pena. Più in generale ritengo però che debba cambiare l’atteggiamento complessivo verso la valutazione che nel corso di questi ultimi anni ha sempre più perso il suo carattere formativo per assumere quello sempre più caratterizzato in senso classificatorio e discriminante. Credo che la proposta dovrebbe servire a “depotenziare” il valore sacrale del voto e a renderlo più umano. Oggi, anche nel primo ciclo di istruzione, si studia più per prendere un bel voto che per il gusto e la voglia di apprendere. È questa dimensione che va recuperata. Non so se la valutazione tramite lettere potrà conseguire questo scopo, di sicuro l’attuale sistema decimale – per quanto tradizionalmente e storicamente collaudato – presenta più svantaggi che vantaggi.

Dal passato remoto al passato prossimo, in attesa del futuro 
La parola a Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per la Pace

Il ritorno ai voti numerici del 2009 è stata una scelta totalmente sbagliata dettata più da problemi politici che pedagogici. Ha riportato la scuola nel passato più remoto. Per giunta in totale controtendenza con l’Europa civile dove diversi Stati hanno scelto di rinunciare del tutto ai voti alla Scuola Primaria. L’abolizione dei voti alla scuola primaria è la scelta giusta per evitare un inutile stress in un’età che non ha bisogno di giudizi e valutazioni ansiogene data la plasticità del cervello infantile normalmente disponibilissimo all’apprendimento. In particolare le valutazioni basate su risposta esatta/risposta sbagliata appaiono quelle più anacronistiche e senza alcun valore scientifico. Il problema non è quanto il bambino “sbaglia” ma quanto aumentano le sue competenze rispetto ai propri personali punti di partenza che sono estremamente diversi. Basti pensare ai bambini di prima elementare che possono avere anche un anno di differenza uno d’altro che dal punto di vista psicoevolutivo è un’eternità. Occorre abbandonare i vecchi metodi e puntare sulla valutazione evolutiva, ossia sul riconoscimento graduale dei progressi dell’alunno. Le prove Invalsi hanno pertanto aggravato il quadro parossistico della valutazione scolastica introducendo una sorta di gara con tempi prestabiliti e con un’ansia da prestazione che non promette niente di buono. Particolarmente equivoco l’uso della prova INVALSI nell’esame a fine della scuola secondaria di primo grado che ha creato solo interferenza nel processo di riconoscimento delle competenze. La scuola non è Rischiatutto e quando scimmiotta le trasmissioni televisive si mette in una logica che di scolastico, nel senso della comunità di apprendimento, non ha più nulla. Occorre una formazione alla valutazione evolutiva per garantire agli alunni e alle loro famiglie un servizio di qualità che sappia usare le nuove conoscenze scientifiche senza nostalgia del passato e senza confondere valutazione con mortificazione. 

Per saperne di più

Redazione : 7 Luglio 2016 Articoli

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