Roberto Luciani: nuovi segni per nuovi racconti. Storia di un talento naturale

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Roberto Luciani: nuovi segni per nuovi racconti. Storia di un talento naturale

Roberto Luciani, venuto a mancare lo scorso anno, ha profondamente rinnovato la comunicazione visiva per i ragazzi. Il pezzo è un anticipo da "La Vita Scolastica" di dicembre.

"Nic e la nonna. Quando si perde una persona cara", di Roberto Luciani (Giunti Progetti Educativi, Firenze, 2011)

Grafico, scrittore, divulgatore, disegnatore di fumetti, progettista di libri e collane, illustratore: non è facile definire il lavoro di Roberto Luciani. In lui le cose sono sempre state tante e tutte felicemente intrecciate e portate avanti senza distinzioni o graduatorie. Con un entusiasmo pari alla serietà che poneva in ogni iniziativa e con una vocazione creativa direttamente proporzionale al rigore. E tutto, volendo, era nato nel 1978 quando a Firenze un gruppo di giovani talenti aveva dato vita con allegra sconsideratezza a una sigla editoriale (la Fatatrac) per quegli anni fortemente innovativa. C’erano, fra gli altri, Patrizia Zerbi, Sophie Fatus, Chiara Rapaccini, Matteo Faglia, Brunella Barillaro.

Fu, quello, un vero e proprio laboratorio nel quale le competenze si affinavano e si mescolavano, in un lavoro di forte originalità che invitava a guardare e a scoprire le figure dei libri in modi diversi e inattesi. Poi, per Roberto, c’erano stati gli anni fervidi di Carthusia e quindi il lungo, proficuo lavoro con Giunti Progetti Educativi.

Copertina "Barzellette lunghe e corte"

Ironia e autorevolezza

Se si guarda ai molti volumi e albi realizzati nel tempo si coglie da subito un lungo e robusto filo rosso, un netto e marcato elemento di continuità. Dalla vulcanologia al clima, dall’educazione sessuale alla lotta alle mafie, Luciani, sempre collaborando con altri, era stato capace di affrontare anche gli argomenti più ostici e difficili. Temi poco o nulla trattati a misura d’infanzia e invece importanti, talora decisivi, proprio per la loro misura civile; rischiosi in altri casi perché sviliti a causa delle troppe banalizzazioni e bamboleggiamenti.

Roberto invece riusciva sempre a trovare la misura giusta, magari dando vita, con i suoi schizzi veloci, a un personaggio buffo capace di fornire un controcanto ironico, un elemento di sorpresa, talvolta di sosta, che aveva però la capacità di spiazzare, di far sorridere e, al contempo, di invitarci alla riflessione, al collegamento fra cose all’apparenza lontane.

Matteo Faglia, in un commosso articolo per “Andersen” ricordava come probabilmente tutto fosse nato quando in Fatatrac realizzarono, per la prima volta, un’opera rivolta ai ragazzi per spiegar loro la civiltà degli Etruschi. C’era, ricorda Matteo Faglia la necessità di integrare i testi con delle immagini e “lui s’è inventato un personaggio e un percorso narrativo parallelo tutto suo: ed è nato Lusco l’Etrusco, un “antenato” che a margine dei vari argomenti trattati inseriva i suoi commenti e le sue battute con l’autorevolezza e l’ironia di chi, essendo davvero vissuto in quell’epoca, sapeva veramente come stavano le cose”.

Perché Roberto è stato soprattutto, a mio parere, un illustratore, un ottimo, eccellente illustratore, soltanto in parte scoperto e riconosciuto come tale proprio perché in lui quel che contava non erano la sperimentazione o la volontà di stupire quanto la voglia e la capacità di raccontare sia che si trattasse di affrontare aspetti ardui o delicati (gli abusi sull’infanzia piuttosto che il ricovero ospedaliero) sia che fosse chiamato a commentare visivamente un racconto o un romanzo (basti pensare alla lunga collaborazione con la sorella Luciana, brava scrittrice).

Una non comune facilità di segno

Aveva una non comune facilità di segno e Cristina Zannoner, sempre su “Andersen” ricordava come durante le lunghe riunioni di lavoro in Giunti lui, per spiegare e convincere, facesse proprio ricorso alla matita: “andava alla lavagna e ci disegnava l’idea, ci conduceva per mano verso la sua immaginazione con umiltà e pazienza”. In questo senso mi piace vedere Roberto come un legittimo erede della grande tradizione “pupazzetistica” di fine ‘800-primi del ‘900. Quella, per intenderci, di grandi autori come Vamba (l’autore de Il Giornalino di Gian Burrasca), lo scrittore Yambo, il giornalista e umorista Gandolin, lo scenografo e illustratore Pipein Gamba. Tutti capaci di accompagnare articoli e libri con fulminanti, piccole vignette. Non paiano poi questi nomi così azzardati: Luciani era un autore colto che molto aveva visto e guardato, cogliendo il meglio da artisti assai diversi e, soprattutto, ricavandone poi uno stile tutto suo, fortemente originale.

Mi è sempre parso che in lui ci fosse, che so, l’incanto fiabesco della Tove Jansson, la creatrice della saga dei Mumin o l’eleganza e il brio di Grazia Nidasio. D’altro canto, sul finire degli anni ‘80, Roberto si trovò a collaborare con lei sulle pagine di un ormai declinante “Corriere dei Piccoli”, creando i casi di Ravanello.

Storia di un talento naturale

Altri nomi si potrebbero fare ma il dato da sottolineare è un altro. Roberto aveva a mio parere una sorta di “talento naturale”, una non comune facilità e festosità, una propensione limpida al racconto (che poi è questa la cartina di tornasole per giudicare un illustratore).

Nel corso del tempo, poi, il suo segno si era fatto sempre più essenziale e lieve. Un fraseggio sicuro e senza fronzoli. Pochi tratti, sì, ma incalzanti e quanto mai vivi e cordiali. Ricordo che, fra i molti interventi degli ultimi anni, mi avevano colpito i disegni per la serie Lumpi Lumpi (Emme edizioni) su testi, vivacissimi, di Silvia Roncaglia. Poi, proprio mentre Silvia mi dava la notizia dolorosa della sua scomparsa, usciva con Giunti Progetti Educativi il suo ultimo libro dedicato per singolare combinazione al tema della morte: Nic e la nonnaQuando si perde una persona cara. Nic è un topino e la sua piccola, intensa vicenda si dipana con grazia lieve in un mondo abitato da briosi animaletti antropomorfizzati.

E tutto, pur nella rattenuta malinconia, diventa un inno alla vita e alla crescita, al dovere di affrontare il mondo, di andare avanti. Gioia e dolore, rabbia e rimpianto, coraggio e sorriso si alternano in questo libro. Con tavole che riescono a incantarci ed emozionarci proprio in virtù della loro elegante bellezza, in un concerto di colori e di velature, di piccole invenzioni e ricorrenti stupori. Una sorta di testamento artistico e di estrema testimonianza di cui essergli profondamente grati.

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