Intervista a Uri Orlev

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I libri di Uri Orvel, tutti annodati alla tragedia degli ebrei nel Ventesimo secolo, ci permettono di parlare non solo di scenari di guerra, eroismi e resistenza, ma soprattutto di umanizzazione della memoria e del vissuto dei sei milioni di vittime. Riportiamo la versione integrale di un'intervista che potrete leggere, adattata e scorciata, su "Vita Scolastica" di gennaio.

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Più volte intorno al Giorno della Memoria i giornalisti domandano ai diversi esponenti della cultura in Italia: “Celebrare il 27 gennaio è forse diventato una mera formalità, un rituale inglobato dalla politica che lascia inadempiente il compito della memoria storica e dell'impegno morale?”. La banalizzazione inquina spesso certi momenti pubblici, i serial televisivi o i libri trattano non di rado l'argomento Shoah e deportazione con un'insopportabile leggerezza.

D'altro canto, gli archivi in cui sono stati raccolti i documenti, i Lager divenuti luoghi di memoria, le Pietre d'inciampo (siano esse a Berlino o a Saluzzo in provincia di Cuneo) sono uno strumento privilegiato per poter accusare, e discutere, il male creato dall'uomo – non solo nel Terzo Reich. Occorre ricordare che partendo dagli studi storici, dalle narrazioni e dalla testimonianza dei sopravvissuti, l’elaborazione della memoria riesce a trasformare in strumenti di lavoro attuali il sapere raccolto. La psicologa Paola Milani dimostra come lo studio delle biografie di alcuni sopravvissuti abbia portato la scienza alla definizione del tema della resilienza applicata nell'ambiente scolastico e terapeutico; questo è davvero un esempio importante di memoria attiva (P. Milani, M. Ius, Sotto un cielo di stelle. Educazione, bambini e resilienza, Raffaello Cortina, Milano, 2010).

La scrittura di Uri Orlev narra la Vita, con un'assolutezza che vuole la lettera maiuscola. I libri di questo autore, tutti annodati alla tragedia degli ebrei nel Ventesimo secolo, ci permettono di parlare non solo di scenari di guerra, eroismi e resistenza, ma soprattutto di umanizzazione della memoria e del vissuto dei sei milioni di vittime.

Lei è considerato uno dei maggiori scrittori israeliani per ragazzi e ha conquistato una posizione importante anche presso il pubblico adulto. I suoi tanti libri, pubblicati in lingue diverse, confermano la profonda stima che ragazzi, educatori e lettori di diverse culture nutrono verso la sua scrittura. La biografia è davvero straordinaria, a partire dall’infanzia trascorsa nella Polonia occupata dai nazisti, dove lei, bambino come molti altri diventa testimone diretto dell'invasione tedesca, della segregazione e dell'annientamento di quasi tutti i tre milioni di ebrei, cittadini polacchi. Dopo aver letto libri come Soldatini di Piombo o Corri ragazzo corri e aver partecipato in più occasioni alle sue pubbliche apparizioni in cui, naturalmente, non tutto è biografico o incentrato sulla Shoah, desidero chiederle qual è stato il periodo più importante della sua vita.

Ho ottant'anni e in tutto questo tempo ho vissuto molte situazioni straordinarie, che meritano di essere segnalate e ricordate, ma non ho proprio idea di come sia possibile scegliere un solo momento. C’è però una cosa particolare: ogni volta che a me e a mia moglie, Ya'ara, nasce un nipote, sento che ecco, mi si presenta un altro incontro con il futuro.

Sarah Kaminski: 26 Gennaio 2012 Cultura e pedagogia

Mi permetto di fare un salto nel tempo e allontanarmi dalla bella Gerusalemme, dalla sua casa antica in pietra chiara, ricavata dalla roccia locale, per tornare a Henryk Jerzy Orlowski, il ragazzino ebreo-polacco, figlio di una famiglia borghese benestante e inserita nella società di Varsavia. Come ricorda da adulto il vissuto del bambino durante gli anni della Shoah (con quanto ne consegue: la discriminazione razziale, l'esclusione dalla scuola, la deportazione della famiglia e il ghetto)?

Da uomo adulto non oso confrontarmi con quel passato e con le atrocità inflitte a tanta gente, non riesco proprio a rivedere e a raccontare il “Laggiù” (come lo chiama David Grossman) attraverso la visione di un genitore, di un padre. Non riesco a immaginare i ragazzi in generale né i miei nipoti coinvolti nelle vicende che hanno toccato la mia infanzia. Temo davvero che se mi mettessi a pensare e a parlare del vissuto della mia famiglia durante la Shoah, sprofonderei in un abisso da cui non riuscirei più a uscire. È questa la ragione per cui riesco a scrivere, a pensare o a raccontare la nostra storia, quel che ci è successo, solo attraverso i ricordi e l'esperienza di un bambino.
A dire il vero, nel 1957, quando avevo 23 anni, ho rielaborato la mia vicenda nel romanzo Soldatini di piombo e forse lì potrete trovare ulteriori risposte alla domanda.

Vorrei parlare con lei di quella particolare visione secondo cui lo scrittore – testimone, bambino o adulto, si ritrova investito di “un compito”. Lei aveva undici anni quando con il fratello e la zia fu trasferito dal ghetto di Varsavia, dove era morta la mamma, per essere caricati sul treno diretto al campo di concentramento di Bergen Belsen. Per anni ha conservato il quaderno delle poesie scritte nella baracca del Lager, che solo recentemente è stato pubblicato in tedesco e in ebraico. La memoria e la testimonianza riportate da “Laggiù”, attraverso gli occhi di un bambino dotato già allora di capacità letterarie, risultano diverse da altre narrazioni di chi ha vissuto l'universo concentrazionario?

Non si tratta di essere un bambino scrittore. Ogni persona intelligente e con un po’ di umanità avrebbe agito con la stessa sensibilità davanti alle disgrazie e agli orrori vissuti dagli altri. La differenza principale sta nel ruolo dello scrittore: ammorbidire i fatti cruenti, proporre il male lasciando sottintesi i dettagli torbidi, rendere il lettore partecipe di un'avventura tragica, ma con una fine consolatoria, fa parte del desiderio di vita che appartiene a noi tutti.

Cosa ne pensa del Giorno della Shoah in Israele e del Giorno della Memoria in Europa e in Italia? Si può secondo lei comunicare con i ragazzi e i giovani sui terribili atti compiuti in quegli anni da uomini “normali” nei confronti di altri esseri umani?

Ovviamente si può, anzi si deve raccontare, ma è essenziale ragionare sulle modalità. La mia esperienza di tanti incontri nelle scuole e con gli adulti in Israele, oppure di conferenze e conversazioni all'estero, ad esempio in Germania, Italia, Polonia, Stati Uniti, Francia, Portogallo, mi spinge a pensare che bisogna raccontare di quella gente a cui è stata spezzata la vita, nei luoghi in cui si rideva, si piangeva, ci si innamorava e magari si assisteva alla nascita di un figlio. In quel "Laggiù" di cui scrivo, gli ebrei si sono trovati in condizioni terribili da un giorno all'altro: l'infanzia è stata offesa, le persone uccise, eppure si cercava di resistere, di proteggere i famigliari, di svolgere le feste. Sono convinto che affrontando la questione da questo punto di vista divenga possibile raggiungere il cuore degli uditori e dei lettori, la cui vita si dipana seguendo gli stessi valori umani, a prescindere dal luogo di appartenenza.

In effetti l’ho constatato perfino in Giappone e in Messico e dunque mi fa molto piacere sapere che I soldatini di piombo è in corso di pubblicazione anche in Albania, uno tra i pochi paesi europei in cui i cittadini hanno difeso la popolazione ebraica a costo della propria vita. Ricordiamo ovviamente la Danimarca che organizzò il salvataggio via mare di quasi tutti i suoi cittadini ebrei. Vengo invitato spesso in occasione del Giorno della Memoria, sia in Israele che all'estero e la stampa dà grande risalto alle celebrazioni. I miei incontri, tuttavia, non sono legati solo ai momenti ufficiali.

Un anno fa, in occasione del Giorno della Memoria, avevo una serie di incontri al festival Isola delle Storie di Gavoi. Nella scuola locale sono arrivati studenti e insegnanti da diversi paesini della zona. Tra i ragazzi non c'era nessun ebreo e suppongo che in questa bellissima regione non ci sia traccia di presenza ebraica. Nel primo appuntamento ho incontrato circa 350 ragazzi tra i 10 e i 13 anni. Ogni alunno portava sul risvolto della camicia un fiorellino di carta e mi è stato detto che l'idea è stata proposta da una delle classi di Gavoi. Avevano pensato in precedenza di indossare la stella gialla, segno della discriminazione razziale, ma poi elaborando l'idea con lei Sarah, come ben ricorderà, e riflettendo sulla crudezza di quel simbolo, è stata scelta una margheritina su cui ogni ragazzo ha scritto il nome di un coetaneo ebreo deportato e ucciso nei Lager. Al termine dell’incontro l’insegnante mi ha raccontato che una delle mamme, titolare di una lavanderia in paese, appresa l'iniziativa, ha deciso di comprare un grande mazzo di gerbere e ad ogni fiore ha attaccato un biglietto con il nome di un ragazzo deportato. Il 27 gennaio la signora ha distribuito i fiori ai clienti della lavanderia, spiegando loro il motivo di questo gesto. Sono andato da lei per ringraziarla, le ho detto che tutti i miei coetanei nel ghetto di Varsavia sono stati assassinati e le ho chiesto perché avesse scelto di regalare i fiori con i nomi. La sua risposta è stata di una grande semplicità: “Perchè anch'io sono una madre.”

Quest'anno a gennaio sono tornato in Italia e ho incontrato 1400 ragazzi e adulti in alcuni incontri tenutisi a Roma, Perugia e Udine e organizzati in collaborazione con l'ambasciata di Israele. Quasi tutti avevano letto L'isola in via degli uccelli e molti avevano visto il film del regista Søren Kragh-Jacobsen tratto dal libro. Mi hanno posto tante domande e vorrei ora ricordarne alcune: "Nutre ancora astio nei confronti di chi ha interrotto e distrutto la sua infanzia?"; "Tanti testimoni hanno cominciato a raccontare solo molti anni dopo; cosa l’ha portata alla scrittura e alla testimonianza?"; "Qual è la sua opinione sul revisionismo storico?".

A proposito del pubblico vorrei raccontare anche un episodio accaduto negli Stati Uniti, a Columbus, Ohio. In una grande aula mi attendeva qualche centinaio di ragazzi tra i 12 e i 16 anni. Vi era una sola ragazza ebrea, mentre un gruppetto era di origine messicana e conosceva poco l'inglese, per cui l’intervento veniva tradotto appositamente per loro. Al termine dell'evento ho parlato con il preside, volevo sapere perché avessero deciso di invitare a scuola uno scrittore sopravvissuto all'Olocausto. Mi ha spiegato che lui, essendo uno storico, considera la Shoah un trauma dell'umanità in generale e ritiene sia un dovere parlarne alle future generazioni. Mi ha anche raccontato di aver accompagnato più volte gruppi di giovani e adulti a visitare la Polonia e Auschwitz. Lo stesso discorso mi è stato fatto in diversi posti, anche in Italia e in Germania, dove incontro spesso alunni non ebrei.

Molti suoi libri sono carichi di suspence, fantasia, emozioni, ironia e tragedia e sviluppano una trama travolgente. È evidente nel poema rimato La nonna sul filo, nel divertente testo Com'è difficile essere un leone o nell'ultimo libro uscito in Italia La ricerca della terra felice. Sono sempre presenti figure con cui ci si può identificare e una ragione nobile che emoziona bambini e adulti. Secondo lei tanta letteratura sulla Shoah non rischia di indurre a una banalizzazione? 

Mi sento di affermare con dolore e grande senso di angoscia che la Shoah è un evento spaventoso, però umano. Da bambino leggevo continuamente e non mi interessava l'argomento, mi interessava solo che fosse avvincente e d’azione. Se la storia era emozionante ed affascinante, allora la memorizzavo e senza farci caso, quasi involontariamente, il tema presente nello sfondo degli avvenimenti si fissava nel mio cuore e nella mia mente. È stato così con La capanna dello zio Tom, La schiavitù in America e Cuore, quando nel racconto mensile di novembre si narra delle vicissitudini della piccola vedetta lombarda. Ormai sono trascorsi circa settant'anni, ma a dire il vero, da allora io continuo a tifare per gli italiani e contro gli austriaci. Altri esempi sono Bambi di Felix Salten, che ancora oggi mi fa detestare la caccia e chi la pratica e Ciondolino di Luigi Bertelli; in effetti da quando l’ho letto ho smesso di ammazzare le formiche. Comunque, sono moltissimi i buoni romanzi in cui il contesto storico, le problematiche sociali, le ingiustizie e le persecuzioni, le vittorie o la felicità rimangono impresse, a prescindere dal punto preciso del mondo in cui la vicenda si svolge.

A volte in Israele mi chiedono se ritengo possibile che la memoria della Shoah resti viva nelle future generazioni. La mia risposta è “sì”, se a raccontarla è quella tipologia di testi che rimangono scolpiti nel cuore del giovane lettore, fissandosi nella sua memoria per tutta la vita; servono libri e opere d'arte capaci di sopravvivere al tempo, per custodire l’argomento fino a diventare un patrimonio dell'umanità. A proposito, ogni tipo di resistenza, quella rappresentata dalle avventure di Robinson Crusoe o da Alex, il ragazzino de L’Isola in via degli uccelli, susciteranno sempre un senso di identificazione, mentre assassini e altri malvagi, di qualsiasi natura essi siano, creano una reazione di aberrazione.

Le chiedo di raccontarci del suo ultimo libro uscito in Italia, La ricerca della terra felice, una storia di resilienza in cui i lettori divengono testimoni dell'accaduto.

È un racconto ambientato nella Polonia dominata dai tedeschi, durante l'estate 1941; le truppe naziste, violando gli accordi con la Russia invadono le zone orientali. Il protagonista, un bambino di cinque anni, fugge con la famiglia in Kazakistan e la sua intraprendenza lo porta a fare amicizia non solo con i coetanei, ma perfino con gli uomini di una famiglia contadina musulmana. Grazie a questa amicizia e, nonostante le difficoltà, sarà lui a provvedere ai suoi famigliari, aiutandoli a vincere la fame e le angherie della guerra.

Nei mesi di internamento a Bergen Belsen lei ha scritto alcune poesie sulla vita e la morte nel Lager. Diversi poeti ebrei, da Katzenelson fino a Gibirttig hanno cantato il poema della distruzione in qualità di testimoni oculari e oggi diremmo che anche questo rappresenta il desiderio di trasmettere e documentare la tragedia. Queste liriche lasciano un impatto forte e impegnativo. Lei come si è sentito a tenere in mano quel taccuino di poesie pubblicato solo recentemente?

Ho conservato il taccuino per circa 70 anni. Al tempo della traduzione in tedesco dei Soldatini di piombo si sono rivolti a me i responsabili del museo di Bergen Belsen che avevano letto il testo e volevano sapere se conservavo ancora i miei componimenti di bambino. Risposi di sì, naturalmente. Erano interessati alla pubblicazione e ho dato il mio consenso. A quel punto ho pensato che forse la cosa sarebbe potuta interessare anche all'istituto Yad Vashem di Gerusalemme. Ho spesso e volentieri tradotto diverse opere letterarie dal polacco all'ebraico, ma in quell’occasione ho rifiutato; non volevo tornare a leggere le mie parole di lutto per la morte di mamma. L’Istituto Yad Vashem quindi si è rivolto a un traduttore eccellente, il mio amico David Winfeld, che ha accettato. Un paio di mesi dopo, non avendo notizie sul lavoro, ho chiamato David e lui mi ha confessato di non sentirsi in grado di portare a termine il lavoro: “Ne ho tradotta una e temo di rovinarle; scrivo da adulto e mi rendo conto di allontanarmi dal senso della poesia”. Dopo un ulteriore tentativo da parte dell’Istituto Yad Vashem, alla fine ho ripreso il taccuino e ho curato personalmente la traduzione. Ora stanno per uscire anche in Francia, con la cura della scrittrice e poetessa Sabine Huynh. Al termine della sua fatica Sabine, per dare sfogo all’angoscia ha composto una poesia, che riprende le sensazioni del traduttore israeliano.

Ci conosciamo oramai da tanti anni, quindi sa che mi è sempre difficile fare l'ultima domanda. La conversazione con lo scrittore, in realtà, è una lezione di vita e questo argomento mi porta a parlare di traduzione e di eredità morale. Lei ha tradotto classici polacchi come Bruno Schulz e tutti gli scritti di Janusz Korczak. Sembra quasi che la sua scrittura svolga un dialogo con il grande educatore. Quanto influisce in lei il pensiero di Korczak?

Innanzitutto sono toccato profondamente dal suo approccio ai bambini. Il dottor Korczak usava il metodo dell’osservazione per comprendere cosa infastidisse, rallegrasse o interessasse i ragazzi – sempre dal loro punto di vista. Uno dei suoi libri, a proposito, si intitola Quando tornerò a essere piccolo. Questa frase riassume per me tutto il suo insegnamento.

Da bambino pativo molto quando dopo pranzo mi costringevano alla pennichella e in effetti Korczak si opponeva alle due o tre ore di riposino imposte dai pediatri di allora. In secondo luogo penso di essere stato influenzato dal suo stile letterario. Una volta l’ho anche incontrato. Io frequentavo la terza elementare. Nel nostro quartiere a Varsavia la maestra gestiva un asilo in una casa con un grande giardino; nelle vacanze del 1940, poco prima della cacciata degli ebrei nel ghetto, ha attivato una colonia estiva per ragazzi della mia età. Mi ricordo perfino le trincee che abbiamo scavato con i nostri coetanei “rivali”, per i giochi di guerra, attacchi e difesa con palle di fango, esattamente come viene raccontato nei Racconti della Colonia di Korczak. Allora avevo già letto le storie del famoso medico, ma non ho collegato la nostra colonia a lui. Un giorno ero in casa per chiedere qualcosa alla maestra e proprio in quell’istante è entrato un uomo con il pizzetto, con indosso un lungo cappotto. Ha scambiato alcune parole con lei, che mi ha spiegato “Ecco il mio maestro, Janusz Korczak” ed è uscita a prendere qualcosa. Siamo rimasti soli.

A quell'età i ragazzi non collegano i libri allo scrittore in carne e ossa, anzi non fanno neppure attenzione ai nomi degli autori in copertina. Io ero piuttosto affascinato dal fatto che quel signore fosse il maestro della mia maestra, per cui provavo profonda stima e affetto. Siamo rimasti fermi a guardarci e non gli ho rivelato che da grande avrei tradotto i suoi libri in ebraico.

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