Culle vuote, banchi vuoti: e le cattedre?

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Culle vuote, banchi vuoti: e le cattedre?

Nei prossimi 10 anni la popolazione scolastica calerà di 1 milione. Gli scenari possibili per la scuola e gli insegnanti.  Di Mario Maviglia.

gruppo classe bambini primaria

La Fondazione Agnelli ha recentemente elaborato i dati ISTAT sull’andamento demografico (leggi qui il documento) in Italia ponendo una particolare attenzione all’ambito scolastico e facendo delle previsioni per i prossimi 10 anni. Durante questo lasso di tempo la popolazione scolastica italiana tra i 3 e i 18 anni scenderà dagli attuali 9 milioni circa a 8 milioni di studenti. Tale diminuzione è legata a vari fattori: da una parte la diminuzione delle potenziali madri nel decennio appena trascorso, dall’altra la propensione generalizzata a fare meno figli (il tasso di fecondità è passato dal 1,42 a 1,34 figli per donna) che ha coinvolto anche le donne straniere (in questo caso il tasso di fecondità è passato da 2,31 a 1,97 figli per donna). Inoltre i flussi migratori hanno conosciuto un forte rallentamento e non riescono a compensare il saldo negativo.

Le ripercussioni sulla scuola

Tutto ciò ha delle profonde ripercussioni anche sul sistema scolastico, chiamato a confrontarsi con problemi alquanto inediti. Infatti, mentre finora vi è stato un costante aumento nel numero delle iscrizioni, la tendenza per il prossimo futuro è invece quella di una continua diminuzione. La Fondazione Agnelli ha calcolato che nel corso dei prossimi dieci anni ci sarà il seguente calo di classi a livello nazionale:

  • Scuola dell’infanzia 6.343
  • Scuola primaria 17.956
  • Scuola secondaria I grado 9.420
  • Scuola secondaria II grado 3.002

per un totale di 36.721 classi.

A fronte di questo calo di classi è prevista la diminuzione, nello stesso periodo, del seguente numero di posti/cattedre:

  • Scuola dell’infanzia 12.600
  • Scuola primaria 22.100
  • Scuola secondaria di I grado 15.700
  • Scuola secondaria di II grado 5.200

per un totale di 55.600 posti.
In sostanza dovremo abituarci a vedere case con sempre meno culle e scuole con sempre meno classi.
Per quanto riguarda il calo demografico va segnalato che l’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo (dopo il Giappone) con una stima di 168 anziani ogni 100 giovani. La bassa natalità e la maggiore aspettativa di vita spiega il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione italiana.

  

Il secondo paese più vecchio del mondo

Sulla crisi delle nascite incidono vari fattori. Secondo gli studiosi, oltre alle scelte personali, influiscono vari motivi come la precarietà del lavoro, la difficoltà a trovare una casa a prezzi sostenibili, la mancanza di servizi per la prima infanzia e più in generale di strutture per l’infanzia, la scarsa flessibilità negli orari di lavoro. Insomma è tutto il sistema di welfare che non sembra incentivare le famiglie e le giovani coppie a fare figli. A ciò si aggiunga il desiderio di fare carriera prima di diventare genitore e l’età relativamente avanzata in cui si mette al mondo il primo figlio.
Questi fattori hanno un’incidenza maggiore in Italia rispetto agli altri Paesi, tanto è vero che le stesse coppie straniere (generalmente più prolifiche di quelle italiane) tendono ad adeguarsi al costume italiano una volta stabilitesi in Italia. Insomma, possiamo affermare che “l’Italia non è un paese per neonati”.

    

Rallentamento del turnover e minore mobilità per gli insegnanti

Per quanto riguarda la riduzione della popolazione scolastica secondo la Fondazione Agnelli ciò determinerà una contrazione degli organici e un raffreddamento della mobilità territoriale in quanto ci saranno meno opportunità di trasferirsi dal Sud al Centro-Nord, oltre che un rallentamento del turnover dei docenti (i neo assunti saranno meno di quelli che andranno in pensione), con un ulteriore invecchiamento della classe magistrale.

Come impiegare i soldi risparmiati? 

Per quanto riguarda il calo delle classi, la Fondazione Agnelli ha calcolato che il minor fabbisogno di organici comporterà un risparmio di 1 miliardo e 826 milioni di euro annui. Questo risparmio potrebbe essere impegnato per qualificare ulteriormente l’offerta formativa delle scuole e il servizio scolastico nel suo complesso, ad esempio ampliando le possibilità di tempo pieno/prolungato o comunque di attività pomeridiane aggiuntive, oppure incentivando l’attivazione di progetti finalizzati a contrastare la dispersione scolastica e l’abbandono, o ancora riducendo il numero degli alunni per classi per favorire una didattica più personalizzata, o intervenendo con finanziamenti ad hoc nelle zone più problematiche e depresse del Paese per innalzare il livello dei risultati scolastici. Insomma, si possono ipotizzare degli interventi di politica scolastica che vadano nella direzione di qualificare sempre più la vera materia prima che abbiamo in Italia, ossia il capitale umano. Perché ciò succeda è necessario porre i problemi dell’istruzione e della formazione tra le priorità dell’agenda politica dei vari decisori, ma temiamo che così non sarà in quanto non sembra esservi consapevolezza del ruolo che l’istruzione e la formazione possono svolgere per lo sviluppo del Paese.
 

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