Nulla sarà più come prima? Il ritorno a scuola

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Nulla sarà più come prima? Il ritorno a scuola

La scuola dopo l’emergenza Covid-19: gli spazi, le classi, il curricolo... Un dialogo con Mariella Spinosi. Di Giancarlo Cerini 

covid-19 distanziamento

Il ritorno a scuola avviene con molte incertezze: da un lato le prescrizioni della sanità pubblica sembrano perdere di valore di fronte ad un andamento epidemiologico che appare sempre più rassicurante; dall’altro, le aspettative di cambiamenti radicali nell’organizzazione della scuola (più spazi, più docenti, piccoli gruppi invece di classi numerose) sembrano scontrarsi con la dura realtà dei bilanci pubblici, in genere assai avari nei confronti della pubblica istruzione.

Come ne usciamo?

“Se noi pensiamo di risolvere i problemi delle pandemie solo aumentando il numero degli insegnanti imbocchiamo una strada molto in salita. Bisogna pensare a una serie di leve strategiche tra cui anche quella di un aumento contenuto di posti in organico. È importante poter eliminare fin da subito le classi troppo numerose e poter operare con gruppi di apprendimento più gestibili.  Ma la leva maggiore risiede proprio nelle risorse “invisibili”: la professionalità, la formazione continua, la capacità di essere “resilienti”, di trovare soluzioni efficaci anche quando cambiano gli scenari”.

Forse bisogna trasformare il bisogno di un ripristino rassicurante di normalità (stessa scuola, stessa classe, stessi orari, stesse pratiche didattiche) nella ricerca di soluzioni organizzative più coerenti con le domande di questi mesi: nulla sarà più come prima, diventeremo più solidali e collaborativi... Prendiamo ad esempio una delle variabili più importanti del fare scuola, gli spazi. È sotto gli occhi di tutti la “povertà” dell’attuale edilizia scolastica, sia per la precarietà della sicurezza, sia per l’arretratezza delle soluzioni architettoniche (per lo più aule rettangolari collegate da corridoi…).

Se lo spazio è il “terzo educatore”, cosa ci ha insegnato la pandemia? Anche lo spazio va trasformato in ambiente di apprendimento?

“È pur vero che molte delle nostre scuole sono inadeguate, ma con interventi leggeri e intelligenti potrebbero essere trasformate in ambienti più funzionali alle esigenze degli studenti, al loro bisogno di personalizzazione e di cooperazione. Pensiamo a banchi modulari, per non rinunciare al lavoro in piccoli gruppi anche nello scenario del distanziamento; ad utilizzare in maniera più flessibile e razionale i corridoi e gli atrii, i refettori e le palestre, le biblioteche e i laboratori, anche per le normali attività d’aula. Dobbiamo adottare uno sguardo “nuovo”, come quello che ci ha permesso di seguire i nostri alunni anche nelle loro abitazioni”.

Analizziamo un altro punto fermo della nostra scuola: le classi omogenee per età, corrispondenti ad una idea “media” di alunno, da cui ci si discosta solo con un certificato (di disabilità, di DSA, di BES, ecc.). E dire che fin dal lontano 1977 (con la legge 517) era stato posto il principio dell’articolazione della classe in piccoli gruppi, classi aperte, interclasse, laboratori: una situazione ideale per un apprendimento attivo, per didattiche cooperative, per una effettiva inclusione.
Ma è possibile farlo, contando sul personale che abbiamo a disposizione o poco più, ad es. con il “potenziamento”?  

“Probabilmente la scuola da sola non ce la può fare se la situazione pandemica ritornasse “critica”. Dobbiamo quindi cercare di risolvere i problemi in una logica di comunità, costruire patti educativi, accordi con il terzo settore. Per esempio, si possono realizzare lezioni nei musei, nelle pinacoteche, nelle librerie, nei luoghi dove si fa musica, teatro, cinema…   E potremmo anche chiedere ad alcuni docenti di sostegno, nella scuola primaria, di diventare effettivamente “contitolari” della classe, assumendosi la responsabilità didattica complessiva di un piccolo gruppo di apprendimento in cui è incluso l’allievo con disabilità”.

Si è molto vagheggiato in queste settimane di una didattica a cielo aperto, cioè di dilatare gli spazi della scuola e di ricercare nuovi luoghi dell’apprendere nel territorio. È un’idea che viene da lontano, dalle “mitiche” aule didattiche decentrate di cui ci parlava Franco Frabboni tratteggiando le coordinate di un sistema formativo integrato. È realistico, al di là di ogni pandemia, realizzare un curricolo che veda la scuola utilizzare di più le risorse culturali informali e non formali?

“Non è facile integrare i saperi che si trovano nell’extra-scuola. Con il digitale forse possiamo “catturarli” e “strutturarli” meglio, ma è ancor più necessario che l’insegnante eserciti una azione di regia e di tutoraggio di tutte le occasioni di apprendimento. Quando parliamo di cambiamento dobbiamo sempre fare i conti con le routine, le consuetudini, la coazione a ripetere. Purtroppo i comportamenti didattici più diffusi sono ancora basati sulle rassicuranti lezioni frontali. Per questo è molto importante la formazione continua a partire dalle comunità di pratiche”.

 

Siamo così arrivati alla vera questione. Cosa ci dice questa stagione post-Covid-19 in materia di curricolo? Smentisce ciò che abbiamo cercato di fare in questi anni, magari seguendo le Indicazioni per il curricolo (2012)? La scuola primaria è sempre stata considerata la scuola del “leggere, scrivere, far di conto”. Come possiamo re-interpretare, oggi, questa domanda di padronanza degli alfabeti di base con l’acquisizione di nuovi strumenti per una cittadinanza attiva e consapevole?

“Le Indicazioni 2012 sono ancora attuali ma vanno integrate con la lettura del testo più recente su “Indicazioni e nuovi scenari” (2018) che possiamo considerare quasi pre-monitore di una situazione di rischio globale. Questo documento ci ricorda come sia necessario potenziare gli alfabeti cognitivi ed emotivi di base per essere in sintonia con i principi della sostenibilità. Ci sottolinea, inoltre, quanto siano importanti le competenze linguistiche ed alcune “discipline cerniera” che, fino ad oggi, sono state considerate un po’ marginali, come la geografia, la statistica, il coding, l’educazione civica, strumenti indispensabili per capire il mondo che cambia, per rispettarlo, per impegnarsi fattivamente nella sua cura”.

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