Gli studenti non sanno leggere e comprendere un testo: colpa della scuola?

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Gli studenti non sanno leggere e comprendere un testo: colpa della scuola?

La competenza linguistica attiva e passiva va allenata e stimolata. Come la capacità di pensiero. Possiamo pretendere che lo faccia solo la scuola? Una scuola totalmente depotenziata? Di Nicola Grandi (Università di Bologna)
 

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Oggi sono stati pubblicati, con grande risonanza sui media (ad esemepio qui e qui), i risultati dell’ultima indagine triennale PISA (Programme for International Student Assessment), relativa agli studenti di quindici anni, e che valuta l’acquisizione delle conoscenze e competenze chiave essenziali per la piena partecipazione alla società:
www.invalsiopen.it/risultati-ocse-pisa-2018
La rilevazione del 2018 ha riguardato le competenze in lettura, matematica e scienze, ma si è focalizzata in particolare sulla lettura (dominio principale).
L’Italia ha ottenuto un punteggio inferiore alla media OCSE in lettura e scienze, mentre per la matematica è stata in linea con la media OCSE. In particolare, la prestazione media degli studenti italiani è diminuita, in lettura, dopo il 2012.

Abbiamo chiesto, “a caldo”, un commento al linguista Nicola Grandi (Professore ordinario Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica - Università di Bologna)
 

 

Una persona ha una smodata passione per il fritto. Talmente smodata da mangiarlo, sempre, ad ogni occasione. Odia invece ogni attività sportiva. All’annuale check up, il medico gli segnala che è obeso, che i valori del colesterolo sono alle stelle, che la sua salute è a rischio. Questa persona esce dall’ambulatorio, sulla sua strada trova solo fast food e locali ‘all you can eat’. Entra, mangia a più non posso e torna a casa, sul divano. L’anno successivo, il check up rivela che lo stato della sua salute non migliora.
Questa persona è il tipico studente italiano, che gode di pessima salute nell’ambito della comprensione di testi di media complessità. Il medico che invano ci avvisa dei rischi è ora l’INVALSI, ora l’OCSE PISA. La strada colma di locali è la società in cui lo studente vive. La scuola, in questa rappresentazione, non c’è. Non c’è perché la scuola, nel mondo reale, non c’è nelle leggi di stabilità, non c’è nelle campagne elettorali, non c’è nei programmi dei governi, non c’è nelle scelte strategiche che il Paese deve compiere. Ci ricordiamo di essa solo quando qualche ente indipendente segnala evidenti problemi nella formazione dei nostri figli e delle nostre figlie. E spesso le addossiamo colpe che non ha, confondendo la malattia con la possibile cura.
Ma pensiamo davvero che una scuola totalmente depotenziata, nella quale insegnanti clamorosamente sottopagati devono affrontare ogni giorno un discredito sociale crescente in classi sovraffollate e in edifici fatiscenti possa prendere in carico la situazione che i rapporti delineano?

La scuola, oggi, è un ospedale senza letti, senza strumenti diagnostici, senza medicine.
La lingua che parliamo e con la quale comprendiamo si intreccia in modo inscindibile alle nostre capacità di pensiero e le alimenta, venendone a sua volta alimentata. La competenza linguistica attiva e passiva va allenata e stimolata. Come la capacità di pensiero. Possiamo pretendere che lo faccia solo la scuola, mentre la politica, e non solo essa, usa una lingua volutamente e drasticamente semplificata, con un lessico ridotto ai minimi termini e contrabbanda ad arte opinioni per fatti, parla alla pancia e non alla testa delle persone? Al di là delle grida di allarme che si levano sulle difficoltà linguistiche e non solo dei nostri ragazzi, c’è una classe dirigente in grado di farsi carico del problema, investendo – al di là degli schieramenti 
 su istruzione e formazione e, soprattutto, dando l’esempio? Sforzandosi di abbassare i decibel del confronto, a vantaggio delle argomentazioni? Oggi invece la società pare alimentare quelle stesse ‘abitudini comunicative’ che poi i rapporti condannano! Il rapporto OSCE PISA, come quello INVALSI, è un pugno in volto alla nostra classe dirigente. Che spesso, invece di reagire, si scansa…

La scuola avrebbe bisogno di tornare al centro della vita del paese, in modo, come usa dire, bipartisan. Gli insegnanti dovrebbero veder riconosciuto nei fatti e non solo a parole il diritto alla formazione in servizio. I percorsi formativi universitari e i meccanismi di reclutamento e immissione in ruolo dovrebbero essere definiti una volta per tutte, dando ai giovani aspiranti insegnanti le certezze che oggi non hanno. E soprattutto, la scuola avrebbe bisogno di investimenti, nelle persone, nelle attrezzature e nell’edilizia.
Queste sono le premesse. Solo dopo potremmo parlare di eventuali colpe della scuola. Prima, francamente, no.
 

 

 

 

 

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Nicola Grandi: 3 Dicembre 2019 Articoli

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