Innovazione didattica e prove INVALSI

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Due recenti ricerche dimostrano come alcune strategie innovative, che escludono l’addestramento ripetitivo alla soluzione delle prove, fanno aumentare i risultati INVALSI.
di Paolo Mazzoli
 

gruppo classe scrittura cooperativa

Ancora oggi si parla con grande preoccupazione del pericolo di dedicare troppo tempo ad addestrare i bambini alle prove INVALSI invece di fare attività didattiche più stimolanti.

Su questo tema non si è dimostrato sufficiente il richiamo delle Indicazioni nazionali 2012 che scoraggiano esplicitamente “qualunque forma di addestramento finalizzata all’esclusivo superamento delle prove”, probabilmente perché una parte dei docenti è convinta che per far conseguire un buon risultato ai propri alunni è comunque utile dedicare molto tempo allo svolgimento di prove più o meno simili alle prove INVALSI.

Per dirimere questa importante questione e, per così dire, aggredire il problema alla radice, ritengo che bisognerebbe rispondere a questa domanda: “se si fa una buona didattica, e ci si “dimentica” delle prove INVALSI fino al momento di farle, i risultati alle prove INVALSI migliorano?”.

A questa importante domanda due diverse ricerche rispondono positivamente.

Prima ricerca: il progetto OpenTeQ
(“OPENing the black box of Teacher Quality” = aprire la scatola nera della qualità dell’insegnamento)

È una ricerca delle Università Cattolica e Bicocca di Milano, coordinata da Gianluca Argentin, ricercatore in sociologia, da anni impegnato in progetti che coinvolgono docenti e studenti per indagare le cause, e gli ostacoli, di un buon apprendimento in classe.

La sua ricerca, che ha coinvolto 198 scuole secondarie di primo grado e circa 3.000 insegnanti, ha dimostrato in modo attendibile che se gli insegnanti curano la relazione educativa in classe e la collaborazione con i colleghi, i ragazzi conseguono punteggi migliori nelle prove INVALSI. Questo risultato vale sia per la prova di Italiano che per quella di Matematica ed è particolarmente evidente per i ragazzi provenienti da famiglie di basso livello socio-economico.

Ai docenti che hanno chiesto di partecipare alla ricerca è stato consegnato un “libretto” (booklet) con una raccolta di indicazioni pratiche, raccolte setacciando il meglio della letteratura mondiale sull’efficacia didattica. Ben 221 consigli, raccomandazioni, trucchi del mestiere e strategie, ampiamente collaudate sul campo, e che hanno l’impagabile pregio della concretezza. Ebbene, migliorare le relazioni a scuola, curando la gestione della classe e l’efficacia del proprio insegnamento, non fa soltanto bene al lavoro e al clima in classe ma si ripercuote positivamente nei risultati delle prove standardizzate.

 

La copertina del booklet che viene consegnato ai docenti partecipanti

Seconda ricerca: il progetto INDIRE in collaborazione con il prof. Simone Borra (Università di Tor Vergata)

In questo caso al centro della ricerca ci sono le cosiddette “Avanguardie educative” dell’INDIRE, un movimento in continua evoluzione, attualmente composto da 932 classi (o scuole) che adottano modelli didattici e organizzativi innovativi, coordinate da 27 scuole polo sparse in tutta Italia.

L’Indire, con la collaborazione del prof. Simone Borra dell’Università di Roma Tor Vergata, ha verificato se, e in che misura, gli approcci didattici più avanzati (e certamente meno legati a pratiche didattiche meccaniche e meramente esercitative) producono un impatto sui risultati nelle prove INVALSI.

In questo caso hanno partecipato 381 classe. Dalle prime anticipazione dei risultati della ricerca è merso che il 68% di queste classi hanno avuto un punteggio medio in Italiano superiore alla media (62% nel caso della Matematica).

 

Entrambe le ricerche vanno studiate più approfonditamente per verificare quali caratteristiche abbiamo maggiore influenza sul miglioramento delle competenze degli alunni, ma quello che appare non più facilmente opinabile è che:

  • gli insegnanti che curano la didattica e l’ambiente d’apprendimento non devono temere gli esiti delle prove INVALSI che invece migliorano proprio in presenza di un impegno innovativo e pedagogicamente avvertito;
  • non sappiamo se l’addestramento allo svolgimento delle prove INVALSI serva a qualcosa, ma abbiamo indizi attendibili del fatto che la qualità complessiva della didattica, oltre a migliorare l’apprendimento in generale, contribuisce a far conseguire ai ragazzi risultati più elevati nelle prove stesse.

 

Per saperne di più

Sul progetto OpenTeQ

Un resoconto giornalistico del progetto OpenTeQ

Sul progetto Indire

Sulle Avanguardie educative

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