Tempo di bilanci: gli screening per la prevenzione delle difficoltà di apprendimento

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Tempo di bilanci: gli screening per la prevenzione delle difficoltà di apprendimento

Operare in termini preventivi significa assumere una prospettiva di sviluppo del bambino. Di Adriana Molin.

bambino primaria difficolta apprendimento

Giovanni, 6 anni compiuti, dopo le vacanze natalizie, è rientrato a scuola contrariato e ancora più pensoso del solito. Ha iniziato la scuola primaria con grande entusiasmo, ora però è completamente cambiato. La vivacità e la prontezza dei primi giorni sono andate scemando, affaticamento e disinteresse sono le spie di uno stato di malessere che genitori e insegnanti stentano a capire. L’insegnante confidava in un ritorno più sereno, invece no, il disagio è ancora più evidente. In classe, Giovanni sta conducendo un’opposizione silenziosa: si limita ad osservare quello che avviene e a disegnare. Solo se l’insegnante s’impone e lo segue passo dopo passo scrive o copia qualche parola sul quaderno, tuttavia con esiti deludenti: le lettere sono tracciate in modo affrettato e irregolare. Per contro i disegni, per lo più animali, sono belli e ricchi di dettagli. Il bambino sembra rianimarsi solo durante la ricreazione in cortile e i giochi in palestra.

Perché tanta riluttanza nei confronti della scuola? Giovanni è un bambino intelligente, sa già leggere e mostra interessi molto spiccati verso il mondo della natura, degli animali che ha modo di osservare e conoscere. A scuola si annoia, racconta ai genitori. Le attività necessarie al consolidamento delle abilità strumentali sono - per lui - monotone e frustranti e, associate alla scarsa riuscita nella grafia, disincentivano la sua voglia di scuola, il suo impegno per compiti che non gli “parlano” né lo soddisfano. L’elevata reattività di Giovanni alla scuola e la difficoltà degli insegnanti a porne rimedio ci pongono una domanda: era possibile prevedere le potenzialità del bambino in modo da predisporre un ambiente d’apprendimento stimolante onde evitare la comparsa di questo disagio?

Screening per potenziare le competenze necessarie all’apprendimento scolastico

La risposta è sì sebbene ciò non sempre avvenga nel tempo più utile e nelle forme necessarie per un’autentica opera di prevenzione delle difficoltà scolastiche.
In primo luogo, le pratiche di screening sistematico talvolta non riguardano la scuola dell’infanzia, il tempo di vita del bambino più adatto al potenziamento delle funzioni mentali alla base degli apprendimenti scolastici. È il periodo migliore per potenziare in modo strategico le competenze necessarie all’apprendimento scolastico, inclusa la scrittura manuale.
In secondo luogo operare in termini preventivi significa assumere una prospettiva di sviluppo del bambino. L’evoluzione può segnare ritmo e forma armonica oppure punti di forza e/o debolezza che, come docenti, dobbiamo imparare a riconoscere e trattare, allo scopo di adeguare l’insegnamento alle esigenze del singolo e del gruppo. Punti di forza e di debolezza necessariamente non riguardano solo la cognizione, ma anche le emozioni, i sentimenti, la motivazione, la socialità. Il bambino arriva alla scuola primaria con una sete di conoscenza e una voglia d’imparare potenti: sta alla scuola accoglierle per orientarle e sostenerle nella quotidianità.

In terzo luogo, avviare in classe prima a gennaio lo screening è tardi perché il bambino sta già provando la frustrazione conseguente al confronto tra sé che fatica e sbaglia e i compagni che, invece, imparano facilmente - nell’interpretazione del bambini in difficoltà. L’idea di essere diverso dagli altri nell’apprendere si sta formando e opera creando aspettative disfunzionali, faticose da rielaborare e superare nell’impatto emotivo. A sostenere l’idea di diversità, si interviene con una pratica tardiva sul mancato apprendimento che sottolinea il gap tra ciò che il bambino sa e ciò che dovrebbe sapere.
Per ultimo, ma non per importanza, dal mio angolo di osservazione, noto che sempre più spesso screening per la prevenzione delle difficoltà scolastiche sono affidati a esperti esterni alla scuola. Questa, secondo me, è una pratica che priva l’insegnante della sua funzione di regolatore del potenziamento delle abilità scolastiche. Se da un lato posso capire quanto il docente sia già sovraccaricato di funzioni e che a volte sia nell’impossibilità di sobbarcarsi di ulteriori impegni, dall’altro sono anche consapevole che rinuncia a una funzione fondamentale dell’essere maestro: comprendere come il bambino impara e intuire come sviluppare quelle abilità che sono in via di formazione e necessitano di essere supportate. Delegare ad altri questa opportunità di conoscere meglio i bambini, è, in certo senso, aderire ai suggerimenti normativi, ma non in forma convinta, quella molla che ci fa migliorare nella nostra professionalità.

Ritornando a Giovanni, è un bambino con qualche marcia in più. Sfruttando tra le sue passioni quella di capire il funzionamento degli oggetti, ora ha accettato di imparare a scrivere a mano usando una tavoletta hi-tech che lo stimola a provare, lo incuriosisce, in un contesto di accoglienza delle particolarità di ognuno. Ha accolto un compromesso tra le richieste scolastiche e i suoi interessi che sta, almeno per ora, funzionando.

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