Leggiamo il ddl per la Buona Scuola – Il periodo di prova e la valorizzazione del merito

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Leggiamo il ddl per la Buona Scuola – Il periodo di prova e la valorizzazione del merito

Ancora sul ddl 2994, vale a dire il testo ufficiale per la riforma della scuola ora in dicussione alla Camera dei deputati. Quali novità sarebbero introdotte al riguardo del periodo di prova e della valorizzazione del merito?

Maria Sole Macchia

Con la relazione svolta dall’on. Maria Coscia ha avuto inizio presso la settima commissione Cultura della Camera dei deputati la discussione del ddl 2994. Noto ai più come “ddl per la Buona Scuola”, è il testo ufficiale presentato dal Governo per la riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e il conferimento al Governo della delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti. Il 21 aprile dovrebbe iniziare il dibattito sui singoli articoli di questo testo, nel corso del quale saranno discussi gli emendamenti che saranno presentati.

Nei giorni scorsi ho illustrato, sulla base dei vari testi ufficiosi che hanno preceduto il deposito presso la Camera dei deputati del disegno di legge da parte del Governo, i punti salienti del provvedimento, fornendo anche, in chiusura dei post pubblicati, un aggiornamento che ha tenuto conto del testo finalmente reso ufficiale. Ora ritengo interessante toccare alcuni punti che non avevo evidenziato nei precedenti interventi, ma che rivestono comunque un interesse non secondario nel quadro complessivo del progetto governativo: il periodo di prova del personale docente e la valorizzazione del merito.

Il periodo di prova del personale docente

Confronto tra il Testo unico e il ddl 

L'articolo 9 del ddl intende disciplinare in termini innovativi la normativa che attualmente regolamenta il superamento del periodo di prova del personale docente, contenuta negli articoli da 437 a 440 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (il Testo unico sulle norme in materia di istruzione).

Ricordo in breve cosa prevedono le norme del Testo unico:

  • il personale docente è assunto in prova e quindi, per essere confermato in ruolo, è tenuto ad una serie di adempimenti: a) compimento, nel corso dell'anno scolastico, di un servizio di almeno 180 giorni nel periodo tra il 1° settembre e il 30 giugno; b) svolgimento – se assunto da graduatoria di concorso o da graduatoria ad esaurimento – di un “anno di formazione” al termine del quale l'interessato discute una relazione con il comitato di valutazione.
  • Al termine di questi adempimenti il dirigente scolastico decide se il docente ha superato o meno la prova.
  • Nel caso in cui l'interessato non compia il periodo minimo di servizio richiesto (180 giorni) la prova viene prorogata di un anno scolastico da parte del dirigente scolastico il quale può concedere – ma per una sola volta – la proroga di un altro anno scolastico anche nel caso di giudizio negativo, se ritiene che sia necessario acquisire maggiori elementi di valutazione.

Secondo la proposta governativa la nuova articolazione del periodo di formazione e di prova sarebbe la seguente:

  • svolgimento di un servizio effettivamente prestato per almeno 180 giorni, dei quali almeno 120 per attività didattiche;
  • valutazione finale del dirigente scolastico sulla base di un'istruttoria svolta da un docente al quale sono affidate le funzioni di tutor, con l'intervento consultivo del collegio dei docenti e del consiglio di istituto.
  • In caso di valutazione negativa del periodo di formazione e di prova il dirigente scolastico provvede alla dispensa dal servizio con effetto immediato del docente, senza obbligo di preavviso, restituendolo al ruolo di provenienza qualora l'interessato provenga da altro ruolo docente o di altra amministrazione.

Che cosa cambia?

Come si può notare la disciplina che si intende introdurre, oltre ad enfatizzare la figura del dirigente scolastico nei suoi poteri di “datore di lavoro”, introduce delle sostanziali differenze con quanto previsto dal Testo unico:

  • i 180 giorni di servizio devono essere prestati nell'arco dell'intero anno scolastico (e non più nel limitato periodo settembre – giugno) ma in almeno 120 di questi giorni il docente deve aver svolto “attività didattiche” (“attività didattiche” ha un significato più ampio di “attività di insegnamento”: nel corso del dibattito parlamentare dovrebbe essere chiarito se ci si intende riferire a tutte le attività legate alla didattica, o soltanto all'attività “frontale”);
  • il giudizio finale spetta al dirigente e non viene più coinvolto il Comitato di valutazione del servizio, che al momento deve discutere la relazione finale del corso di formazione;
  • non è più prevista la proroga dell'anno di prova nel caso in cui non siano stati prestati i 180 giorni e non è data facoltà al dirigente di prorogare di sua iniziativa il periodo al fine di acquisire ulteriori elementi di valutazione.

Una valutazione

Cosa dire su questa proposta contenuta nel ddl? Innanzitutto è evidente la volontà – peraltro diffusa in tutto il testo governativo – di enfatizzare i poteri di gestione del personale del dirigente scolastico, in questo, in verità, rispondendo all'esigenza di adeguare alla disciplina di natura privatistica il rapporto di lavoro del personale della scuola. Tuttavia anche in questa parte del ddl si trascura un elemento fondamentale: la natura del servizio scolastico e, quindi, la particolarità della funzione docente. Non si può dimenticare, infatti, che il conferimento della qualifica dirigenziale ai direttori didattici e ai presidi è avvenuta in un ambito ben preciso, sulla base di quanto disposto dall'articolo 21 della legge 59/1997: contestualmente all'acquisto della personalità giuridica e dell'autonomia da parte delle singole istituzioni scolastiche e “nel rispetto del principio della libertà di insegnamento”. Non, quindi, un dirigente “manager” ma un dirigente rivolto alla cura delle finalità essenziali della comunità scolastica.

 

La valorizzazione del merito

L'articolo 11

Uno dei punti più qualificanti, secondo il progetto governativo, è costituito dalle disposizioni contenute nell’articolo 11 del ddl. Si prevede infatti lo stanziamento di 200 milioni annui a decorrere dal 2016 “per la valorizzazione del merito del personale docente”. Queste risorse saranno allocate in un apposito fondo istituito presso il MIUR, che verrà ripartito a livello territoriale e tra le istituzioni scolastiche in proporzione alla dotazione organica dei docenti con un apposito decreto del Ministro.

A questo punto viene ancora una volta in evidenza l’ottica del progetto governativo: la gestione delle risorse assegnate alle scuole, infatti, è demandata al dirigente scolastico il quale, sentito il consiglio d’istituto, dovrà assegnare annualmente una somma al personale docente, “sulla base della valutazione dell’attività didattica in ragione dei risultati ottenuti in termini di qualità dell’insegnamento, di rendimento scolastico degli alunni e degli studenti, di progettualità nella metodologia didattica utilizzata, di innovatività e di contributo al miglioramento complessivo della scuola”. La somma in questione, definita dalla norma bonus, sarebbe destinata a valorizzare il merito del personale docente di ruolo delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado e ad essa viene attribuita la natura di retribuzione accessoria.

Quali criteri?

L’intenzione della proposta governativa è chiara: iniziare ad introdurre una diversificazione delle retribuzioni del personale docente basata su una valutazione del “merito” piuttosto che sull’anzianità di servizio. Ma l’indeterminatezza dei criteri di assegnazione del bonus ritengo lasci un eccessivo spazio di discrezionalità alla decisione del dirigente scolastico, che opererebbe le sue scelte soltanto consultandosi con il consiglio di istituto (ma perché il consiglio e non il collegio dei docenti, organo della scuola destinato a deliberare sulla didattica?) e senza avere alle spalle un sistema di valutazione che almeno introduca dei parametri misurabili oggettivamente.

Una valutazione

Il dibattito sull’introduzione di un sistema premiale nella scuola è aperto e sicuramente non si concluderà con l’approvazione del disegno di legge. Ma certamente quanto previsto dall’articolo 11 appare troppo estemporaneo per non correre il rischio di creare forme di arbitrio piuttosto che di valorizzazione delle professionalità del personale. Vedremo comunque come si orienterà su questa delicata materia la discussione parlamentare.

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