Inclusione studenti con disabilità, cosa dice il decreto

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Novità per il personale docente. La nuova disciplina rischia di marginalizzare il ruolo della scuola.

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In parte ho già esaminato il testo del Decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 66 Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, nella sua stesura approvata in prima lettura dal Governo, evidenziando alcuni punti che mi erano apparsi rilevanti, con particolare riferimento alla istituzione, nell’ambito dei ruoli regionali, di una specifica sezione dei docenti per il sostegno didattico e alle modalità di conseguimento dei titoli di specializzazione per l’acceso a tali posti di insegnamento.
Il decreto definitivo ha ora apportato notevoli modifiche al testo originario, sia per alcuni aspetti di gestione del personale scolastico ma soprattutto per quanto riguarda le procedure di accertamento della situazione di disabilità e quelle per l’inclusione scolastica degli alunni nei cui confronti si sia giunti a tale accertamento. Vediamo quindi di fornire un quadro sintetico di questa intricata materia, verificando anche quali saranno le ripercussioni sull’attività delle istituzioni scolastiche.

Il personale docente e ATA

Debbo subito dire che molte delle disposizioni contenute nella prima stesura del decreto, riguardanti il personale della scuola che sarà coinvolto nel nuovo percorso dell’inclusione, sono state modificate sostanzialmente.

Personale ATA
In primo luogo si deve evidenziare una maggiore attenzione in ordine all’assegnazione, nell’ambito del personale ATA, dei collaboratori scolastici nella scuola statale anche per lo svolgimento dei compiti di assistenza previsti dal profilo professionale: il personale, infatti, dovrà essere assegnato per lo svolgimento di tali compiti, ma tenendo conto del genere delle bambine e dei bambini, delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti, nell’ambito delle risorse umane disponibili e assegnate a ciascuna istituzione scolastica. Ciò implicherà una necessaria precisa conoscenza della composizione delle classi e degli alunni inseriti, al fine di operare una corretta assegnazione del personale. In ogni caso con un successivo regolamento saranno dettate, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto delegato (e quindi entro il 27 novembre 2017), norme per l’individuazione dei criteri per una progressiva uniformità su tutto il territorio nazionale della definizione dei profili professionali del personale destinato all'assistenza per l’autonomia e per la comunicazione personale, in coerenza con le mansioni dei collaboratori scolastici come ridefinite dalle norme del decreto, anche attraverso la previsione di specifici percorsi formativi propedeutici allo svolgimento dei compiti assegnati, fermi restando gli ambiti di competenza della contrattazione collettiva.

Personale docente
Per quanto riguarda il personale docente si devono evidenziare soprattutto alcune importanti soppressioni di disposizioni rispetto al testo approvato originariamente dal Consiglio dei ministri.
L’articolo 12 del testo originario, nell’istituire per tutti gli ordini e gradi di scuola le sezioni per il sostegno didattico nell’ambito dei ruoli regionali costituiti dal comma 66 dell’articolo 1 della legge 107/2015, disponeva al comma 2 che i docenti assunti a tempo indeterminato sui posti di sostegno, in possesso dei requisiti e comunque nel limite dei posti vacanti e disponibili dell'organico dell'autonomia, potessero chiedere il passaggio sui posti comuni, trascorsi dieci anni scolastici di appartenenza nelle sezioni dei docenti per il sostegno didattico, computando a tal fine anche il servizio prestato sul posto di sostegno in epoca antecedente all'assunzione in ruolo a tempo indeterminato, purché il predetto servizio fosse stato svolto con il possesso dello specifico titolo di specializzazione. Questa norma non è stata confermata nel corrispondente testo definitivo (ora articolo 11) e questa soppressione pone ora un problema interpretativo: i docenti assunti sui posti delle sezioni per il sostegno didattico sono liberati dal vincolo di permanenza oppure si riterrà ancora applicabile l’attuale vincolo quinquennale? O avranno a questo punto – senza alcun vincolo temporale – la possibilità di chiedere il normale passaggio di ruolo? Nel testo definitivo alla soppressione del citato comma non è seguita alcuna ulteriore regolamentazione della questione e quindi sarà necessario un sollecito chiarimento in merito.
Come si ricorderà nel precedente intervento a commento del testo originario del decreto delegato sull’inclusione avevo messo in evidenza le norme che si intendeva introdurre per garantire la continuità educativa e didattica per gli alunni e gli studenti con disabilità.
Ebbene il testo definitivo, dopo aver confermato che il dirigente scolastico avrà la possibilità di utilizzare sulle attività di sostegno didattico anche i docenti appartenenti all’organico dell’autonomia, proponendo loro, purché in possesso della specifica specializzazione, di svolgere anche attività di sostegno didattico per valorizzarne le competenze professionali e garantire la piena attuazione del piano annuale di inclusione, ha in parte modificato una delle più rilevanti (e pubblicizzate) innovazioni introdotte dal decreto legislativo: si prevedeva, infatti che al fine di agevolare la continuità educativa e didattica il dirigente scolastico, dopo aver compiuto una valutazione dell'interesse dell'alunno e dello studente, avrebbe potuto proporre ai docenti già assunti con contratto a tempo determinato per i posti di sostegno didattico – ma solo dopo l'avvio delle lezioni – un ulteriore contratto a tempo determinato per l'anno scolastico successivo, nei limiti previsti dall'articolo 1, comma 131, della legge n. 107, e quindi per non più di 36 mesi anche non continuativi. Il testo definitivo, che conferma sostanzialmente quanto già previsto, ha introdotto, tra gli elementi da valutare ai fini della riproposizione del contratto a tempo determinato, anche l’eventuale richiesta della famiglia. Questa comunque – contrariamente a quanto ventilato da alcuni siti di informazione scolastica – dovrà essere oggetto di valutazione da parte del dirigente ma non vincolerà la sua decisione.

La formazione iniziale
Un’altra importante soppressione di norma rispetto al testo originario riguarda le modalità di acquisizione dei titoli di specializzazione per le attività di sostegno didattico. Infatti nel testo definitivo sono state confermate soltanto le norme riguardanti il settore della scuola dell’infanzia e primaria, mentre non è più presente la regolamentazione a carattere transitorio per il conseguimento di tali titoli per la scuola secondaria: tale conseguimento, quindi, potrà avvenire soltanto attraverso le procedure definite dal decreto legislativo 59/2017, riguardante la formazione e l’accesso nei ruoli della scuola secondaria di primo e secondo grado.

La formazione in servizio
Le istituzioni scolastiche, nell’ambito della definizione del piano di formazione inserito nel Piano triennale dell’offerta formativa, individuano le attività rivolte ai docenti, a tutti, quindi, anche se in particolare a quelli delle classi in cui sono presenti bambine e bambini, alunne e alunni, studentesse e studenti con disabilità certificata, in relazione alle scelte pedagogiche, metodologiche e didattiche inclusive e coerenti con i piani degli studi individualizzati. Il piano dovrà individuare, nell’ambito delle risorse disponibili, anche le attività formative per il personale ATA, volte a sviluppare, in coerenza con i profili professionali, le competenze sugli aspetti organizzativi, educativo-relazionali e sull’assistenza di base, correlate all’inclusione scolastica. Il personale ATA –e si tratta quindi di un obbligo di servizio – è tenuto a partecipare periodicamente a tali iniziative formative. Il MIUR dovrà poi definire con un proprio provvedimento, per l’emanazione del quale la legge non prevede un termine, le modalità della formazione in ingresso e in servizio dei dirigenti scolastici sugli aspetti pedagogici, organizzativi e gestionali, giuridici e didattici dell’inclusione scolastica.

La composizione delle classi
L’articolo 3, comma 2, lettera d) del testo originario del decreto prevedeva come compito della Stato la costituzione delle sezioni per la scuola dell’infanzia e delle classi prime per ciascun grado di istruzione, in modo da consentire, di norma, la presenza di non più di 22 alunni ove siano presenti studenti con disabilità certificata, fermo restando il numero minimo di alunni o studenti per classe previsto dalla normativa vigente. Questa norma è stata soppressa e quindi dovrebbe rimanere operativo quanto disposto nella decretazione sulla formazione della classi attualmente vigente, che, in presenza di alunni con handicap certificato, raccomanda una composizione delle classi con non più di 22 bambini/alunni (DM 81/2009) ma impone di non superare il numero di 20 alunni nel caso di inserimento di più di un alunno disabile.

Il percorso dell’inclusione: un arretramento?

Il decreto legislativo 66 introduce un percorso che in qualche modo – lo vedremo meglio tra breve – sottrae alle istituzioni scolastiche un compito essenziale: quello di guidare il percorso di inclusione anche attraverso il sostegno di altri soggetti istituzionali ma avendo un ruolo centrale, e prevalentemente educativo-didattico, nella realizzazione di questa importante finalità della scuola. Ritengo che questa scelta rappresenti un netto arretramento rispetto alla cornice normativa e alle pratiche che hanno caratterizzato la cultura dell’inclusione, a partire dalla legge 517/1977 e fino alla legge 104/1992 e alle relative disposizioni attuative (in particolare l’Atto di indirizzo emanato con il d.P.R. 24 febbraio 1994).
Le disposizioni contenute nel decreto intervengono ampiamente sulla legge 104 in parte burocratizzando ulteriormente le procedure di accesso al diritto alla prestazione didattica (art. 5). La certificazione per l’accertamento della disabilità è rilasciata dalle Commissioni mediche secondo la Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Correlati (ICD) dell’OMS. Il Profilo di funzionamento, redatto dall’Unità di valutazione multidisciplinare, sostituisce la Diagnosi funzionale e il Profilo dinamico funzionale, previsti nel citato Atto di indirizzo del 1994: è stilato in base ai parametri clinici previsti dalla Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), secondo un modello bio-psico-sociale che può limitarsi a certificare la patologia senza correlarla direttamente al grado di gravità della disabilità individuale ed ai conseguenti dispositivi didattici per l’inclusione scolastica. Questo aspetto costituisce una criticità sostanziale: il Profilo, infatti, predetermina la quantificazione delle risorse e la natura degli interventi, sottraendone la definizione all'iniziativa dei soggetti (istituzioni scolastiche e genitori) che hanno un diretto interesse alla realizzazione del processo di inclusione. I genitori del soggetto disabile svolgono, in sede di redazione del profilo (fase decisiva del processo), un compito di generica “collaborazione”, mentre la presenza dell'istituzione scolastica direttamente interessata non è garantita, essendo prevista “la partecipazione di un rappresentante dell'amministrazione scolastica, individuato preferibilmente (bontà loro! Ndr) tra i docenti della scuola frequentata” (e quindi genericamente e non con riferimento specifico ai docenti che saranno impegnati direttamente nel percorso di inclusione).
A mio avviso la nuova disciplina rischia di provocare una marginalizzazione del ruolo della scuola nella sua essenziale funzione pedagogica: le nuove norme privilegiano piuttosto gli aspetti organizzativo-gestionali dei processi di inclusione e la costituzione dei nuovi Gruppi di lavoro (art. 9) sembra muoversi chiaramente in questa direzione.
Il Gruppo di Lavoro Interistituzionale Regionale (GLIR), incardinato negli Uffici scolastici regionali – anche se la sua composizione, l’articolazione, le modalità di funzionamento, la sede, la durata, nonché l’assegnazione di ulteriori funzioni per il supporto all’inclusione scolastica saranno definite con un successivo decreto ministeriale, per il quale, peraltro, non è stabilito neppure un termine di emanazione – sarà presieduto dal dirigente dell'USR o da un suo delegato e dovrà essere garantita la partecipazione paritetica dei rappresentanti delle regioni, degli enti locali e delle associazioni delle persone con disabilità maggiormente rappresentative.
Il Gruppo per l'inclusione territoriale (GIT), incardinato negli ambiti territoriali, è l’organismo che gestisce un passaggio fondamentale: valuta e verifica le proposte di quantificazione delle risorse formulate dai dirigenti scolastici per poi presentare le relative proposte di organico all’USR, terminale amministrativo che le assegnerà alle istituzioni scolastiche: risulta composto da un dirigente tecnico o scolastico, che lo presiede, da tre dirigenti scolastici dell'ambito territoriale, cui si aggiungono tre docenti (due complessivamente per la Scuola dell’infanzia e del primo ciclo e uno per il secondo ciclo). Per “ulteriori compiti di consultazione e programmazione delle attività”, e quindi al di fuori dei compiti di valutazione/verifica, il GIT sarà integrato dalle associazioni rappresentative delle persone con disabilità nel campo dell'inclusione scolastica e dagli enti locali e dalle Aziende sanitarie locali.
Il GIT, in qualità di organo tecnico, sulla base del Piano per l’inclusione, dei Profili di funzionamento, dei Piani educativi individualizzati, dei Progetti individuali ove esistenti, trasmessi dai singoli dirigenti scolastici, e dopo aver sentiti questi ultimi in relazione ad ogni bambina o bambino, alunna o alunno, studentessa o studente con disabilità certificata, verificherà la quantificazione delle risorse di sostegno didattico effettuata da ciascuna scuola e formulerà una proposta all’USR, che, infine, assegnerà le risorse nell'ambito di quelle esistenti nell'organico dell'autonomia per i posti di sostegno (precisamente nelle apposite nuove sezioni create ad hoc dall'articolo 11 del decreto 66).
Il Gruppo di lavoro per l'inclusione (GLI), che in questo schema piramidale è attivato presso ogni istituzione scolastica, sostituisce il GLH di Istituto e i GLH operativi previsti dall’Atto di indirizzo del 1994. Anche in questo caso, dai compiti assegnati al GLI si evince che ci troviamo di fronte ad un organismo preposto prevalentemente agli aspetti organizzativo-gestionali: supporta il collegio dei docenti nella definizione e realizzazione del Piano per l'inclusione, nonché i docenti contitolari e il Consiglio di classe nell'attuazione del PEI. In sede di definizione e attuazione del Piano di inclusione, il GLI si avvale della consulenza e del supporto degli studenti, dei genitori e delle associazioni delle persone con disabilità maggiormente rappresentative del territorio nel campo dell’inclusione scolastica. Al fine di realizzare il Piano di inclusione e il PEI, il GLI collabora con le istituzioni pubbliche e private presenti sul territorio.
Naturalmente sarà compito di altri valutare con attenzione quali saranno le effettive conseguenze del panorama normativo che ho descritto, che comunque dovrà trovare una piena definizione attraverso altri provvedimenti ministeriali. Quando il quadro sarà completo emergeranno ulteriori elementi di valutazione, alla luce dei quali potremo tornare su questa delicata materia con una più chiara comprensione della direzione che prenderanno i processi di inclusione.
 

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