Caro insegnante…

Adempimenti burocratici a dir poco barocchi spesso affaticano i docenti, disamorandoli del loro mestiere. Una lettera aperta di Mario Maviglia per ricordare che la buona scuola la fanno i buoni insegnanti. Quelli che stanno in aula con il cervello e col cuore. 

di Mario Maviglia · 24 aprile 2016
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Paolo Bernacca per "La Vita Scolastica".

La formazione che non c'è, gli stanchi e i mimetizzati

La vita è diventata molto complicata, caro insegnante. Forse fare il docente non è mai stato molto facile, ma adesso è ancor più difficile. Preso da mille incombenze, ti vedo affaticato, spesso demotivato. Sul piano pedagogico hai dovuto convertire le consolidate certezze sulla programmazione per obiettivi con le (spesso fumose) proposte del lavorare per competenze . Molti tuoi colleghi si sono mimetizzati bene: dicono “competenze”, ma pensano “obiettivi” o “conoscenze”, e proseguono il loro lavoro secondo un tran tran non scalfito dal tempo. Il problema è che per implementare dei nuovi paradigmi culturali serve non solo tempo, ma anche un’ adeguata formazione e nel corso di questo ultimo decennio la formazione a scuola è stata relegata in un angolo, affidata alla pervicacia di dirigenti impopolari e alla buona volontà di docenti masochisti. Forse cambierà qualcosa con la legge 107. Staremo a vedere.

Il moloch della burocrazia

L’affaticamento nasce anche dalla pesante burocratizzazione che ha investito il tuo lavoro. Una parte significativa del tuo tempo infatti la trascorri a compilare registri, relazioni, modelli, schede. La digitalizzazione ha portato, paradossalmente, ad un aumento delle incombenze burocratiche dei docenti . Oggi appena ti azzardi a pensare o ad esplicitare che un allievo di scuola primaria abbia qualche difficoltà di apprendimento sarai chiamato a scrivere relazioni, elaborare piani didattici personalizzati et similia. Alla fine, ciò che sfugge è la realtà del bambino in carne ed ossa, perché si rischia di perdere il tempo e le energie a soddisfare le esigenze burocratiche dell’apparato-scuola più che a lavorare concretamente per quel bambino nella concreta situazione didattica. E con questo non vogliamo misconoscere il valore della progettazione e della documentazione, ma il tutto deve essere svolto sotto il segno della sobrietà e soprattutto avendo di mira l’obiettivo che si vuole raggiungere. Talvolta si ha l’impressione che il moloch della burocrazia abbia colpito anche il lavoro magistrale, imbrigliandolo in una rete vischiosa di adempimenti, ed è un moloch spietato che richiede continui sacrifici adempistici.

La scuola, l'azienda, la pedagogia

In altre occasioni abbiamo sostenuto che c’è un’operazione strisciante di allontanamento dell’insegnante dalle attività di aula, come se l’attività di insegnamento venisse vissuta alla stregua di un “lavoro sporco”, poco dignitoso; per converso la parte nobile sarebbe costituita dalle azioni di coordinamento, di promozione di rapporti, di tessitura di legami al di fuori dell’aula. Ma a pensarci bene il “lavoro sporco” costituisce il senso stesso del fare l’insegnante, ossia promuovere l’apprendimento negli alunni, far nascere passioni verso il sapere e la conoscenza. Questa dimensione squisitamente pedagogica rischia di essere soppiantata da un approccio aziendalistico e gestionale. Non sappiamo se la 107 invertirà questa rotta: è ancora presto per dirlo. Molto può essere fatto all’interno delle singole scuole, ricominciando a parlare di didattica , rifocalizzando il tema della relazione educativa alla luce dei profondi cambiamenti avvenuti in questi anni, soprattutto per quanto riguardo il debordante peso della tecnologia e le sue profonde ripercussioni sugli allievi.

Quando i conti non tornano: il rapporto OCSE-PISA e i bandi

Caro docente, qualche mese fa l’OCSE-PISA ha sottolineato che i nostri quindicenni non raggiungono risultati soddisfacenti in matematica , eppure non abbiamo sentito proposte per affrontare questo problema. Viceversa vediamo invase le nostre scuole da molteplici bandi sui temi più disparati, in una logica di competizione tra scuole non sappiamo quanto proficua. Per tornare all’esempio della matematica, forse bisognerebbe concentrare le risorse su questa emergenza e dare ad ogni scuola (o alle realtà che presentano performance insoddisfacenti) le risorse necessarie per affrontare il problema . Che vuol dire entrare nel merito della didattica, della mediazione educativa e della relazione. Vuol dire ridare centralità alla figura del docente e ai suoi “attrezzi del mestiere” di bruneriana memoria. Non sarà facile perché occorre – come dice Recalcati - “ riattivare le dimensioni vitali dell’ascolto e della parole , rianimare desideri, progetti, slanci, visioni in una generazione cresciuta attraverso modelli identificatori apaticamente pragmatici, disincantati, cinici e narcisistici, nutrita da un uso smodato della televisione e dal regime della connessione perpetua in rete” ( L’ora di lezione ). La buona scuola la fanno i buoni insegnanti.

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