C’era una volta la scuola dei cinesi…

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Viaggio nelle scuole dell’integrazione. Una scuola connotata da uno stigma – la scuola dei cinesi – dalla quale talvolta i genitori italiani si allontanavano, diventa una scuola che attrae oltre le sue possibilità di accogliere. Di Gilberto Bettinelli.  

scuola ingresso scala

“Noi abbiamo passato tutte le fasi dell’inserimento degli alunni stranieri, dalla situazione di frontiera a quella attuale. Siamo un buon osservatorio di come può evolvere l’integrazione e possiamo infondere fiducia alle scuole che ancora stanno affrontando le problematiche dell’accoglienza e della prima integrazione”. Dice così Roberto Bellini, dirigente dell’IC di via Giusti a Milano composto da una primaria e una secondaria di primo grado collocate nella cosiddetta China Town milanese, oltre che da una primaria nel limitrofo quartiere Garibaldi.
La percentuale degli alunni di origine cinese è diminuita negli anni da oltre il 40% all’attuale, piuttosto stabile, 27%. No, non sono stati cacciati. Il fatto è che sono tornati gli italiani che prima se ne andavano: già molti non entravano alla primaria ma la grande fuga era nel passaggio alla scuola media. Per molti genitori era ancora accettabile la frequenza della primaria insieme ai “cinesi” per ragioni di vicinanza ma alla scuola media occorreva che non ci fossero “pesi” – gli alunni stranieri - a rallentare. Ma ora, da qualche anno, dice il dirigente, durante le riunioni di presentazione del nostro istituto non si sentono più domande come “ma quanti stranieri ci sono?” e “il programma non risente della loro presenza?”. Ora la primaria ha quattro sezioni per classe, la secondaria di primo grado ne ha cinque, con una lista di attesa che varia da venti a quaranta nominativi. Quel che si dice una scuola attrattiva, non è più vista come la scuola dei cinesi.
Che cosa è successo? Non è avvenuto per caso. Roberto Bellini elenca quelle che definisce ragioni “oggettive”: riduzione dei neo arrivati, gran parte degli alunni cinesi nati in Italia, presenza di seconde e già di terze generazioni, riduzione ai minimi termini del fenomeno, imponente fino a qualche anno fa, dei bambini rimandati per alcuni anni in Cina presso parenti a imparare la lingua e il modo di vita cinese... Ma già in questo’ultimo ambito la scuola ha giocato la sua parte, dando ospitalità e coordinanandosi con le numerose associazioni cinesi che tengono corsi di cinese, talvolta in competizione fra loro: il dirigente si è posto come figura riconosciuta di mediazione e coordinamento delle diverse iniziative. Sì, certo, dico, fattori oggettivi ma il dato dell’aumento delle classi nel tempo indica fiducia dei genitori e la fiducia si conquista con la proposta formativa. Dunque che avete fatto? Il dirigente mi parla con passione di un grande progetto di 3 + 3 anni sostenuto dalla Fondazione Cariplo e condotto insieme all’Università di Milano Bicocca, la Comunità Sant Egidio e altre realtà milanesi.

Un progetto di largo respiro fatto di azioni e attenzioni

I primi tre anni sono stati centrati sulla creazione di rapporti stabili con le famiglie cinesi e il territorio: abbiamo capito che in Cina è la scuola che va alla famiglia e non il contrario e che la figura del dirigente ha per i cinesi uno spessore significativo, autorevole. Questo ha significato anche andare a casa di qualche famiglia e dire: così non va, la frequenza del ragazzino è troppo saltuaria. Sono state tenute riunioni con i genitori cinesi, con l’aiuto di mediatori culturali “informali”, genitori anche loro, pubblicati opuscoli e moduli burocratici in cinese, instaurate strette relazioni con le associazioni del territorio. In contemporanea sono stati avviati laboratori pomeridiani di aiuto allo studio e ai compiti. Un’attività veramente importante che ha permesso a molti bambini e ragazzi cinesi, ma anche italiani, di divenire consapevoli delle proprie capacità, di percepirsi non più come “poverini che arrancano”, e d’altra parte anche molti insegnanti hanno compreso che quei loro alunni ce la potevano fare, ce la facevano. E l’hanno compreso anche molti genitori italiani. Questo è stato un grande cambiamento di visione che ha infuso fiducia agli uni e agli altri. I successivi tre anni sono stati centrati maggiormente sulla qualità della proposta didattica di cui anche l’organizzazione è una parte importante. Alla scuola secondaria di primo grado è stata eliminata la distinzione fra classi a tempo prolungato e tempo normale, le prime inevitabilmente affollate di stranieri e di vari casi di italiani. Piazza pulita: “abbiamo mescolato le classi e aperto laboratori pomeridiani, artistici – espressivi – sportivi – linguistici, per chi voleva o doveva rimanere a scuola”. Ora la richiesta della frequenza a questi laboratori è superiore alla nostra capacità di accogliere. Ci siamo connotati come scuola esperienziale, dice il dirigente, e chi chiede di iscriversi qui lo fa per questo, altre scuole del circondario sono più “classiche”, e va bene così. D’altra parte i nostri risultati INVALSI sono superiori alla media nazionale. E’ vero, abbiamo ancora qualche problema con gli alunni cinesi, non in matematica ovviamente, ma i progressi sono evidenti e uno dei punti del nostro piano di miglioramento è proprio il riallineamento degli esiti. Ma già ora fra gli alunni cinesi emergono vere e proprie eccellenze che non sempre poi scelgono percorsi scolastici a loro confacenti dopo la media. Soprattutto per le ragazze in più occasioni le insegnanti sono intervenute per convincere le famiglie, che le vorrebbero presenti nelle attività economiche famigliari, a iscriverle a corsi di studio impegnativi: “la ragazza studierà e contemporaneamente vi darà una mano, ma deve studiare e lei sa prendersi questo impegno”.

Non ci sono più gruppi separati

Certo la partecipazione dei genitori cinesi alla vita della scuola è ormai consolidata nei momenti di incontro formali e informali mentre restano quasi assenti nell’Associazione Scolastica, che nel tempo ha sostituito i comitati dei genitori. L’Associazione Scolastica comprende genitori, insegnanti e alunni che vogliono aderirvi e ha la finalità di sostenere la progettualità della scuola mediante iniziative di vario tipo (feste, eventi sportivi ecc.) che costruiscono senso di appartenenza oltre che per raccogliere fondi. I genitori cinesi partecipano a tali iniziative ma non ancora alla loro organizzazione, anche se alcuni di loro, sollecitati, danno qualche contributo operativo. Chiedo a Bellini come sono i rapporti fra bambini e ragazzi cinesi e italiani. Mi dice che dalla finestra da cui li osserva quando sono in cortile ormai non vede più, come anni fa, gruppi separati per nazionalità, bensì relazioni fluide e interetniche. Come del resto gli risulta che gli inviti alle feste di compleanno fuori della scuola coinvolgono tutti i compagni di una classe. Come e se ci siano relazioni amicali fra cinesi e italiani fuori della scuola – sarebbe un segno di vera inclusione - non è facile sapere ma la scuola avrà dei dati su cui lavorare ben presto grazie a una ricerca in corso con un docente dell’Università dell’Insubria che tocca diversi aspetti della scolarità e delle relazioni degli alunni, italiani e stranieri.

Questa scuola è un arcobaleno

Lasciando il dirigente, colgo nella sua voce una preoccupazione riguardo al cambiamento consistente nel corpo docente: molti insegnanti stanno andando in pensione tutti insieme e i nuovi non hanno fatto in tempo ad assorbire lo spirito che sin qui ha animato i docenti “senior” che sapevano di essere in una situazione in cui dal loro operato dipendeva l’integrazione, avendo vissuto i tempi dell’emergenza e le fasi successive sapevano che niente avviene per caso, che occorre stare sul pezzo. Gli chiedo allora: “Che immagine hai di questa tua scuola?”. "L’arcobaleno, mi risponde senza esitazione, io sto bene qui, bambini e ragazzi pure, gli insegnanti e i genitori anche. C’è fiducia, serenità. Ne abbiamo passate così tante!". Allora mi sovviene Rodari: dopo la pioggia viene il sereno, brilla in cielo l’arcobaleno…

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