Singolare “terremoto”, plurale “terremoti”

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Il terremoto in Emilia, a Mantova, a Rovigo... e in Abruzzo. L'esperienza di una scrittrice che ha imparato dai bambini.

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Dall’Abruzzo all’Emilia, le scene dei terremoti sono purtroppo le stesse: case, dove prima scorreva tutta una vita, dimenticate e chiuse nel silenzio. Crepe enormi che come rampicanti famelici segnano i pochi muri rimasti in piedi. Chiese ferite, campanili e torri crollate, la città religiosa e quella civile che si abbracciano a terra tra i detriti, tanti detriti. E tende azzurre, tra le quali si muovono tanti volontari instancabili. E tanti bambini.

In tanti abbiamo dato la nostra disponibilità per offrire aiuto, ma soprattutto per portare un segno di amicizia e solidarietà, che è il bene più prezioso, in queste situazioni. Ho chiamato una mia amica a Modena, dopo la prima lunghissima scossa di terremoto che ha interrotto anche la mia notte, a Varese. Era ancora sotto shock, e indecisa sul da farsi, su dove andare, e restia come molti altri a lasciare la propria casa. Poi ho chiamato Carla a Mantova. Carla è una dirigente scolastica, e il primo suo pensiero è stato: parlate anche di Mantova, e di Rovigo... non c’è solo l’Emilia. Anche noi abbiamo bisogno di solidarietà, soprattutto i bambini.

Conosco quello che succede, negli animi delle famiglie e dei bambini. Il terremoto non è solo la paura per quella prima grande scossa, ma l’ansia ripetuta per ogni altra piccola e più grande scossa nei tanti giorni che seguono. La terra sembra non fermarsi mai, e quel riparo, tenda o roulotte che sia, predisposto per i primi giorni, diventa un rifugio per un mese. E forse più. La vita quotidiana muta di segno, si rompono le abitudini ed è difficile, per ogni adulto, prenderne di nuove. La coesione sociale, tra gli emiliani, è notoriamente una grande risorsa insieme ad una grande vitalità. Il lavoro, che ci si sforza di riprendere quanto prima, è un’altra grande molla. Ma i bambini? Per i bambini non c’è più la scuola, che li teneva uniti e impegnati, e l’opera dei volontari si fa importante per aiutarli a creare nuove abitudini e nuovi interessi.

I bambini sono un grande risorsa, perché si adattano prima e meglio a una nuova situazione. E non solo perché non comprendono forse fino in fondo la gravità di un’emergenza, o di un rischio. Ma perché vivono il presente come gli adulti hanno disimparato a fare. Le loro teste, e le loro anime, non sono sul “cosa farò oggi”, e ancora meno sul “cosa ho fatto ieri”, ma sul: “cosa posso fare adesso” e "cosa potrò fare domani”. I bambini, se ben sostenuti, riescono a trovare anche nelle emergenze un’occasione di sorriso e di atteggiamento costruttivo.

I miei interventi nelle scuole dell’Aquila, che sono seguite di poco al terremoto, ma anche quelli che ho fatto nell’anno successivo, mi hanno insegnato molto. A un anno dal terremoto ho lavorato per alcuni giorni con gli alunni della scuola elementare Giovanni XXIII dell’Aquila, e dopo ne ho incontrato i genitori in un momento assembleare. Con loro i momenti di confronto sono stati importanti, ed ho voluto trasmettere agli adulti i tanti messaggi che i loro bambini mi avevano dato, attraverso i loro testi, e nel nostro lavoro insieme. Avevo portato una bacchetta “magica”, una lunga bacchetta di vetro con dentro un liquido misterioso che trasportava su e giù delle stelline magiche tutte colorate. Con quella, ognuno di loro, poteva dire ad alta voce il proprio desiderio, sicuro che, con la magia, si sarebbe realizzato.

I desideri c’erano ed erano tanti, ma non erano desideri di bambini. I ragazzi dicevano: “vorrei che il tempo tornasse indietro, a mezz’ora prima di quel giorno di aprile...” “vorrei che la mia città ritornasse come prima” “vorrei che l’Aquila tornasse bella come era prima…”, e così via. Solo dopo altri due tentativi, inframmezzati da un lungo e paziente lavoro di tipo psicologico, i bambini sono tornati “bambini”, e hanno finalmente chiesto alla bacchetta magica di realizzare i loro sogni, quelli che si erano acquattati in fondo ai loro cuori: diventare un pilota di formula uno, o un grande calciatore... una ballerina, una cantante... un pilota di aereo...

Spesso le paure e le ansie, più che motivate, che tormentano gli adulti-genitori, si trasmettono sui bambini-figli, condizionandoli alla loro visione del presente e del futuro che è schiacciata, in questo caso, sul ricordo di un passato non più ripetibile. Così facendo, gli adulti non solo oscurano la positività dei bambini, ma ne condizionano le reazioni. I bambini così dimenticano di essere bambini, e divengono adulti prima del tempo. E gli eventi drammatici che stanno vivendo o che hanno vissuto, ovviamente accelerano questo processo di crescita forzata.

Appaiono in tutti forti stress post-traumatici, e diviene difficile aiutarli in un contesto familiari e sociale che vive lo stesso tipo di stress e lo vive quotidianamente. Il terremoto non è facile da superare, perché è sempre presente, la terra trema per giorni, settimane, mesi. E le macerie e l’instabilità della vita diviene situazione problematica endemica, difficile da sopportare e da superare. Le macerie sono lì, le ferite sono lì, sotto gli occhi, sempre. Anche volendo, è impossibile dimenticare, o pensare ad altro.

Ma i bambini possono viverla meglio, l’emergenza, perché sanno adattarsi meglio. Sarebbe più positivo, per tutti, seguirne l’entusiasmo e la positività, il coraggio e la loro forza semplice. Non si deve fermare la loro capacità di adattamento, ma cercare di imitarla. Non dobbiamo spegnere la loro propensione verso il futuro, la loro speranza, ma impararne la formula.

Dovremmo imparare dai bambini, ed usare la loro forza come risorsa. E non invece attirarli nel buco nero della nostra incertezza e disperazione. Guardare il loro sorriso, e magari aprire in noi uno spazio per accoglierlo.

In maggio, appena un mese dal terremoto, ero a Roseto degli Abruzzi, dove erano sfollate più di 2.000 famiglie colpite dal terremoto, la maggioranza proveniente dall’Aquila. Mi accompagnava, dall’hotel alla scuola, e poi magari a cena insieme, una insegnante dell’Aquila, Anna Rita. Roseto non è diverso da molte cittadine della costa adriatica: c’è la ferrovia, la strada, e poi il mare. Le strade sono tracciate tutte perfettamente perpendicolari: di qua la collina, di là il mare. Impossibile sbagliarsi. E invece lei si perdeva, sempre, e costringeva la sua macchina, e me, a giri interminabili, accompagnati da gesti di impazienza, come dire: “Ma come si fa, qui a Roseto, ad orientarsi?”

Una delle prime sere, avevamo appuntamento con altre amiche dell’Aquila in un bar sul lungomare. Durante quel faticoso e arduo tragitto mi raccontò:
“Ma lo vedi? Pensa che ero qui da un mese, e tutti i giorni su e giù, giù e su in questo posto. Poi uno dei miei alunni, della mia classe di sfollati, mi fa: “Maestra, ma in fondo qui si sta proprio bene. C’è la spiaggia e il mare!” Ed io mi sono resa conto che ancora non c’ero mai stata sulla spiaggia, né mi ero mai fermata a guardare il mare.”
E quel mare, era davvero proprio bello!

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