L’importanza di moltiplicare gli sguardi

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Che cosa chiede la legge sui Bisogni Educativi Speciali agli insegnanti? Si tratta di inserire i ragazzi in classificazioni precostituite, o piuttosto di mettere uno sguardo differente e flessibile su ogni allievo, perché ogni allievo è un mondo a sé? 
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Immagine tratta dal sito artsforge

Il passaggio dalla scuola materna alla primaria implica per i bambini un grande cambiamento esistenziale: il contesto di apprendimento è nuovo, i consueti punti di riferimento scolastici mutano e gli stessi adulti attivano nei confronti dei bambini aspettative diverse rispetto a prima.

Accade spesso che gli allievi in questa fase si sentano disorientati, a disagio, impauriti, attraversino momenti di crisi nel separarsi dall’ambiente familiare, avvertano il peso e la responsabilità per il nuovo corso di vita.

Per questo è particolarmente importante che gli adulti (insegnanti e genitori) agevolino questo passaggio rassicurando i bambini e aiutandoli a elaborarlo.

La storia di Luca

Luca non ha ricevuto questa rassicurazione da parte degli insegnanti e il suo ingresso nella scuola primaria si è rivelato tutt’altro che semplice.
Le sue maestre l’anno precedente hanno insegnato in una classe quinta e probabilmente adesso non sono attrezzate a reggere il confronto con i più piccoli.
Sin dal primo giorno chiedono agli allievi di stare seduti a lungo, mentre loro conducono una lezione frontale. Non propongono attività di accoglienza per creare il gruppo classe e per aiutare i bambini a metabolizzare il passaggio al nuovo ordine di scuola. Esigono da subito silenzio e attenzione.

Non tutti rispondono bene: alcuni allievi fanno fatica ad adattarsi alle nuove regole e Luca è uno di loro. Ha atteso con ansia nei mesi estivi l’inizio della nuova scuola, fidandosi degli adulti che gli garantivano che sarebbe stata una bella avventura. Sin dai primi giorni però la realtà ha tradito le sue aspettative: le maestre sono esigenti e poco empatiche. Lo riprendono continuamente quando si alza dal banco e gli fanno notare i suoi limiti. Accade così che ogni mattina si rifiuti di andare a scuola piangendo disperatamente. Convinto in vario modo dai genitori ad andarci, esprime il suo disagio con enuresi notturna.

Il Piano Didattico Personalizzato

Al secondo mese di scuola le insegnanti convocano i genitori. Al colloquio li informano che il bambino si rifiuta di stare seduto a lungo, fa fatica a rispettare i confini del foglio ed è molto emotivo. Senza neanche ascoltare il punto di vista dei genitori, sostengono che Luca ha Bisogni Educativi Speciali (BES) e che è necessario elaborare un Piano Didattico Personalizzato (PDP), per proporre al bambino attività facilitate rispetto ai compagni di classe. Ipotizzano, inoltre, che Luca possa avere problemi di disattenzione e iperattività e che potrebbe valer la pena consultare uno specialista a riguardo.

I genitori sono sconcertati. Il bambino è sempre stato vivace ma anche capace di applicarsi in compiti lunghi e impegnativi se per lui stimolanti. È cresciuto in una casa in campagna ed è abituato a muoversi tanto. Il suo dinamismo, tuttavia, non sembrava affatto dovuto a un eccesso di agitazione e di irrequietezza.

La famiglia a un bivio

La famiglia vive con una certa inquietudine la situazione scolastica di Luca: Il bambino non è “normale”? Quali errori educativi sono stati commessi finora? Possibile che né la madre né il padre né le insegnanti della scuola dell’infanzia si siano mai accorti delle sue difficoltà?

Che fare? Cambiare scuola, o accogliere il punto di vista e le richieste delle insegnanti?
In entrambi i casi potrebbero esserci degli effetti collaterali. Nel caso in cui il bambino cambi scuola si rischia di ricreare una situazione analoga a quella attuale o anche peggio: dovrà ricominciare in un contesto nuovo e le sue insicurezze potrebbero consolidarsi.
Assecondare le indicazioni delle insegnanti vorrebbe dire, d’altra parte, arrendersi al fatto che Luca ha delle difficoltà “oggettive”, non relative, non contestuali... mentre sembra piuttosto che il suo disagio sia legato al nuovo ambiente scolastico.

Domande senza risposta

Viene da chiedersi tuttavia: le cose sarebbero andate diversamente se le insegnanti fossero state più attente a costruire delle attività di accoglienza per tutti i bambini? Se l’impatto con le nuove modalità di studio fosse stato per Luca meno frustrante? Se ci fosse stata più empatia, più comprensione, più attenzione a costruire un graduale percorso di inserimento nella nuova realtà scolastica che potesse permettere a tutti di adattarsi al nuovo sistema? Se si fossero valorizzati i punti di forza di ciascun bambino, e ognuno avesse ricevuto incoraggiamento e gratificazioni?

La legge sui Bisogni Educativi Speciali

È vero che la Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 e la Circolare Ministeriale n. 8 del 6 marzo 2013 hanno previsto che le scuole (i Consigli di Classe e i Team docenti) debbano identificare gli allievi con Bisogni Educativi Speciali e predisporre per loro un Piano Didattico Personalizzato. Ed è vero il fatto che «ogni alunno, con continuità o per determinati periodi, può manifestare Bisogni Educativi Speciali». Ma per individuare tali bisogni e per farvi fronte, è necessario ascoltare i bambini, entrare in relazione con loro, accogliere l’evidenza che ogni bambino è “diverso” e in continuo divenire. Il compito della scuola, per altro, dovrebbe essere quello di agevolare questo continuo movimento degli allievi, che apprendono proprio grazie a un processo di elaborazione e trasformazione.

In definitiva

Se Luca, in definitiva, seguirà un Piano Didattico Personalizzato, magari sensato per il suo livello iniziale di competenza, ma le insegnanti continueranno a non ascoltarlo, a non relazionarsi a lui, ai suoi bisogni affettivi, al suo senso di inadeguatezza per la nuova realtà, al suo bisogno di adattarsi lentamente a regole e prescrizioni ancora troppo lontane dal suo mondo, la sua “diversità” si consoliderà tanto da rischiare di compromettere il suo percorso scolastico.

Direi che la legge sui BES, in definitiva, non chiede agli insegnanti di seguire la scorciatoia delle comode classificazioni, ma piuttosto di mettere uno sguardo differente e flessibile su ogni allievo, perché ogni allievo è un mondo a sé.

In questa moltiplicazione di sguardi il vantaggio per gli insegnanti sarà quello di avere relazioni più ricche e nutrienti. Perché la relazione è un’occasione di scambio e se si dà, di sicuro, qualcosa in cambio si riceve. Quanto meno perché, secondo la celebre frase della Montessori: «Si impara da chi si ama».
 

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