Integrazione o inclusione?

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Integrazione, inclusione, interazione… parole di largo uso nella lingua della scuola che talvolta sembrano sovrapponibili. Ma non sono intercambiabili e riguardano ambiti e pratiche diverse. Di Gilberto Bettinelli.

integrazione

Di che cosa stiamo parlando quando diciamo o leggiamo di integrazione, inclusione, interazione e di altre parole che vengono usate in relazione agli alunni stranieri e alla scuola interculturale? A che cosa corrispondono nel nostro operare in classe e nell’istituto scolastico quei termini? Soffermarsi sui significati delle parole potrebbe sembrare, in questo caso, una questione di lana caprina, talmente essi paiono scontati. Ma forse non è proprio così, una qualche riflessione sulle parole e sui loro risvolti operativi può aiutare a chiarire idee e pratiche.

C’era una volta l’integrazione…

Nel recente Convegno nazionale dei Centri Interculturali (Piacenza, 21 e 22 ottobre) “Vivere insieme in pari dignità”, una sessione era intitolata “La scuola che include. Indicatori di qualità, esperienze e modelli”, dunque pareva dare per scontato il concetto di inclusione. Quale perciò la differenza con l’integrazione?
È stato fatto notare che a lungo nel nostro paese si è parlato di integrazione, a partire dal 1977 con i primi documenti e orientamenti sull’integrazione degli alunni portatori di handicap nella scuola comune. L’integrazione voleva realizzare l’uguaglianza di accesso alla scuola, eliminare separazioni e ghettizzazioni che non risultavano utili allo sviluppo della persona, che alla fine favorivano o rendevano permanenti le discriminazioni anziché rimuoverle. Gli insegnanti più anziani si ricorderanno ancora le classi differenziali che accoglievano piccoli numeri di alunni scolasticamente “fragili”: costituite per essere provvisorie e mettere in grado i partecipanti di potere essere inseriti in quelle comuni, divenivano per lo più stabili e gli alunni vi rimanevano dalla prima alla quinta.

Con l’arrivo dei bambini immigrati da altri paesi fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, la scuola italiana si è richiamata al suo “spirito integrativo”. Ma un bambino straniero porta con sé un bagaglio culturale e linguistico, relazioni famigliari, riferimenti comunitari che interrogano la scuola: tenerne conto oppure no, e se sì in che modo? Il termine “integrazione” a questo punto rischiava di sottolineare solamente l’aspetto dell’uguaglianza nell’accesso alla scuola, trascurando la dimensione culturale anzi, secondo alcuni, rischiava di promuovere una sorta di assimilazione culturale, di omologazione: hai diritto di stare nella scuola di tutti e non in classi o scuole separate ma la tua lingua materna non è importante, la lasciamo fuori della scuola insieme ad altri aspetti culturali, qui siamo in una scuola italiana.

Lo sappiamo bene che in realtà molte scuole attribuivano all’integrazione significati ampi e spesso accompagnavano le azioni di integrazione con quelle di educazione interculturale ma tant’è, la parola “integrazione” pareva limitativa. Si affaccia allora l’inclusione, concetto mutuato dalla pedagogia anglosassone. Un termine che stranamente, come ha sottolineato il professor Triani a Piacenza, parrebbe andare in direzione opposta a quel che auspichiamo avendo in sé l’idea di chiudere dentro. In realtà oggi l’inclusione indica una nuova fase dell’integrazione, vuole sottolineare l’impegno nel passaggio da una scuola per tutti a una scuola per ciascuno. Su questo torneremo nel prossimo articolo.

... e c’è ancora?

Dunque l’integrazione è obsoleta? Secondo studiosi di diverse discipline l’integrazione chiama in causa la dimensione economica e sociale. Per sintetizzare a grandi linee: se la popolazione italiana si distribuisce in un certo modo fra diverse fasce di reddito e invece la popolazione immigrata si colloca prevalentemente nelle fasce più basse, non si può parlare di piena integrazione. Come non lo si può dire o si parla di integrazione non piena se la percentuale di disoccupati fra i cittadini immigrati è di molto superiore a quella dei cittadini italiani.
Ancora meno integrativa sarebbe una società in cui i cittadini di origine straniera magari qui da molti anni o addirittura in possesso di cittadinanza italiana, fossero collocati prevalentemente nelle fasce di reddito più basse, fra i disoccupati, nei quartieri più disagiati, fra coloro che hanno bassi titoli di studio ecc. Tutto ciò ha a che fare con la nostra scuola? Certamente.
Consideriamo queste domande:
• Qual è la percentuale di bocciati fra gli alunni cittadini italiani (CI) e quella fra ii cittadini non italiani (CNI)?
• Qual è la percentuale di alunni in ritardo scolastico nei due gruppi sopra indicati?
• Quali sono gli esiti alle prove INVALSI?

Se vogliamo essere più accurati potremmo distinguere fra gli alunni CNI coloro che sono nati in Italia, le cosiddette seconde generazioni (G2) da quelli arrivati successivamente dopo aver frequentato scuole nel loro paese. Scarti significativi fra le percentuali relative ai CI e ai CNI indicano lo stato dell’integrazione nel nostro istituto, scarti tanto più preoccupanti se riguardano anche le seconde generazioni.
Diciamo subito che i dati nazionali, pur segnalando un qualche avvicinamento fra i due gruppi, mostrano scarti ancora rilevanti, anche fra G2 e nativi, nelle prove INVALSI… dunque un’integrazione su cui occorre ancora lavorare. L’integrazione è un processo che richiede consapevolezza, interventi e tempo.

E nel vostro istituto, qual è la situazione dell’integrazione? Se vogliamo parlare di integrazione in senso chiaro, dobbiamo almeno conoscere quel che succede in relazione a quelle tre domande.

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