La scuola aumenta le differenze?

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Doppia bocciatura, problemi, scuole di eccellenza e scuole di recupero, nostalgia della scuola “di una volta”, ricorsi: come fare per costruire una scuola che sia buona per tutti? La riflessione di Giacomo Stella.
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Immagine tratta dal sito www.maisonlab.it

 

È finito l’anno scolastico. Tutti tirano i bilanci. L’immagine che ho io, dal mio osservatorio di chi si occupa di bambini e studenti in difficoltà, è sconfortante. Va sempre peggio. La scuola in questi anni, dopo lo shock iniziale provocato dalla legge 170, si è riorganizzata ed è cominciata una sistematica azione di demolizione degli effetti della legge. Piovono le testimonianze su esami in cui le commissioni dichiarano che non si possono usare gli strumenti compensativi, in palese violazione della legge, oppure di scrutini in cui non viene valorizzata la prestazione orale di uno studente dislessico. Arriviamo al paradosso di un docente che proclama all’esame di maturità che è vietato scrivere in stampato maiuscolo, tranne che per i certificati! Ma in virtù di quale principio si invita a scrivere in stampato in un ufficio postale e si vieta invece in una scuola? In virtù di quale principio l’ispettorato della Motorizzazione concede di ascoltare le domande dei quiz all’esame di patente e invece la scuola non lo permette? Perché nella scuola il principio ispiratore non è la pedagogia, ma la burocrazia!

La doppia bocciatura

È chiaro ormai il cinico disegno degli istituti a sbarazzarsi degli studenti problematici attraverso il sistema della doppia bocciatura. Il meccanismo è semplice: siccome esiste una disposizione ministeriale che prevede che alla seconda bocciatura lo studente sia obbligato a cambiare istituto, accade che se uno studente bocciato nel corso dell’anno in cui ripete non ha risultati tutti perfetti, si decide di affossarlo definitivamente, aggravando la valutazione. Mi scrive una nonna: la scuola che frequenta mio nipote si può paragonare a quella frequentata da mia figlia 25 anni fa, lo stesso modo di insegnare, lo stesso modo di creare problemi alle famiglie che non hanno i figli perfetti come loro li vorrebbero...

Problemi

Purtroppo questa scuola non risolve nessun problema ma li crea. Lo abbiamo già detto altre volte: la scuola va bene solo per chi non ha difficoltà, mentre tutti coloro che hanno qualche problema e che quindi avrebbero più bisogno di aiuto da parte della scuola e degli insegnanti vengono vissuti con fastidio e vanno eliminati, oppure ignorati (con la deresponsabilizzazione della certificazione). Lo diceva già cinquanta anni fa Don Milani: la scuola è come un ospedale che cura i sani! Il successo è certamente garantito e gli istituti fanno a gara nel mostrare le statistiche sul successo dei loro studenti al termine del percorso. Tacciono sulla pulizia “etnica” che viene realizzata nel corso degli anni precedenti. Dove dovrebbe iscriversi uno studente che ha difficoltà di apprendimento? Recentemente ad una famiglia è stato fatto notare che l’ultimo triennio della secondaria non è obbligatorio. Ma la scuola non dovrebbe promuovere il successo formativo dello studente, invece che invitarlo ad uscire dal circuito formativo? O deve solo selezionarli sulla base dei voti?

La scuola “di una volta”

Ormai ci sono le scuole di eccellenza e quelle di recupero, che sfornano diplomi. E chi vorrebbe per il proprio figlio cercare un luogo per aiutarlo a crescere e a sviluppare i suoi talenti e magari compensare le sue difficoltà a chi si rivolge? È oggettivamente difficile trovare scuole che abbiano voglia di impegnarsi in progetti formativi non standardizzati, in cui ci sia veramente spazio per le diversità dei modi di apprendere. Il modello imperante è quello della prestazione ed è deludente osservare che quando si parla di buona scuola non si affrontino mai i nodi della didattica, dei programmi, degli strumenti. Ogni volta che si levano le doglianze sulle scadenti capacità degli studenti di esprimersi, scattano le nostalgie della “scuola di una volta”. È dunque questa la risposta pedagogica? Quella di riferirsi ad un’epoca e ad una scuola in cui solo il 30% della popolazione è in possesso di un diploma e l’11% di una laurea? (dati ISTAT 2014).

La pedagogia è una scienza viva e non può vivere sul passato, trascurando i segnali e gli strumenti del mondo di oggi, non deve appiattirsi sulle mode, ma nemmeno resistere al cambiamento.

I ricorsi al TAR

Tornando al mio osservatorio, certamente parziale in quanto mi occupo di “imperfetti” e svantaggiati,registro un aumento di ricorsi al TAR contro le decisioni della scuola. È una tendenza preoccupante, ma mi sembra un gorgo inevitabile in cui sta precipitando la scuola che costruisce risposte burocratiche da cui le famiglie cercano di difendersi.

La scuola buona per tutti

Un appello al ministro: se vuole evitare che la scuola produca le differenze e che il ricorso alla magistratura diventi una valanga, organizzi un tavolo di riflessione sulla pedagogia e sulla didattica per la scuola buona per tutti, ascoltando le famiglie degli studenti che hanno bisogno di una scuola che li aiuti e non che li discrimina.
 

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