Giocare con pozzanghere e nuvole

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Dall'Italia "iperprotettiva" fino agli asili in Svezia, dove i bambini giocano tutti i giorni fuori.  E dove gli educatori guardano a Reggio Emilia... Di Carlo Ridolfi. 

Siamo quasi in inverno e qui su al Nordoriente si sta tra nebbia e umidità. Come detto nella storia precedente, la Tana degli Anatroccoli sta alle porte del paesello sull’argine del fiume nel quale abitiamo ed ha tra le sue molte caratteristiche positive quella di essere in una casa tutta di legno, con un bellissimo prato davanti e quasi un bosco nelle vicinanze.

Ed è così che Patrizia ed Emanuela non disdegnano di portar fuori i piccolini e le piccoline, almeno per un po’, quasi ogni giorno. Abitudine che ha creato all’inizio qualche perplessità in alcuni genitori, preoccupati per la salute delle loro creature. E qui, forse, si sconta un costume forse davvero troppo italiano, di iperprotezione che diventa controproducente.

Verso la Svezia (e ritorno)

Qualche tempo fa capitò alla nostra famiglia la fortunata sorte di trascorrere alcune settimane in Svezia. Uno degli ultimi giorni di quel soggiorno, eravamo a Goteborg, scoprimmo che a due porte di distanze da dov’eravamo ospitati c’era una scuola intitolata a Célestin Freinet. (Va ricordato che il 2016 ha segnato un doppio anniversario per questa importantissima figura nella storia della pedagogia. Il pedagogista ed educatore nacque infatti il 15 ottobre 1896 e morì l’8 ottobre 1966). Freinet, che durante la Prima guerra mondiale era stato ferito gravemente ed aveva perso l’uso di un polmone, comincia ad insegnare in una piccola scuola nel villaggio di Bar-sur-Loup, sulle Alpi Marittime. Insoddisfatto della didattica tradizionale, sperimenta tecniche innovative di insegnamento, tra le quali, forse la più importante, la tipografia in classe e la redazione e stampa di giornalini scolastici che vengono spediti in corrispondenza con altre classi in tutta la Francia.

E’, quella di Freinet, una scuola del fare che tuttavia non si esaurisce nella mera produzione di oggetti quantificabili e misurabili, ma ha alla radice un’idea affatto diversa della scuola, dell’apprendimento, della socializzazione. E sarà di riferimento non soltanto a molti altri insegnanti d’Oltralpe, ma anche a quello straordinario gruppo di maestri e maestre italiani – da Bruno Ciari a Giovanna Legatti, da Giuseppe Tamagnini a Mario Lodi – fondarono all’inizio degli anni Cinquanta del Novecento, quindi in un altro dopoguerra, quello che nei primi tempi si chiamò CTS (cioè Cooperativa della tipografia a scuola) e poi diventò il MCE (Movimento di cooperazione educativa), tuttora attivo con molte iniziative e una bella rivista, diretta da Francesca Lepori, pedagogista ed educatrice, che lavora anch’essa in un’esperienza di scuola all’aperto, quella, bellissima, di Bosco Caffarella).

Incuriositi, provammo a suonare il campanello. Ci accolse la gentilissima direttrice, che ci fece visitare la scuola, che ospitava bambini e ragazzi in corsi di studio che andavano dal nido alla scuola media.

Ci colpirono in particolare due cose. La prima fu una dichiarazione della direttrice stessa, che ci raccontò che la scuola aveva una quindicina d’anni e che, in previsione dell’apertura, il personale aveva passato un po’ di tempo a Reggio Emilia a “imparare l’arte”.

La seconda, va precisato che la scuola sta in una via di Goteborg che termina alle porte di un grandissimo parco, fu che ci venne detto che nelle attività dell’istituto era previsto che i bambini e i ragazzi fossero condotti all’aperto praticamente tutti i giorni.

La riflessione che facemmo all’epoca fu che forse a volte siamo un po’ troppo protettivi nei confronti dei nostri figli e delle nostre figlie, col risultato di non fornire loro, naturalmente con la giusta gradualità, le possibilità per irrobustirsi sia nel fisico che nell’anima.

Nello scorso mese di ottobre la Rete di Cooperazione Educativa – C’è speranza se accade @, di cui facciamo parte, ha organizzato il suo sesto incontro nazionale a Negrar, nel cuore della Valpolicella, in provincia di Verona, col titolo La Terra dell’educazione: seminare il futuro.

Nella plenaria che ha aperto i lavori Paola Tonelli, ex-insegnante di scuola dell’infanzia e formatrice, ha tenuto una bellissima relazione nella quale ha dimostrato, prove alla mano si potrebbe dire, che anche con pochissime o praticamente inesistenti risorse è possibile costruire progetti di attività scolastica di altissima qualità e sicuro risultato.

Si può giocare e imparare con le pozzanghere, ci ha detto Paola, con le nuvole, con la nebbia, con ogni tipo di elemento naturale.

Esistono ormai anche da noi esperienze di altissima qualità e di esperienza consolidata, come l’Asilo nel bosco di Ostia, tanto per fare un solo esempio tra i molti possibili, che dimostrano che portare all’aperto i bambini e le bambine ha talmente tante e tali valenze positive da poter convincere anche i genitori più riluttanti.

Così in questi giorni d’autunno, su un tappeto di foglie gialle, i bambini e le bambine della Tana degli Anatroccoli si sono divertiti a gustare i profumi e le consistenze del prato autunnale, usando tutti e cinque i sensi per imparare.

E anche questa è un’altra storia…

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