Le competenze digitali in classe: dalla teoria alla pratica

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Le competenze digitali in classe: dalla teoria alla pratica

Le competenze digitali: nessuno sa esattamente cosa siano ma da qualche parte bisognerà pur iniziare, no? Ecco una panoramica che, partendo da aspetti noiosamente istituzionali e vagamente teorici, prova ad atterrare in classe.

La strategia della carta igienica

Lo confesso: quando capito su siti come quello dell'Agenzia per l'Italia Digitale, mi avventuro nella sezione dedicata alle Competenze digitali e mi metto nei panni di un insegnante – magari incuriosito da qualcosa che ha sentito dire sulla riforma della Buona Scuola – con qualche domanda in testa:

(wikipediana, da convegno) cosa sono le "competenze digitali"?
(naif, spaesata) ma... saranno una materia? rientreranno nel POF? e se sì, come?(introspettiva e dubbiosa) ma io... ce le ho? e se no dove le imparo?
(didattica e pratica) cosa fare in classe? come?
(esistenziale) e soprattutto, perché?

se mi metto nei panni di un insegnante – dicevo – facilmente mi perdo o mi scoraggio o mi viene da rifugiarmi nella strategia della carta igienica (*). Sotto il vestito istituzionale, si trovano pochissime informazioni pratiche, e tocca districarsi fra sinergie, strategie, piattaforme, coalizioni... aiuto!

Fammi un quadro, please

Facciamo allora un passo indietro e cerchiamo di ricostruire per prima cosa un quadro dal punto di vista istituzionale, con in testa le poche e semplici domande di cui sopra. Che cosa c'entra l'Agenzia per l'Italia Digitale con la Buona Scuola e che relazione c'è con le competenze digitali e con la loro introduzione nella didattica? Preparatevi a un ragionamento a matrioska e leggete il seguito.

L'Agenzia per l'Italia digitale (AgID), istituita dal governo Monti nel 2012, è un'agenzia pubblica preposta alla realizzazione degli obiettivi dell'Agenda Digitale italiana, ovvero la declinazione nostrale dell'Agenda Digitale Europea, che rappresenta una delle (sette) iniziative strategiche del piano di sviluppo dell'Unione Europea per la crescita e l'impiego. Lo sviluppo delle competenze digitali è uno dei "pilastri" dell'Agenda, un obiettivo rilevante e pervasivo che riguarda l'istruzione in modo diretto.

L'AgID, illustrando la strategia di crescita, affida il compito di sviluppare l’alfabetizzazione digitale nel Belpaese alla Coalizione Nazionale per le Competenze Digitali, un organismo al quale partecipano sia soggetti pubblici che privati, e che ha prodotto (marzo 2015) un ulteriore documento di riferimento. L'AgID e la sua Coalizione individuano, dal punto di vista della scuola e del digitale, alcuni elementi prioritari:

  • arrivare in "tempi brevi" al 100% delle aule collegate ad Internet;
  • fare in modo che il rapporto scuola-famiglia sia "sempre più digitalizzato in termini di servizi";
  • prevedere "nuove competenze" all'interno dei curricula scolastici, individuando la "penetrazione nei programmi scolastici di argomenti legati alle competenze digitali" come metrica "ben definita" (sic) atta a misurare i benefici delle iniziative(**).

Affidano inoltre alla riforma della Buona Scuola, in sinergia con il Piano Nazionale Scuola Digitale del MIUR, la definizione e l'attuazione degli interventi, garantendo "assistenza e supporto". Quindi, se vogliamo saperne di più sulle competenze digitali e sul loro futuro nella scuola, dobbiamo rivolgerci alla legge 107/2015, ovvero La Buona Scuola. Dove però, al momento, non troviamo molte indicazioni concrete in merito.

Stando al testo della riforma (***), lo sviluppo delle competenze digitali fa parte, assieme a numerosi altri (17 per la precisione), degli "obiettivi prioritari" che possono essere inseriti nel POF triennale (una volta individuato l'organico dell'autonomia e senza nuovi oneri finanziari, cfr. art. 1.7). Inoltre, il decreto adotta (art 1.56 e 1.58), per lo sviluppo delle competenze digitali, il Piano nazionale per la scuola digitale (PNSD), nel quale vengono ricompresi tutti i principali ambiti di sviluppo digitale della scuola (e cioè, oltre allo sviluppo delle competenze: potenziamento strumenti e laboratori, strumenti gestionali, formazione dei docenti e del personale, potenziamento delle infrastrutture di rete e definizione dei criteri di adozione dei testi in formato digitale).

In altre parole si tratta di un obiettivo fra tanti (facile ironizzare sulle 17 "priorità") da ricondurre ad un piano attuativo tutto da scrivere, affidato al PNSD. E il PNSD a che punto è? Ha iniziato la sua seconda fase (anche di finanziamenti) nel 2012, che comprendeva fra le sue linee di azione una "prima fase di formazione su competenze digitali". Il sito non è più aggiornato dall'aprile 2014, ma è presumibile che – vista la sua (parziale a dire il vero) centralità nella riforma della “Buona Scuola” – avremo presto o tardi notizie (a fine settembre? Ormai tardi. A fine ottobre?).

Dove sta l'insegnante? Nel TBD, il Triangolo delle Bermuda Digitale

In attesa di sviluppi (decreti attuativi, fasi successive del PNSD, finanziamenti, nuovo piano di formazione sulle competenze digitali) e chiarimenti, cosa succede se – sempre con le "poche e semplici domande" in testa – ci caliamo come marziani nella realtà di una classe di oggi, Anno Scolastico 2015-2016?

L'impressione è che questa classe e i suoi insegnanti si trovino, digitalmente parlando, stretti all'interno di un "triangolo rovesciato", che chiameremo affettuosamente Triangolo delle Bermuda Digitale o TBD, in cui i due vertici della parte alta rappresentano il "mondo normativo" (i decreti ministeriali, le linee guida, i finanziamenti pubblici...) e ciò che questo mondo mette a disposizione delle scuole in termini di strumenti (connessione, dispositivi, piattaforme, libri digitali...). Il vertice in basso è invece la "pressione" del mondo esterno, indotta dai cambiamenti che genitori e studenti sperimentano quotidianamente in termini di utilizzo e relazione con media e dispositivi digitali.

Dove si trova e come si muove un insegnante all'interno di questo spazio? La posizione ideale sarebbe – si suppone – al centro del triangolo, laddove gli strumenti messi a disposizione dall'istituzione scolastica sono tali da consentire all'insegnante di utilizzarli con equilibrio e intelligenza didattica. Ovvero, senza cedere a paure, mode – quelle dei cosiddetti "nativi digitali", per esempio – o a influenze distorte come quella del "si può, quindi tu devi" di cui scrive Roberto Casati (anche nel suo Contro il colonialismo digitale).

Difficile negare però che i due vertici superiori del TBD siano deboli.

  • Lato istituzione scolastica (Ministero), negli ultimi anni – con l'unica costante di un limitato potere di investimento – abbiamo assistito a movimenti contraddittori e non sempre facili da interpretare: dalla "rottura" del decreto Profumo, che introduceva il libro digitale come passo forzato di innovazione e discontinuità, a quello di continuità intelligente ma un po' accademica del ministro Carrozza fino alla recente legge 107 che certo non spinge l'acceleratore sul digitale.
  • Lato strumenti, sperando in un piano di investimenti in grado di recuperare il grave ritardo sulla connessione a internet nelle scuole, l'introduzione del registro elettronico e (si spera, prima o poi) quella dell'identità digitale degli studenti sono o sarebbero passi importanti. Ma anche strumenti ad alto potenziale di impatto come il registro elettronico sono per ora utilizzati solo parzialmente e spesso in maniera "posticcia" (ad esempio, quante scuole utilizzano la piattaforma di registro elettronico per comunicare davvero con le famiglie?). Chiaramente si tratta di evoluzioni che hanno tempi non brevi.

Tutto questo fa sì che l'insegnante (e con lui il dirigente scolastico) venga sospinto verso il vertice basso del triangolo. In una posizione quindi più esposta alle pressioni e alle influenze, non sempre positive e costruttive, del "mondo esterno".

E cosa fa un insegnante in quella posizione del TBD? Si muove, con le sue due gambe: quella della conoscenza (ed esperienza) didattica e quella della conoscenza "digitale" acquisita (nella grande maggioranza dei casi) al di fuori del contesto scolastico e di formazioni mirate. Non è un caso che molte delle riflessioni su digitale e scuola si concludano con l'auspicio di irrobustire la "gamba digitale" con un ampio intervento formativo sugli insegnanti. Intervento che certamente in una qualche misura arriverà ma dal quale non possiamo certo aspettarci miracoli. D'altra parte, preparare gli studenti ad affrontare un mondo a complessità crescente è un perfetto esempio di quello che nelle scienze sociali viene classificato come un wicked problem, un problema a dinamica complessa, difficile da definire, mutevole nel tempo e in definitiva senza una vera soluzione.

Cosa sono le competenze digitali? Non si sa, ma...

In tutto questo ancora non abbiamo risposto alla domanda: "cosa sono le competenze digitali" e ancor meno a quella (più difficile ma più concreta) "cosa fare in classe?". Partiamo dalla definizione "ufficiale", tratta dalla raccomandazione UE sulle competenze chiave (****):

la competenza digitale consiste nel saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. Essa è supportata da abilità di base nelle TIC: l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet.

C'è una buona notizia qui: le "abilità di base" di cui si parla non sono affatto nuove: reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni sono cose che facevamo anche prima che gli smartphone diventassero delle irrinunciabili protesi umane, e che certamente venivano insegnate e apprese a scuola. Mentre il loro legame con lo strumento (il "computer") cambia continuamente: ad esempio, la ricerca di un'informazione tramite un computer aveva un significato molto diverso prima di internet (si potevano cercare informazioni "dentro" un computer, ma non "in rete"); la conservazione di un'informazione è passata in pochi anni dalla carta al floppy disk, per finire sul cloud. Eccetera.

Questo legame inscindibile con lo strumento è uno dei motivi per i quali – se cerchiamo di calare le competenze digitali sul piano pratico ("cosa fare in classe") – le cose si complicano: abbiamo a che fare con un concetto non stabile, con un wicked problem dalle mille sfaccettature, che evolve molto rapidamente. Ed è per questo motivo che nel corso del tempo abbiamo assistito a un succedersi di approcci e se si vuole di mode.

Anni fa, c'erano dappertutto i "corsi di informatica", poi canonizzati nella patente elettronica (ECDL). Oggi si parla di coding, di computational thinking, di pensiero algoritmico, ma non solo: fioriscono gli incontri in classe e con i genitori sul tema della sicurezza in rete e sulla privacy, c'è chi si interroga sugli effetti della sovraesposizione ai dispositivi elettronici sull'apprendimento, etc. Il tutto a testimonianza di un'estensione del problema dallo spazio più strettamente tecnologico a quello etico e cognitivo (*****).

Quindi, al di là del fatto che non è affatto semplice definirle, il loro forte legame con abilità di base "comuni" ci dice che è sensato provare a ibridare le competenze digitali con quelle “tradizionali” e trovare per loro un posto nell'attività didattica quotidiana. Appare dunque corretta la raccomandazione contenuta nel già citato documento della Coalizione Nazionale per le Competenze Digitali che suggerisce la "penetrazione nei programmi scolastici di argomenti legati alle competenze digitali e aumento del sostegno tecnologico" (nota: curiosamente in una sua prima stesura si parlava di "materie" e non di "argomenti").

Tutto sommato, sembra anche accettabile in questa prospettiva l'apparente alleggerimento della pressione sul digitale nella legge per la Buona Scuola, che si concentra sulle condizioni abilitanti (infrastrutture, connessione) piuttosto che (ok, estremizzo un po') sul normare come deve essere fatto un libro digitale (Profumo) o su come dovrebbe essere fatta una piattaforma scolastica (Carrozza).

E qui torniamo al punto di partenza: troviamo abbondanza di disquisizioni teoriche su cosa siano le competenze digitali, tonnellate di buoni propositi in salsa di "si dovrebbe" e "si potrebbe". Tutte cose alle quali è difficile aggrapparsi una volta che si è varcata la soglia della classe e ci troviamo di fronte ai nostri studenti.

Cosa fare in classe

Se fossi un insegnante, la tecnologia non sarebbe in cima alle mie priorità, esattamente come non lo è nella mia vita quotidiana. Però, senza riporre troppa fiducia in una "rivoluzione dall'alto", terrei conto della "pressione dal basso" e farei due cose:

  1. Sperimenterei pochi strumenti ma buoni. Cercherei (sul web, anche in questo blog, fra quelli che la scuola mi mette a disposizione, parlando con i colleghi) strumenti che facilitano la mia attività o la rendono più gradevole: fare le stesse cose in minor tempo, insegnare in modo più efficace e coinvolgente, e – perché no – sperimentare novità per combattere la routine.
  2. Introdurrei sistematicamente cambiamenti mirati ad alcune attività. Ripenserei alle abilità di base di cui sopra (reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni) e – in qualche situazione di apprendimento in cui sono implicate – inizierei a introdurre in maniera critica degli elementi "digitali" a fianco o in sostituzione del modo tradizionale.

Riguardo agli strumenti, è sotto gli occhi di tutti che l'offerta (spesso gratuita o molto economica) è davvero vasta, e che il difficile naturalmente è selezionare. Il rischio da non sottovalutare (sembra paradossale ma non lo è) è quello di perdere tempo: non il tempo che ci vuole a sperimentare e impratichirsi (che è normale per ogni cosa nuova), ma quello speso in attività collaterali in cui l'obiettivo didattico viene perso di vista. Il Web è pieno di blog di insegnanti tecno-entusiasti o (peggio) di tecno-entusiasti che danno consigli agli insegnanti: da utilizzarsi con moderazione. Spesso uno strumento dà idee nuove e comunque nuovi stimoli. Partire dagli strumenti è una strada possibile. Ma se uno strumento vi fa perdere troppo tempo, lasciatelo stare. E se non vi sentite sicuri, iniziate dalle cose semplici.

Sulle abilità di base e la loro relazione con il digitale l'insegnate può tornare a giocare in casa, con argomenti nuovi. Il nativo (?) digitale che ha di fronte potrà sempre cercare di impressionarlo con le sue capacità di atleta della tastiera e del touch screen, ma se parliamo di reperire, valutare... la parola spetta a chi sta di qua dalla cattedra.

Basta un'idea per iniziare! Proviamo a immaginarci come può cambiare un'attività se introduciamo un elemento di attenzione verso il digitale. Pensiamo ad esempio ad una ricerca, in cui tutti finiscono invariabilmente sulle stesse fonti, preludio ad un selvaggio copia-e-incolla che spesso produce confraternite di mostri (le ricerche tutte uguali). Quanti padroneggiano tecniche di ricerca in grado di produrre risultati sensati e comparabili? Quante volte avete ricercato su Google in classe, di fronte ai vostri studenti, commentando i risultati e spiegando come ottenerne di migliori? Pensiamo – altro esempio – alla conservazione dell'informazione: i diari e i quaderni dei figli resistono anni nelle nostre cantine, ma che ne sarà fra vent'anni dell'immagine che abbiamo appena postato su Instagram? E – ultimo esempio – parlando di scrittura: quando affrontiamo i testi narrativi, regolativi, descrittivi... perché non dedicare un po' di tempo a come scrivere correttamente l'oggetto di un'email?

Pensierino finale: esercizi digitali

Se è vero che siamo di fronte, parlando di competenze digitali, ad un concetto multiforme e cangiante (wicked problem), e preso atto che anche per questo motivo non è facile favorire la sua penetrazione in classe a forza di decreti, in fondo sta a noi (insegnanti, dirigenti scolastici, esperti, genitori) farcene carico in prima persona, partendo dalle nostre esperienze personali e riflessioni critiche sul cambiamento in atto.

Per questo, bisogna allenarsi. La gamba digitale va rinforzata. Bisogna fare esercizi, con costanza e determinazione. Esercizi digitali. Uno al mese o uno all'anno, poco cambia: ma provare uno strumento e vedere che effetto fa, costruire una lezione (anche) con un occhio alla competenza digitale si può fare, anche senza tablet, LIM e libri digitali.

_______________________________________________________________________

Note

(*) strategia della carta igienica: artificio dialettico con il quale ogni discussione sull’innovazione a scuola viene abortita con l’affermazione: “sì, vabbè, ma se manca la carta igienica..!”.

(**)  la "penetrazione nei programmi scolastici di argomenti legati alle competenze digitali" come metrica "ben definita" (sic) atta a misurare i benefici delle iniziative: cfr. Strategia della Coalizione nazionale per le Competenze digitali 2015, AgID, marzo 2015, pag. 9.

(***) testo della riforma: Dalla legge 13 luglio 2015, n. 107 ecco alcuni passaggi significativi:

Art 1.7. Le istituzioni scolastiche, [...] senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, individuano il fabbisogno di posti dell'organico dell'autonomia, in relazione all'offerta formativa che intendono realizzare [...] per il raggiungimento degli obiettivi formativi individuati come prioritari tra i seguenti: a) [...] h) sviluppo delle competenze digitali degli studenti, con particolare riguardo al pensiero computazionale, all'utilizzo critico e consapevole dei social network e dei media nonche' alla produzione e ai legami con il mondo del lavoro; [...] s) [...]

Art 1.56. Al fine di sviluppare e di migliorare le competenze digitali degli studenti e di rendere la tecnologia digitale uno strumento didattico di costruzione delle competenze in generale, il Ministero dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca adotta il Piano nazionale per la scuola digitale, in sinergia con la programmazione europea e regionale e con il Progetto strategico nazionale per la banda ultralarga.

(****) raccomandazione UE sulle competenze chiave: segnalo un paio di studi fra i tanti per chi volesse approfondire. Linked (2010), un progetto coordinato dalla European Schoolnet, in cui viene messa in evidenza la natura multiforme e complessa del concetto di competenza digitale; e DIGCOMP: A Framework for Developing and
Understanding Digital Competence in Europe
, dove viene proposto un quadro di riferimento strutturato e approfondito, con tanto di griglia di auto-valutazione.

(*****) un'estensione del problema dallo spazio più strettamente tecnologico a quello etico e cognitivo: secondo l'ottima concettualizzazione proposta da Calvani, Fini e Ranieri in questo articolo sulla valutazione della competenza digitale.

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