Una scuola al mese - Presepe: sì o no?

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Come ogni anno, in tempo di festa riemerge la vecchia polemica sull'opportunità di fare il presepe nelle scuole multiculturali italiane. Andiamo oltre le non-notizie e osserviamo qualche esperienza virtuosa.

Rappresentazione del Suovetaurilia, ovvero del sacrificio di un maiale, una pecora e un toro, in occasione della cerimonia della Lustratio (purificazione) a Roma

La "notizia" di ogni anno

L’istituto comprensivo De Amicis si trova nel quartiere Celadina di Bergamo. È una zona nella parte est della città, interessata negli ultimi quindici anni da un significativo flusso d’immigrazione, in alcune classi dell’istituto la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana supera il 50%. L’istituto è sede dello “Sportello scuola integrazione alunni stranieri” del Distretto 29 di Bergamo, uno dei dieci servizi per le scuole nella provincia, coordinati dall’ufficio scolastico. Ai primi di dicembre del 2014 la scuola De Amicis è diventata famosa per un articolo uscito sul Corriere della sera, edizione di Bergamo, intitolato “Il preside vieta il presepe a scuola”. È quasi un rituale, la polemica su presepe e multiculturalismo. È attesa ogni anno, in qualche parte d’Italia, puntualissima, tra fine novembre e inizio dicembre, così da essere rilanciata con la giusta enfasi , e con gli stessi argomenti, dalla gran parte dei media.

Dunque è una “non notizia”, ma la “non notizia” è stata ripresa diligentemente da giornali, agenzie di stampa, televisioni, con dichiarazioni dei politici e interrogazioni parlamentari, per giorni e giorni. Il tema dell’“integrazione”, del tutto assente dal dibattito pubblico, diventa questo. Tra i commenti più pacati e interessanti quello di Michela Serra su "Repubblica" del 7 dicembre: “In linea di principio il preside di Bergamo che decide di non allestire il presepe perché la scuola pubblica non ha il compito di celebrare ricorrenze religiose, ha ragione. Ma è una ragione, quella del preside , che non ci soddisfa e anzi ci allarma perché affronta la complicata materia della multiculturalità e della necessaria convivenza tra diversi con una overdose di anestetico. Da multiculturale rischia di renderla a-culturale, cancellando i termini di un confronto che, conflittuale o pacifico che sia, è inevitabile, è parte quotidiana del nostro vivere sociale, e lo sarà sempre di più. La paura di molti che l’immigrazione cancelli tradizioni, radici, identità, è comprensibile e legittima. L’immigrazione non deve levare, deve aggiungere…..Il presepe segna il paesaggio italiano in profondità. Lo faccio perfino io, un meraviglioso minipresepe messicano di gesso che pagai un dollaro in un mercatino di Puebla, e la nutrita componente multireligiosa che è in me ( ho una parte del cervello atea, una buddista, una valdese, una francescana, una sufi….) non si è mai sentita offesa”

Le parole del preside e degli insegnanti

Ma il giorno dopo l’uscita dell’articolo il preside aveva scritto un comunicato, si può leggere sul sito della scuola, nel quale affermava che il suo pensiero non era stato riportato correttamente perché non aveva mai vietato il presepe a scuola mentre l’articolo di giornale che aveva lanciato la notizia, fin dal titolo, sostiene il preside, aveva indirizzato in modo fuorviante la pubblica opinione. Alla comunicazione del preside era seguita una lettera dei suoi insegnanti e dei suoi collaboratori, che esprimevano stima per la correttezza e per lo stile del dirigente, e solidarietà per la bufera mediatica che lo vedeva coinvolto.

C’è una affermazione degli insegnanti utile e interessante: “Siamo favorevoli o contrari al presepe nella scuola? Rifiutiamo una domanda semplicistica come questa che trasforma l’esperienza formativa in battaglia ideologica. Speriamo che la polemica in atto possa essere superata e sia possibile riprendere a discutere e a confrontarsi”. Riprendo dalla lettera degli insegnanti questa affermazione ricavando dalla polemica e dai malintesi qualcosa di utile, la possibilità di approfondire e non di schierarsi.

Elogio del politeismo

La prima osservazione è che diversi esponenti delle comunità islamiche in questi anni hanno sottolineato che per un fedele dell’Islam il presepio non costituisce materia di scandalo perché Gesù e Maria sono ricordati anche nel Corano. Un aspetto da chiarire è la preoccupazione che i simboli religiosi (in questo caso il presepio) possano urtare la sensibilità di coloro che non li condividono al punto da rinunciare ad esibirli “per rispetto degli altri”. Una scelta del genere, sottolinea Maurizio Bettini, in un suo libro, Elogio del politeismo, Il Mulino, 2014, molto utile per approfondire questo tema, presuppone un atteggiamento di grande apertura per le culture e le religioni altrui. Dietro quest’idea, rinuncio al mio simbolo per rispetto del tuo, c’è la convinzione che possa esserci posto per un solo e unico dio. Un dio esclusivo. Non a caso il primo dei dieci comandamenti recita: “Non avrai altro di Dio fuori che me”.

Secondo questa logica, da visione monoteista, si esclude la possibilità che si possano venerare due o più divinità nello stesso luogo e nello stesso tempo. Si esclude la possibilità che la stessa persona possa celebrare il Natale, con relativo presepio e il Ramadam. Al fondo del problema, sostiene in modo provocatorio Maurizio Bettini, sta la nostra incapacità culturale di essere “politeisti”, di pensare insieme e contemporaneamente divinità diverse tra loro, di integrarle e metterle in corrispondenza l’una con l’altra.
 

16 Dicembre 2014 Cultura e pedagogia

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