A scuola tutto il mondo conta

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Una riflessione sul ruolo del mediatore interculturale e una proposta didattica di media education. Di Silvia Rizzello

bambine scuola classe interculturale

Qualche tempo fa partecipai ad una riunione con altri mediatori interculturali. Dovevamo porre all’attenzione di alcune istituzioni una serie di osservazioni che riguardavano la nostra professione. Tutti ovviamente lavoravamo nelle scuole da soli. A un certo punto la discussione si accese per via dei modi poco attenti di alcuni. Questo mi portò a riflettere sul nostro ruolo: sulla necessità di doversi confrontare più spesso perché un lavoro che si basa su pluralità ed eterogeneità deve essere fatto in équipe, seppur con interventi svolti in maniera individuale.

Noi, mediatrici e mediatori, eravamo lì per parlare di mediazione interculturale: eppure avevamo bisogno di un mediatore che indirizzasse i nostri sguardi, spiegasse le nostre parole, consolasse i nostri animi, armonizzasse le nostre culture in quel caos di ragioni e frustrazioni. Quest’episodio, mi sollecitò a mettere ancora più a fuoco i limiti di questa professione in Italia, quanto mai opportuna eppure così precaria e priva di identità.

Ecco, l’idea di scrivere “A scuola il mondo conta” (Edizioni la meridiana, 2018) parte da qui. Nasce dall’aver preso atto – sulla base di incontri e scontri simili degli addetti ai lavori – che, magari, dovremmo trovare parole nuove per definire lo stesso ruolo del mediatore interculturale, termine forse distante, rispetto alle funzioni relazionali ed emotive per le quali è chiamato a farsi da tramite. Dovremmo analizzare la molteplicità nelle sue forme, nei suoi colori, nelle sue crepe e provare a cambiare la parola “intercultura” in qualcosa di più concreto, che rimandi alla quotidianità dell’incontro perché anche coloro che non colgono l’opportunità di confrontarsi, incuriosirsi nei confronti di nuove conoscenze, saperi, tradizioni sono comunque protagonisti di dinamiche interculturali.

 

 

Una proposta di media education

Certo, ovunque, il cambiamento di un assetto socio-culturale consolidato in una nuova visibilità delle differenze con altre lingue, storie, usanze, abitudini non è mai facile né indolore. Porta con sé questioni e sfide inedite da affrontare. Oggettivamente ci sono problemi nella gestione della convivenza e vi è la necessità di mediazioni e accordi. E tra i banchi di scuola c’è il giusto spazio per mettere in pratica questo cambiamento.

Non può che essere la scuola il punto di partenza, il luogo deputato per antonomasia ad un atteggiamento propositivo. In tal senso, la media education è un efficace strumento didattico di apprendimento interculturale. Permettere ai nostri ragazzi di improvvisarsi giornalisti consente loro di rafforzare lo spirito cooperativo tipico di una redazione dove si lavora insieme rendendosi complementari nelle differenze – quali possono essere per esempio lo stile, “la penna” del singolo cronista, o lo scrivere per un genere, gli esteri, invece che per un altro, lo sport – ma il cui unico fine è la messa a punto del giornale o tg. Se ogni classe costituisce una CAD, Classe ad Abilità Differenziata, dove ogni alunno partecipa con intelligenza, limiti, personalità e talenti propri, un contesto multiculturale, in cui la pluralità è presente nella sua massima espressione, non può che apportare un ulteriore valore aggiunto.

Simulare una redazione giornalistica in classe è anche una pratica di peer education. Significa valorizzare la solidarietà, insegnare a sostenersi vicendevolmente nell’ottica del “fianco a fianco”, dello “stare accanto”, dove ciascuno è collega e maestro degli altri. Coinvolgere attivamente i ragazzi affidando loro un compito li farà sentire più grandi e responsabili.

In una situazione di gioco, finalizzata alla conoscenza di una particolare cultura, si potrebbe, per esempio, far salire in cattedra l’alunno o gli alunni che la rappresentano ricreando il setting di una conferenza stampa, di un’intervista, che permetta anche ai compagni di essere protagonisti nel ruolo di reporter in erba. Tra domande e risposte tutti imparano, docenti e mediatore inclusi. Un collegamento skype con lo zio lasciato a Dacca, in Bangladesh, le conversazioni whatsapp con foto e video del cugino connazionale, i post su facebook degli amici cinesi, un documentario di Youtube sulla Romania: costituiscono un utile supporto per entrare nella realtà social “filtrata” dagli alunni stranieri e viverla insieme a loro. Perché nella mediazione interculturale ciò che conta non è il risultato, ma quello che accade proprio dal basso, in maniera orizzontale. Appunto, tra i banchi di scuola.

 

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