Chiamiamola didattica dell’emergenza

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Possiamo parlare di didattica dell’emergenza a causa delle ragioni che la impongono, dei tempi costretti, delle condizioni precarie. Ma la fatica e le difficoltà possono generare dubbi, innovazioni, proposte. Di Elisabetta Micciarelli

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Non ritengo corretto parlare di didattica a distanza come ormai ricorre abitualmente, per definire il rapporto educativo che stiamo cercando di restaurare con gli alunni in questo momento. Preferirei definirla come una didattica dell’emergenza anche per non sottrarre alla DAD quel valore pedagogico che sicuramente ha in tempi di “presenza”, di contatto fisico a scuola, nella scuola e con la scuola e per dar conto allo sforzo che si sta intraprendendo.

Lo spaesamento generato dalla sospensione delle attività didattiche ci ha uniti tutti: bambini e ragazzi, insegnanti, dirigenti, genitori siamo stati indistintamente spiazzati. I primi giorni quasi increduli pensavamo che avremmo ripreso presto la “normalità”.

Abbiamo affrontato la quotidianità giorno dopo giorno. Tra i ragazzi, anche un iniziale inconfessato piacere nello stare a casa. Tra i docenti un certo panico diffuso. Dovevamo trovare in fretta soluzioni, percorrere strade sconosciute, metterci tutti “in gioco” e fare ricorso a una didattica diversa da quella sola conosciuta e praticata.

La fatica è ancora grande. L’attività si rivolge a bambini con età e bisogni diversi, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria.

 

La fatica e le sfide dei docenti

Ai docenti è stato chiesto un grande sforzo professionale, è stato chiesto loro di reinventarsi:

  • di usare tutta l’intelligenza, la cultura, la sensibilità e la creatività;
  • di modificare lo sguardo e di mettersi in gioco;
  • di rivisitare l’idea di tempo e di riscoprire la virtù della pazienza;
  • di scoprire modi per poter essere vicini a distanza;
  • di fare appello a tutte le risorse.

Queste sfide, oltre a tante difficoltà, possono rappresentare un’opportunità, una perdita di certezze, l’affacciarsi di dubbi su come si è lavorato fino a ieri soprattutto per quanto concerne l’idea di competenza e di essenzialità dei saperi. Nonostante tutto, gli irriducibili non mancano, “quelli che resteranno indietro con il programma, o come valutare l’interrogazione se poi dietro a suggerire c’erano i genitori”.

Questo spazio di dibattito è naturalmente vivace e  aperto!

 

C’è distanza e distanza: età e bisogni diversi

Le insegnanti delle scuole dell’infanzia sono forse tra quelle, paradossalmente, più in difficoltà. In questa fascia d’età la mancanza di vicinanza e di contatto pesa moltissimo e fa la differenza. Infinite sono state le strategie messe in atto dalle maestre, ma anche il semplice raccontare una storia seduti in cerchio con i propri compagni, guardandosi, sedotti dalla capacità narrativa della maestra non può avere lo stesso impatto emotivo di un audiolibro.

Per tutti si è posto il problema del tempo. Molti genitori chiedono una sorta di babysitteraggio, altri si sentono appesantiti dal lavoro (compiti!). Le attività per la scuola dell’obbligo si svolgono in vari modi: in piattaforma, mediante il canale WhatsApp (a tutta la classe o per gruppi), attraverso l’invio di lezioni autoprodotte, tutorial sui libri e attraverso lo svolgimento di compiti di realtà. I docenti di sostegno incontrano gli alunni a piccoli gruppi mediante videolezioni pomeridiane.

 

E chi si perde per strada?  

Prima di poter fare l’appello e comprendere chi fosse presente e chi assente sono passati molti giorni. Prima di comprendere se chi fosse assente lo era per negligenza o carenza, altri giorni. Finalmente grazie ad una rete di solidarietà (questa già molto attiva all’interno dell’Istituto) siamo riusciti ad intercettare chi non vuole e chi non può. Nel primo caso siamo intervenuti invitando i genitori a prestare attenzione e chiedendo però loro di condividere con noi i problemi e le difficoltà. Le storie e le ragioni che questo invito ha potuto generare e raccogliere evidenziano tali e tante fragilità sociali che ci confermano nel continuare a credere nel valore immenso dell’istruzione e dell’educazione pubblica.

C’è poi chi non ha strumenti oppure è  sprovvisto di rete. Di una rete informatica che gli permetta di acquisire il primo contatto, ma anche di una rete familiare capace di mediare le consegne, i “compiti”, il lavoro assegnato.

La nostra scuola è chiamata, in modo dirompente a rispondere all’ennesima sfida, questa volta epocale, “la scuola che perde alunni non è degna d’esser chiamata scuola”.

23 Aprile 2020 Dalle scuole

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