Ribaltare le parole cattive

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Ribaltare le parole cattive

Le parole cattive che non fanno più male

Extracomunitario, immigrato, clandestino: parole che, strada facendo, si sono caricate di significati negativi. Proviamo a capovolgere, a farle diventare buone e preziose, come ci insegna lo scrittore Alessandro Ghebreigziabiher.

Burri

Le parole sono pietre

Le parole che usiamo per indicare gli altri sono a volte contundenti e puntute e contribuiscono a dare una rappresentazione della realtà e delle relazioni segnata da distanze e recinti. Le parole che raccontano il mondo non sono quasi mai neutre e descrittive, ma servono a costruirlo, a colorarlo di emozioni, a caricarlo di giudizi e di pregiudizi.

Vi sono termini che oggi vengono usati spesso per prendere le distanze ed etichettare gli altri e che un tempo erano invece neutri, privi di minaccia e di offesa. Parole cattive che sono diventate delle “pietre” e che vengono utilizzate per separare e per dare un’immagine negativa.

Termini come extracomunitario, immigrato, clandestino e perfino straniero, ad esempio, che sembrano all’apparenza innocui e privi di conseguenze, si sono caricati strada facendo di significati negativi e trascinano con sé una rappresentazione che ha a che fare con i problemi, il timore, la paura. E tuttavia sono termini che ci hanno fortemente riguardato nel passato, quando eravamo noi ad essere immigrati, e spesso pure clandestini. E che ci riguardano ancora oggi, nel momento in cui noi stessi dovessimo trovarci fuori dai confini della nostra comunità, residenti per un po’ altrove e con un altro passaporto.

Nella scuola che aiuta a costruire la propria idea di mondo e che insegna ai bambini a stare al mondo, le parole hanno un’importanza cruciale. Insegnare ai bambini a prendersi la responsabilità delle parole che essi dicono è un esercizio importante di rispetto e di cura delle relazioni. E lo dobbiamo fare naturalmente a partire da noi stessi e dal linguaggio che usiamo per definire gli altri, che non sono stranieri, extracomunitari, cinesini…, ma hanno un nome, una storia, un presente e un futuro di cittadinanza comune.

Parole capovolte 

Possiamo però anche capovolgere le parole che fanno male e ribaltarle fino a farle diventare buone e preziose, come ci insegna Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, blogger e narratore. Nel suo racconto Il futuro dei miei, pubblicato su CEM Mondialità nel novembre 2008 e ora contenuto nel testo Il dono della diversità (Tempesta editrice, 2013), le parole cattive cambiano aspetto e così:

  • extracomunitario è chi porta in dono qualcosa di extra e di speciale; 
  • immigrato è colui al quale si è grati e si dice grazie;
  • clandestino è chi ha nelle sue mani il destino del clan, della sua famiglia.

Ecco il racconto di Alessandro Ghebreigziabiher che possiamo raccontare ai bambini, insegnando loro che anche la creatività e l’ironia sono armi che servono a difendersi e a sconfiggere le pietre.

 

Il futuro dei miei 
di Alessandro Ghebreigziabiher

 

Su una nave. In mare. Da qualche parte.
«Zio Amadou?».
«Sì...»
«Zio?».
«Sì?».
«Mi senti?».
«Sì che ti sento...».
«Ma non mi guardi…».

L’uomo si volta ed accontenta il nipote. «Stai tranquillo, gli dice inarcando il sopracciglio sinistro, le mie orecchie funzionano bene anche senza l'aiuto degli occhi...». E si volta a studiare le onde.

Il ragazzino, poco più di sei anni, lo osserva dubbioso, tuttavia si fida e riattacca: «Zio... Tu conosci bene l'Italiano?» . «Certo, laggiù ci sono già stato due volte». «Conosci proprio tutte le parole?». «Sicuro,Ousmane». Il nipote si guarda in giro, come se avesse timore di essere udito da altri, e arriva al sodo: «Cosa vuol dire extracomunitario?». 

L'uomo, alto e magro, ha trent’anni, ma la barba grigia gliene aggiunge almeno una decina. Non appena coglie l'ultima parola del bambino, si gira di scatto e fissa i propri occhi nei suoi. Trascorre un breve istante che tra i due sa di eternità, possibile solo in un viaggio in cui è in gioco la vita.

«Extracomunitario, dici?, ripete abbozzando un sorriso sincero, extracomunitario è una bellissima parola. I comunitari sono quelli che vivono tutti in una stessa comunità, come gli italiani, e l'extracomunitario è colui che ne entra a farne parte arrivando da lontano. Non appena i comunitari lo vedono capiscono subito che ha qualcosa che loro non hanno, qualcosa che non hanno mai visto, un extra, cioè qualcosa in più. Ecco, un extracomunitario è qualcuno che viene da lontano a portare qualcosa in più».
«E questo qualcosa in più è una cosa bella?».
«Certamente!, esclama Amadou accalorato, tu ed io, una volta giunti in Italia, diventeremo extracomunitari. lo sono così così, ma tu sei di sicuro una cosa bella, bellissima».

L'uomo riprende a far correre lo sguardo sulla superficie dell'acqua, quando Ousmane lo informa che l'interrogatorio non è ancora terminato: «Cosa vuol dire immigrato?». Lo zio stavolta sembra più preparato e risponde immediatamente: «Immigrato è una parola ancora più bella di extracomunitario. Devi sapere che quando noi extra comunitari arriveremo in Italia e inizieremo a vivere lì, diventeremo degli immigrati». 
«Anche io?».
«Sì, anche tu. Un bambino immigrato. E siccome sei anche un extracomunitario, cioè uno che porta alla comunità qualcosa in più di bello, tutti gli italiani con cui faremo amicizia ci diranno grazie, cioè ci saranno grati. Da cui, immigrati. Chiaro?».
«Chiaro, zio. Prima extracomunitari e poi immigrati».
«Bravo», approva Amadou e ritorna soddisfatto ad ammirare il mare che abbraccia la nave.

Ciò nonostante, non ha il tempo di lasciarsi rapire nuovamente dai flutti che il bambino richiama ancora la sua attenzione: «Zio...».
«Sì?», fa l'uomo voltandosi per l'ennesima volta.
«E cosa vuol dire clandestino?».
Questa volta Amadou compie un enorme sforzo per sorridere, tuttavia riesce nell'impresa: «Clandestino... Sai, questa è la parola più importante. Noi extracomunitari, prima di diventare immigrati, siamo dei clandestini. I comunitari, come quasi tutti gli italiani che incontrerai di passaggio, molto probabilmente ancora non lo sanno che tu hai qualcosa in più di bello e qualcuno di loro potrà al contrario insinuare che sia qualcosa di brutto. Tu non devi credere a queste persone, mai. Promettilo!». Il tono dell'uomo diviene all'improvviso aggressivo, malgrado Amadou non se ne accorga.
«Lo prometto!», si affretta a rispondere il bambino, sebbene non sia affatto spaventato.

«Per quante persone possano negarlo», prosegue lo zio «tu sei qualcosa in più di bello e questo a prescindere se tu diventi un immigrato o meno, a prescindere da quel che pensano gli altri. E lo sai perché?».
«Perché?».
«Perché tu sei un clandestino. Tu sei il destino del tuo clan, cioè della tua famiglia. Tu sei il futuro dei tuoi cari...».

L'uomo riprende ad osservare il mare. Ousmane finalmente smette di fissare lo zio e si volta anch'egli verso le onde. Mi correggo, il suo sguardo le sovrasta e punta oltre, all'orizzonte. «Sono il futuro dei miei...», pensa il bambino. Le parole si mescolano ad orgoglio e commozione, gioia e fierezza. E chi può essere così ingenuo da pensare di poterlo fermare?
       

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