La didattica a distanza è davvero un modo di fare scuola con i più piccoli?

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La didattica a distanza è davvero un modo di fare scuola con i più piccoli?

Le domande e i dubbi dopo due mesi. Con lo sguardo al futuro e la nostalgia del contatto e delle relazioni quotidiane.  Di Antonella Sada

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Sono passati ormai due mesi dalla chiusura delle scuole e molti sono i pensieri e le emozioni che si sono succeduti in questo periodo di incertezza e di cambiamento. La forzata lontananza dagli alunni è stata vissuta inizialmente come una pausa, una parentesi nella routine quotidiana, che ha permesso a molti docenti di avere più tempo per riflettere sul percorso scolastico fatto e di trarre energia da investire in nuove idee e nuove progetti da attuare al rientro. Il protrarsi della situazione e dei divieti ha invece rimesso nuovamente tutto in discussione.

Le limitazioni nella possibilità di azione ci hanno indotto a una ricerca quasi spasmodica di tutte le modalità possibili per stare vicino ai bambini: dalle telefonate, all'uso di piattaforme, all’ invio di materiali con i più svariati strumenti tecnologici. Il tutto alimentato dalla convinzione che fosse prioritario garantire una continuità, almeno relazionale, con i bambini.

I rischi della discriminazione e dell’invadenza

Ogni situazione in cui si organizzano azioni finalizzate intenzionalmente all'apprendimento è una situazione didattica: ci può bastare questa certezza? Dopo settimane di Dad di emergenza,  l’entusiasmo iniziale ha lasciato gradualmente posto a una maggiore consapevolezza degli ostacoli da superare e sono emersi numerosi interrogativi su questo nuovo modo di “fare scuola”.

Ci si è accorti sempre più che molte famiglie non erano in grado di sfruttare con continuità questa opportunità, per mancanza di device, di rete internet o semplicemente per un aggravio della situazione familiare e organizzativa. Smart working, gestione dei figli, problemi di spazio e di privacy all’interno delle mura domestiche, hanno cominciato a prendere il sopravvento sul desiderio di mantenere un contatto con la scuola. E questo si è aggiunto alle  note difficoltà di comprensione e di comunicazione linguistica da parte delle famiglie non italofone, per le quali anche la possibilità di un intervento costante di mediazione linguistica ha cominciato a essere sempre più problematico. 

È diventata quindi sempre più chiara la consapevolezza che si tratta di una didattica “distante” dalle funzioni e  le finalità della scuola dell'infanzia. E si è palesata per quello che è, con tutti i rischi: della discriminazione, poiché enfatizza le differenze linguistiche, economiche e culturali delle famiglie; dell’invadenza perché entra nelle case e viene spesso vissuta come un ulteriore onere da incastrare tra lavoro,  faccende di casa e code per fare la spesa.

In attesa di una didattica del contatto

È davvero questo il modo in cui vogliamo fare scuola? Questa domanda, velata all’ inizio dall’entusiasmo e dalla frenesia si è fatta ancora più pressante e urgente, non può che avere una risposta negativa. La scuola in cui crediamo pone al centro del processo il bambino e la sua individualità, dà  spazio alla  sua libera esplorazione ed esperienza. Non è certo quella basata sulla fruizione passiva di un video e sull’esecuzione di proposte più per imitazione che per interesse, che non riesce a dare spazio al problem solving e alla valorizzazione del pensiero creativo.

Crediamo in un apprendimento che è frutto di una interazione tra il bambino e l’ambiente, in cui l’insegnante non è un modello da imitare, ma un regista che cerca di modulare i suoi interventi in base ai bisogni e all’agire dei bambini, che attua una didattica che non può prescindere dall’interdipendenza tra il singolo, gli adulti e il gruppo e non può realizzarsi virtualmente su una piattaforma.

Eccoci quindi immersi in questa nuova fase, una fase se vogliamo nostalgica e di riflessione, in cui la distanza tra quello che si fa e il modello di scuola in cui si crede genera tanti dubbi e perplessità. In attesa che riaprano le scuole e che si torni alla nostra didattica di contatto, occorre ripensare a come procedere in questo nuovo scenario, avendo nel cuore le nostre convinzioni imprescindibili ma nella testa il pensiero che, lasciare spazio ai dubbi e alle domande, ci aiuterà a comprendere meglio i passi da compiere.

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