Il profugo è un “cercatore di abbracci“ nella lingua dell'Iran

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Il profugo è un “cercatore di abbracci“ nella lingua dell'Iran

Conoscere parole che arrivano da lontano ci aiuta a pensare meglio. Di Franco Lorenzoni

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Il 21 febbraio si è celebrata la giornata mondiale della lingua madre e sono profondamente convinto che avere in classe bambini e ragazzi con lingue madri diverse, pur comportando fatiche talvolta difficili da affrontare, costituisce una grande opportunità che può riservare sorprese e ci aiuta a rompere alcune nostre abitudini linguistiche e mentali.
Per comprendere la portata generativa che può avere il sostare intorno a parole che vengono da lontano, ecco ciò che Jasmine Mirage, che come blogger si fa chiamare Alba Persiana, scrive intorno al significato della parola profugo in farsi, la lingua che si parla in Iran.

“Noi in Iran viviamo malissimo, ma c’è una cosa della nostra cultura che adoro, ed è quella di avere una lingua bellissima, una letteratura meravigliosa. In persiano, per esempio, i profughi si chiamano PanahJou (پناهجو). Panah non ha un equivalente in italiano. Quando eravate piccoli, vi era mai capitato di perdervi nel parco? Ricordate la sensazione di terrore quando con gli occhi spalancati, cercavate la vostra mamma? E quando lì, da lontano, la vedevate correre verso di voi, vi ricordate la sensazione di immensa pace e felicità? Quella sensazione è Panah. Siete mai stati lontani da casa per tanto tempo? Avete presente quella sensazione di nostalgia e felicità quando con la macchina girate nella vostra strada e da lontano vedete la vostra casa e sapete che tra pochi minuti, abbraccerete la vostra famiglia e tutti i vostri cari che vi aspettano con gioia e impazienza? Quella sensazione si chiama Panah. Avete perso una persona molto cara? Immaginate di essere lì, al funerale, qualcuno vi chiama, vi girate e vedete un vecchio amico, molto caro, che non vedevate da tantissimo tempo e che non pensavate di rivedere mai più. Lo abbracciate piangendo, piangendo forte. Quella sensazione di sfogo e di tristezza si chiama Panah. Invece Jou vuol dire 'una persona alla ricerca di…. Noi chiamiamo i profughi PanahJou: 'persone alla ricerca di quell'abbraccio, di quella sensazione'...”.
Magari non servirà a mitigare il clima di intolleranza che si sta diffondendo nella società italiana, ma forse smettere di chiamarli “migranti”, “naufraghi”, “clandestini”, “quelli lì” potrebbe essere un inizio.

Possedere le parole, capire i numeri

Possedere più parole ci aiuta a pensare meglio. Scoprire significati e metafore diverse legate alle stesse parole ci spinge ad andare oltre al nostro punto di vista e a intuirne altri. Credo sarebbe stato assai differente ascoltare l’estate scorsa al telegiornale che “177 cercatori di abbracci sono costretti a restare a bordo per giorni su una nave ancorata al porto di Catania” o che in autunno “sono stati respinti e rimandati nelle carceri libiche centinaia di cercatori di abbracci”.

Nella necessaria ricerca di ampliare e approfondire la nostra visione riguardo al fenomeno delle migrazioni, oltre alle parole ci possono aiutare naturalmente i numeri. Sarebbe importante, ad esempio, dare ampio spazio alla statistica e studiare e ricordare, nelle nostre scuole, che la stragrande maggioranza dei profughi non sono stati accolti in Europa o negli USA, ma in paesi assai più poveri. Di fronte a un profugo su 120 abitanti in Italia, in Turchia ce n’è uno su 23, in Giordania uno su 14 e nel piccolo Libano uno ogni 6 abitanti. Tra gli oltre 60 milioni di profughi costretti a lasciare i loro paesi, il 52% sono bambini e ragazzi con meno di 18 anni e probabilmente per loro, ancora di più, credo si addica meglio la parola PanahJou, cioè “cercatori di un abbraccio”, secondo Jasmine Mirage, piuttosto che profughi, che è parola che si limita a descrivere la necessità di fuggire e cercare scampo.  

 

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