Le cinque cose che ho imparato

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Con la chiusura delle scuole e il debutto della didattica a distanza siamo ridiventati tutti insegnanti alle prime armi. Condividiamo le cinque cose imparate facendo e sbagliando. Di Laura Sidoti
 

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Un’espressione in uso fra gli educatori americani rende bene l’idea della sfida educativa in atto: “We are building a plane while flying it”, ossia sappiamo di dover creare qualcosa di nuovo, di diverso, ma allo stesso tempo a bordo ci sono già i nostri studenti. Nel giro di poche settimane abbiamo dovuto imparare a selezionare e utilizzare piattaforme online e aule virtuali, guidare all’uso delle tecnologie genitori con scarse competenze digitali, preparare lezioni online e svolgerle.  Molte delle pratiche a cui eravamo abituati sono scomprse. Una per tutte: i voti.

No ai voti

In questo frangente le disparità di accesso a internet a banda larga e device per i collegamenti (spesso condivisi con fratelli o genitori), nonché le difficoltà finanziarie o di salute delle famiglie, rendono impossibile procedere con verifiche e voti. Per motivi di equità, ancor più di prima, al centro della nostra attenzione va posto il benessere dei bambini. Dunque no ai voti, sì a rimandi, commenti, consigli e indicazioni su come migliorare il proprio lavoro, in un’ottica di valutazione formativa. Al posto del feedback ortografico individuale finora mandato ai miei bambini via WhatsApp, dalla prossima settimana chiederò loro di inviare la foto delle proprie frasi non più a me, ma a un compagno (da me scelto). A quest’ultimo spetterà il compito di rivedere il lavoro dell’amico e segnalargli eventuali correzioni da apportare. Solo dopo questo primo passaggio la foto dei compiti potrà essere inviata a me.

Nei panni dei bambini: le videolezioni di gruppo

Con i dovuti accorgimenti, è certamente possibile portare avanti il programma anche in modalità online, ma proviamo a metterci nei panni dei nostri bambini. Specialmente nel primo biennio della primaria è difficilissimo (se non impossibile) coinvolgere in modo attivo un gruppo di alunni seduti davanti ad uno schermo per due ore di videolezione. Sì a pause per la “ricreazione”, cambi frequenti di disciplina, attività che prevedano anche un po’ di movimento, condivisione del proprio schermo per mostare video didattici.  In presenza, ma ancor di più nella didattica a distanza, se la spiegazione di un compito supera i 15-20 secondi, dovremmo ripensarci. La chiarezza è fondamentale. Le ricerche hanno dimostrato che l’attenzione si riduce nei momenti di stress. A questo va aggiunto che molti alunni si collegano da cucine o da stanze condivise con altri membri della famiglia, luoghi inadatti alla concentrazione. La soluzione è quella di definire i nostri obiettivi didattici settimanali, evidenziare gli apprendimenti minimi, cogliere l’essenziale.

L’appuntamento del mercoledì: le videochiamate individualizzate

Fermo restando il beneficio di rivedersi tutti assieme in videoconferenza per mantenere viva l’idea di gruppo, l’interazione uno a uno con lo studente è la più produttiva. Io e il mio collega abbiamo lasciato il mercoledì libero da videolezioni di gruppo e in quella giornata concentriamo le videochiamate individuali, grazie alle quali riusciamo a riagganciare i bambini che per diversi motivi faticano a seguire le lezioni di gruppo (problemi di connessione, famiglie in difficoltà, alunni stranieri neoarrivati).

Non ci sono soluzioni magiche

Nelle prime settimane di chiusura, in mancanza di indicazioni precise sulle piattaforme migliori da usare per le videolezioni, moltissimi di noi hanno proceduto per tentativi ed errori. In un mese e mezzo di scuola ne ho già cambiate quattro! Alcune per scelta, altre per adeguarmi a indicazioni d’istituto. Ogni cambio ha portato con sé un corollario di studi di tutorial, videoconferenze di prova, test fra docenti, test con i genitori, formazione a distanza delle famiglie. Per non parlare delle lezioni online, che possono richiedere fino a tre volte il tempo di progettazione necessario rispetto ad una presenza. La selezione di file audio e video, la ricerca di materiale digitale, la scelta della modalità migliore per presentali non è affatto banale. Il diritto alla disconnessione è diventato un miraggio per moltissimi di noi.

Ai genitori chiediamo collaborazione ma non di sostituirci

Nella pratica quotidiana di questi due mesi di emergenza, ho visto come anche le migliori intenzioni non producano sempre i risultati sperati. È un continuo aggiustamento del tiro. Nel complesso, nella nostra scuola primaria ce la stiamo cavando. Chi sa di più, si mette a disposizione degli altri, vale per gli insegnanti e per le famiglie. Ai bambini chiediamo di alzarsi in tempo per le lezioni, lavarsi la faccia, presentarsi alla videolezione, fare i pochi compiti che assegniamo, rispettare le date. Senza la collaborazione di un genitore questo non accade. Attenzione però a non chiedere ai genitori di aiutarci a portare avanti il programma: non tutti dispongono degli strumenti (linguistici, culturali e tecnologici) nonché del tempo da dedicare a questo compito. Gli errori sono dietro l’angolo, ma tutti possiamo migliorare.

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