Identità di genere: le “emozioni parassite”

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Identità di genere: le “emozioni parassite”

Resistono ancora degli stereotipi che portano a stigmatizzate certi comportamenti e reazioni a seconda che si tratti di maschi o femmine. Per questo serve molta prevenzione, fin da piccoli. Di Cinzia Mion

bambina triste

L’analisi transazionale insieme alle recenti ricerche di valorizzazione delle emozioni (neuroscienze, studi sull’intelligenza emotiva, eccetera) hanno rilevato quanto sia fondamentale, all’interno dell’educazione proveniente dalla famiglia e dal contesto antropologico-culturale in genere, la legittimazione dell’espressione di tutte le emozioni naturali.

Paura, rabbia, tristezza e gioia sono individuate come le primarie emozioni naturali. Se su queste intervengono censure implicite o addirittura esplicitate, a seconda per esempio dell’identità di genere, avviene una trasformazione dell’energia emotiva naturale in una emozione cosiddetta parassita.

Più comunemente avviene che la paura, trasformata in rabbia, da parte del maschietto (perché se hai paura sei una femminuccia!) soddisfa di più, a livello sociale, l’immagine proiettata all’esterno della propria identità maschile che si sta costruendo.

Lo stesso dicasi per la trasformazione della rabbia in tristezza (piangere silenziosamente quando si subiscono soprusi) da parte delle femminucce!

Ben presto infatti la bambina la cui sana rabbia può non essere accolta da genitori troppo preoccupati dall’immagine poco femminile di una bimba "arrabbiata", può trovarsi improvvisamente ricompensata da molte coccole inattese se prova a piangere silenziosamente perché frustrata dall’ingiustizia eventuale subita.

Un maschietto facilmente impauribile preoccupa molto una certa visione stereotipata dell’identità maschile, mentre un soggetto che esprime con più facilità la rabbia rassicura i padri preoccupati.

La paura pertanto non viene più riconosciuta e rimane nascosta nel profondo anche quando il maschio adulto entra nella relazione di coppia e lascia agire in modo ormai inconsapevole le sue paure (di abbandono, di inadeguatezza, di essere tradito, ecc) trasformate direttamente nell’emozione parassita della rabbia.

Spesso, anche se non sempre, l’origine compulsiva delle violenze sulle donne è proprio il risultato, a volte drammatico, di una comunicazione che passa attraverso livelli completamente diversi che non si incontrano mai, non lasciando mai soddisfatti i soggetti che non riescono ad esprimere così i loro bisogni autentici e rimangono costantemente delusi dalla relazione, senza possibilità alcuna di potersi incontrare veramente, se non aiutati a livello psicologico e terapeutico.

Un analogo processo subisce a volte la veicolazione della rabbia da parte di quelle bambine che, non incontrando la sua legittimazione, si trovano a trasformarla in tristezza, acquistando a questo punto invece di un cambiamento di comportamento e atteggiamento, come richiede l’azione sociale adeguata alla rabbia, una serie di consolazioni che però non scalfiscono i motivi per cui la “sana rabbia” era affiorata.

Le donne adulte che hanno appreso precocemente a trasformare la rabbia in tristezza, potrebbero ingrandire quella schiera di donne depresse che si sentono penalizzate da comportamenti di oppressione o di sfruttamento anche soltanto attraverso la famigerata “doppia presenza” ma che, avendo perso il contatto con l’autentica rabbia, non sanno più fare la domanda sociale adeguata e sollecitano invece con la loro tristezza diffusa compatimento o dichiarazioni consolatorie di affettività di cui onestamente non sanno che farsene e che a volte le fanno sentire perfino in colpa.

La prevenzione è una adeguata alfabetizzazione emotiva da parte innanzitutto dei genitori, preparati e resi consapevoli da opportuni interventi formativi e poi realizzata dalla scuola, tenuta istituzionalmente a farsi carico dell’educazione delle giovani generazioni anche per quanto attiene la loro identità di genere.

Leggi anche:

Cinzia Mion, L’ABC delle emozioni

 

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Cinzia Mion: 12 Febbraio 2019 Articoli

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