Studenti con difficoltà di memorizzazione: che fare?

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Studenti con difficoltà di memorizzazione: che fare?

È possibile che un ragazzo, che sembra intelligente, non riesca a imparare, a memorizzare e che il giorno dopo si scordi buona parte delle nozioni studiate? Le neuroscienze rispondono in modo affermativo, offrendo anche indicazioni relative agli strumenti compensativi utilizzabili
tecniche+di+memorizzazione

L'immagine  è stata tratta dal sito deabyday

Ultimamente mi capita di incontrare studenti disperati. Studiano, ma non riescono a ricordare, e quello che ricordano non riescono a esprimerlo compiutamente. Sono scoraggiati non solo perché tanto sforzo (e spesso tanti aiuti) non producono risultati commisurati, ma anche perché non capiscono come mai ciò possa accadere. Ormai rifiutano di parlarne perché non sono mai creduti, o capiti.

Gli insegnanti mi pongono increduli questa domanda: ma è possibile che un ragazzo, che sembra intelligente, non riesca a imparare, a memorizzare e che il giorno dopo dimentichi buona parte delle nozioni studiate? Il buon senso indurrebbe allo scetticismo.

La scarsa capacità di memorizzazione per la maggior parte delle persone è un fenomeno sconosciuto, poiché memorizzare è facile, basta ripetere. Tutti tendiamo a usare la ripetizione per fissare temporaneamente nozioni che magari non siamo riusciti a capire bene. Imparare a memoria è per la maggior parte delle persone la strategia di ripiego, l’uscita di sicurezza per salvarsi dalla scena muta se non si è capito. Capire a volte può essere difficile, memorizzare no.

Le neuroscienze da anni studiano la memoria nelle sue varie manifestazioni, ma come spesso succede le conoscenze che emergono rimangono confinate all’ambito clinico-riabilitativo, e non giungono a insegnanti ed educatori, che invece dovrebbero esserne i destinatari privilegiati.

L’apprendimento verbale, inteso come capacità di immagazzinare e ricordare una quantità di informazioni ben definita in un tempo limitato, è un’attività molto utilizzata nell’apprendimento scolastico e anche ben studiata in neuropsicologia. Per esempio, a scuola bisogna imparare una lista di verbi irregolari, oppure memorizzare una serie di elementi fisici, ecc. Ogni studente comincia a ripetere una prima volta, una seconda, e così via, fino a quando riesce a imparare la lista. Spesso la ripete dopo che è passato un certo lasso di tempo, per vedere se l’ha memorizzata in modo stabile e, nella stragrande maggioranza dei casi, anche il mattino dopo la lista è ancora ben presente nella memoria e facilmente recuperabile.

In neuropsicologia esiste una prova simile, messa a punto per la prima volta da André Rey nel 1958 e adattata più recentemente da autori italiani, che consente di misurare esattamente l’abilità di cui abbiamo parlato, chiamata “prova di apprendimento verbale”. Al soggetto è presentata una lista di 15 parole che deve cercare di ricordare al termine di ogni presentazione. La lista viene ripetuta per 5 volte registrando quanti elementi vengono ricordati. Poi il soggetto viene distratto con attività spaziali e dopo 15 minuti gli viene chiesto di ripetere la lista.

La curva di apprendimento in genere mostra un rapido incremento nel numero di parole ricordate dopo la seconda somministrazione, già a partire dai 12/13anni. Il numero di parole cresce fino ad avvicinarsi a 15 al quarto tentativo e spesso tutte le parole vengono ricordate all’ultima ripetizione. Dopo 15 minuti la maggior parte delle persone ricorda l’intera lista senza difficoltà, anche se sorpresa dalla richiesta di un compito che riteneva di avere terminato.

Dunque si verifica esattamente quello che accade allo studente che deve imparare i verbi o la tavola degli elementi: il materiale immagazzinato aumenta progressivamente a ogni ripetizione e rimane a disposizione anche dopo un certo intervallo di tempo dalla fine dell’esercizio.

Consideriamo ora la storia di Asia, una ragazzina di terza media arrabbiata con tutti gli adulti che vogliono continuare a mandarla a scuola. Asia nei pomeriggi è seguita da due insegnanti che la aiutano, ma nonostante questo non riesce mai a imparare in misura adeguata e prende risicatissime sufficienze. Sembra dimenticare tutto quello che il giorno prima al termine dello studio era in grado di ripetere ai suoi insegnanti. I genitori dicono che tutte le mattine è molto faticoso convincerla ad andare a scuola, i suoi insegnanti del pomeriggio non sanno come spiegare la situazione e pensano a difficoltà di natura psicologica.

Asia ha un buon profilo cognitivo e anche la memoria a breve termine risulta adeguata. Tuttavia, alla prova di apprendimento verbale, emerge il suo problema, che non riguarda la fase di apprendimento, ma il recupero dopo 15 minuti.
Al termine della fase di apprendimento Asia ricorda 13 parole, ma dopo 15 minuti le parole ricordate scendono a 8. La ragazza perde circa il 40% di ciò che aveva imparato. Dopo 30 minuti ricorda solo 6 parole, meno del 50% di quanto aveva appreso.

Ecco dunque un aspetto interessante che deve far riflettere gli insegnanti: nonostante la fase di apprendimento della lista di parole sia quella tipica degli studenti di pari età scolastica, il recupero a distanza delle informazioni apprese può essere inefficiente. Sinteticamente: l’immagazzinamento funziona, ma il ricordo no.

La prova neuropsicologica conferma quello che a volte si verifica nell’apprendimento scolastico: informazioni che al termine del pomeriggio di studio sembrano immagazzinate, dopo qualche ora non sono più recuperabili. Questo ci aiuta a capire e a interpretare con un’ottica diversa le difficoltà degli studenti come Asia o dei bambini che al mattino non ricordano più la tabellina imparata il giorno prima.

Può esistere apprendimento senza ricordo? E se esiste, allora che fare? Studiare di più servirebbe? Anche in questo caso le neuroscienze ci aiutano indicandoci che l’aspetto importante è capire se il soggetto non ricorda o non immagazzina. Con una semplice prova di riconoscimento che si somministra dopo 30 minuti dal termine della fase di apprendimento, al soggetto viene proposta una lista di 45 parole e per ciascuna di queste deve dire se faceva parte o no della lista che ha ascoltato. In questo caso Asia riconosce tutte le 13 parole che aveva ripetuto nella fase di apprendimento e le distingue bene da quelle che non facevano parte della lista. L’interpretazione neuropsicologia della risposta di Asia ci dice che il processo di immagazzinamento funziona, mentre ciò che è inefficiente è il ricordo.

Una situazione del genere è più frequente di quanto non si creda nella vita quotidiana: pensiamo a chi non ricorda il titolo di un volume ma sa di averlo immagazzinato e quindi gli basta guardare nella sua biblioteca per ritrovarlo, a chi non ricorda i suoi vestiti fino a quando non può aprire l’armadio e guardare, al giovane che consulta la sua playlist perché non ricorda un pezzo: il fatto di poter consultare il magazzino risolve il problema del ricordo e ci fa superare la difficoltà.

Le neuroscienze danno una facile indicazione alla didattica: se uno studente ha davvero problemi a ricordare una formula o una regola, basta dargli il magazzino delle formule e delle regole a disposizione e lui supererà le sue difficoltà. Se però non ha studiato, o non ha capito, il magazzino non gli servirà. Questo è il vero ruolo degli strumenti compensativi e alcuni insegnanti probabilmente ne contrastano l’uso perché nessuno glielo ha mai spiegato.
 

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