La “didattica inutile”

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I programmi di italiano, di storia o di matematica sono rimasti uguali a quelli che c’erano cinquanta anni fa: a che cosa servono oggi? Non dobbiamo dimenticarci le nostre radici storiche e culturali, ma siamo sicuri che in un mondo completamente diverso sia sempre utile insegnare le stesse cose? 
libri

Immagine tratta dal sito morenafanti

Uno degli argomenti che alcuni insegnanti utilizzano per giustificare l’impossibilità di occuparsi dei bambini o degli studenti con difficoltà è che “non hanno tempo”.

Devono svolgere il programma e molti di loro, quelli che sono ritenuti più coscienziosi, cercano anche di “prendersi avanti” per finire prima così da potersi dedicare al ripasso, oppure per introdurre in anticipo gli argomenti dell’anno successivo in modo preparare meglio i loro alunni.

La "dittatura del programma"

C’è chi parla addirittura di “dittatura del programma” (Kirchmayr, sulla rivista Aut Aut N. 358) per rappresentare la forza costrittiva, l’indiscusso valore e significato di ciò che si deve insegnare. Sul programma non esistono discussioni: si deve svolgere nei termini proposti dall’autorità scolastica. Eppure, molte attività che vengono proposte a scuola sono fortemente criticate dagli esperti.

Chi di noi ricorda cos’è una forma concessiva implicita? O il trapassato remoto del verbo essere? O il complemento di agente, o di causa efficiente? Chi di voi sa cos’è un limerick, o almeno ricorda di averlo sentito nominare? Solo gli insegnanti di lingua sanno rispondere. Chi ricorda cosa sono i triangoli equivalenti, o le disequazioni? Nessuno, tranne gli insegnanti di matematica. Anzi, quasi la metà della popolazione non ricorda la procedura della divisione, quindi qualcosa di molto più utile per la vita quotidiana.

Gli "apprendimenti scolastici"

Gli insegnanti sanno che buona parte di ciò che insegnano non serve a molto? Quando chiedo ad alcuni di loro di spiegarmi a cosa servono gli esercizi di analisi logica o di grammatica, o ancora gli esercizi con i verbi, l’unica risposta che mi danno è che poi sono proposti nelle prove INVALSI. Tutti i linguisti concordano sul fatto che l’insegnamento della grammatica e dell’analisi logica non serve per migliorare la capacità di esprimersi o di usare correttamente la lingua, e dunque a che cosa serve? Molte cose su cui si insiste a scuola e su cui si misurano i risultati scolastici effettivamente non hanno alcuna utilità.

Sono insegnate alle elementari o all’università (per esempio, la grammatica) senza grandi differenze. Servono genericamente per “esercitare la mente”, come le poesie imparate a memoria. In realtà questi contenuti costituiscono in gran parte l’ossatura di quelli che chiamiamo “apprendimenti scolastici”, ovvero di una categoria ad hoc di apprendimenti che sono sempre espliciti, cioè trasmessi attraverso istruzioni o spiegazioni, e non prevedono esperienza nè rielaborazione (meglio usare le parole precise del libro o della spiegazione).

Definire una categoria di conoscenze “apprendimenti scolastici” è come certificare che servono solo per la scuola, per essere promossi. Poi possono essere dimenticati. E in effetti si basano quasi esclusivamente sulla memorizzazione, cioè sull’immagazzinamento di nozioni o sulla ripetizione di procedure che non sempre è importante capire. Basta ricordarle il giorno della prova di verifica.

Anche in questa settimana ho partecipato a un consiglio di classe in cui gli insegnanti cercavano di giustificare a una famiglia la richiesta di sostegno perché una ragazzina di scuola media non riesce a svolgere gli esercizi di grammatica o fallisce sistematicamente nelle verifiche di inglese. “Se non è in grado di raggiungere i livelli minimi previsti dal programma, bisogna proporre un programma differenziato!”. Chiedo se la ragazza si esprime bene dal punto di vista lessicale e grammaticale, e i genitori ricordano che si esprime fluentemente in inglese nei contesti sociali perché ha frequenti contatti con stranieri. Per gli insegnanti questo non è sufficiente, riconoscono queste competenze ma non possono trascurare i risultati delle verifiche, lo fanno per il bene della ragazzina, per evitare frustrazioni per il futuro scolastico.

Nel corso di scienze pedagogiche (laurea specialistica) una giovane studentessa ricorda le sue difficoltà di imparare le poesie a memoria e illustra una sua strategia basata sulle immagini visive per fissarla nella mente. “Ei fu…” non ricorda il titolo, ma soprattutto non ricorda nè l’autore nè l’argomento e non è in grado di farlo nemmeno la sua collega che invece ripete con facilità le prime strofe sorridendo quasi con compartimento nei confronti della smemorata. A che cosa è servito tutto questo?
Non lo sappiamo e tuttavia i programmi di italiano, di storia o di matematica sono rimasti uguali a quelli che c’erano cinquanta anni fa, quando andavo a scuola io. Ma allora molti bambini vedevano le parole scritte per la prima volta nella loro vita, ascoltavano un discorso in italiano corretto per la prima volta, e impugnavano la matita sempre per la prima volta.

È importante una riflessione sulla "didattica inutile"

Siamo sicuri che in un mondo completamente diverso sia sempre utile insegnare le stesse cose? Siamo sicuri che, in un mondo in cui il nozionismo non conta più perché c’è Google, sia ancora utile usare le stesse tecniche di memorizzazione delle informazioni di cinquanta anni fa?

Non voglio certamente sostenere che dobbiamo dimenticarci le nostre radici storiche e culturali, ma una riflessione sulla “didattica inutile” va fatta, se vogliamo che la scuola ritorni a essere il luogo migliore dove stare per i nostri ragazzi.
 

Commenti

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    llenotti

    15:43, 30 Dicembre 2015

    Non sono d'accordo. I cosiddetti programmi d'italiano sono cambiati, eccome, e per fortuna. Solo che non sono cambiati i docenti. Insegno italiano alla scuola superiore. Concordo su tutto quello che lei ha scritto sulla grammatica, tant'è che ho, da qualche anno, smesso di insegnarla come un tempo, perchè mi sembrava un'inutile perdita di tempo e soprattutto non ne trovavo lo scopo; forse solo per tradurre un'altra lingua. Mi limito a ciò che io considero la grammatica di base: l'ortografia e l'analisi grammaticale. Per quest'ultima mi interessa solo che i miei alunni sappiano riconoscere le parti variabili ed invariabili del discorso, puntando soprattutto sui verbi e i pronomi e in particolare il loro uso attivo nella lingua. Per il resto, del cosiddetto programma d'italiano, mi dedico a sviluppare tutto ciò che è contenuto negli Assi culturali del 2007, su cui vertono veramente le prove Invlasi. Credo che i miei colleghi abbiano capito poco sia gli Assi sia le prove. Io non faccio esercitare i miei alunni sulle prove durante i due anni (giusto una per mostrare loro cosa sia), ma tutta la mia didattica si articola su conoscenze, abilità e competenze lì esposte. Purtroppo, con molti colleghi è come parlare ad un sordo...non ne vogliono sapere e sono ancora lì ancorati ai loro temini avulsi dalla realtà o a insistere su Dante (o addirittura Montale) e Manzoni...alla scuola media! Mi arrivano al biennio alunni che non sanno svolgere un riassunto, non riescono a raccontare una storia da un altro punto di vista o in ordine cronologico se presente un flashback, esercizi che, per me, arricchiscono la mente rendendola flessibile. A me non interessa che sappiano a memoria quattro acche sulla vita di Verga, a me interessa che abbiano una mente flessibile, perchè si gioca con la lingua, ma prima di tutto si deve capire il testo. Ho conosciuto pochi insegnanti della media veramente capaci; uno mi è rimasto in mente: quello di mio nipote, il quale abituava gli alunni ad essere, appunto, "elastici" coi testi e a leggere e a capire...Infatti, alla scuola superiore non ha trovato difficoltà, avendo trovato un'insegnante modellata secondo le nuove direttive ministeriali. Che poi nuove non sono...

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    Pietro Sacchelli

    21:56, 22 Dicembre 2015

    Il Prof. G. Stella ha lanciato un sasso nel "putrido" stagno dei programmi scolastici che andrebbero rivisti, sfoltiti e aggiornati anche alla luce dei nuovi saperi e strumenti di conoscenza. Pertanto concordo "in toto" sull'inutilità di tantissimi insegnamenti/apprendimenti scolastici.
    Mi limito ad una citazione che forse racchiude il senso dell'articolo stesso: "Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi." Albert Einstein