Bambini con DSA: La scuola è un fattore di rischio o un fattore di protezione?

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Bambini con DSA: La scuola è un fattore di rischio o un fattore di protezione?

Perché, nonostante tanta formazione, tanta divulgazione, la scuola ha ancora così tante difficoltà ad accettare coloro che hanno difficoltà di apprendimento? 
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Fonte: www.icbenedetto13.it

In queste settimane riceviamo molte sollecitazioni dai genitori, che lamentano, dopo tre anni dall’approvazione della legge 170/10, tante difficoltà a far accettare le misure dispensative e l’uso degli strumenti compensativi. In tanti casi i bambini della primaria manifestano il loro disagio con rifiuto di andare a scuola o con richieste di cambiare classe, mentre alle superiori i contrasti con gli insegnanti assumono forme di ostilità e di disturbo in classe.

Questi messaggi preoccupati e allarmati ci fanno pensare che in realtà, quando un bambino non riesce ad apprendere con il ritmo degli altri, la scuola, invece che un fattore di promozione (e quindi di protezione), diviene un fattore di rischio, perché costituisce un ambiente in cui il bambino sviluppa sentimenti negativi verso se stesso e verso gli altri.

Ma perché, nonostante tanta formazione, tanta divulgazione, ci sono ancora così tante difficoltà ad accettare coloro che hanno difficoltà di apprendimento? Perché la scuola pensa che dare gli strumenti compensativi, o dispensare dalla scrittura in corsivo o dalla memorizzazione delle tabelline sia fare un favore a qualcuno? Forse perché questo significa tradire il compito della scuola, che deve stimolare l’apprendimento? Ma cos’è l’apprendimento? C’è un unico modo di apprendere, oppure ce ne sono molti? Siamo tutti pronti a meravigliarci e a contare le diverse intelligenze (sette o otto?), ma poi, alla prima differenza che si manifesta in classe, non pensiamo più che sia espressione di un modo diverso di apprendere, ma semplicemente mancato apprendimento. Tutte le teorie affascinanti svaniscono di colpo per lasciare il posto alla spiegazione più tradizionale: non apprende perché non ne ha voglia, non si esercita abbastanza.

Nella maggior parte dei docenti c’è una sorta di scissione fra le teorie e la pratica quotidiana. Da un lato disponibilità teorica a concepire le differenze, dall’altro la ricerca di un modello didattico univoco, che non concepisce deviazioni o flessibilità. Questo modello costituisce il metro di misura e chi non si adegua si trova a essere emarginato dal resto del gruppo-classe (“non mi segue…”, “non posso rallentare tutti per lui…”).

In realtà si sbandierano le intelligenze multiple, ma in classe si vuole un gruppo di scolari o di studenti che rispondono all’unisono. La scuola umilia le differenze, scambia l’universalità delle teorie e delle conoscenze con la rigidità delle forme. Quest’ultima è più semplice da riconoscere e quindi da giudicare, ma non ha niente a che vedere con la prima. Come dire che si scambia la capacità di eseguire l’algoritmo della sottrazione con la capacità di comprendere il concetto di sottrazione o di risolvere problemi che ne implicano impiego. Questo errore porta a insistere sul modello di apprendimento dell’algoritmo e non consente di concepire che quel risultato possa essere raggiunto in un modo diverso. Il bambino ha bisogno della linea dei numeri per risolvere il problema? Non si può, ci vuole la certificazione di differenza. Il ragazzo delle superiori, pur esprimendosi correttamente non riesce nei compiti di grammatica? Debbo bloccarlo, oppure ci vuole la certificazione. 

Questa situazione di rigida dicotomia (o ti adegui o ti certifico) è l’elemento che genera il disagio e quindi trasforma la scuola in ambiente ostile. I ragazzi delle superiori rifiutano gli strumenti compensativi e eventuali misure dispensative perché il modo di proporle in classe offende la loro identità, influenza negativamente il loro rapporto con i pari. Non è forse questo un fattore di rischio nella crescita psicologica di un giovane?

Immaginiamo Maria Montessori o Don Lorenzo Milani alle prese con le discussioni di oggi sulla complessità del fare scuola nelle nuove condizioni di questa società multietnica e multiproblematica. Me lo sono chiesto tante volte e alla fine mi sono dato sempre la stessa risposta. Non sarebbe cambiato niente perché il loro obiettivo è sempre stato quello di cercare di aiutare tutti a raggiungere la formazione e la conoscenza con ogni mezzo, valutando l’impegno e non i livelli raggiunti, assumendosi da soli le responsabilità di giudicare in modo differenziato. Anche per loro l’apprendimento era impegno e quindi fatica, ma non costrizione punitiva, non competizione, bensì cooperazione e collaborazione, in cui ciascuno studente metteva la sua parte. 

È forse inutile idealizzare questo modello di scuola. Dobbiamo rassegnarci al fatto che questo atteggiamento sarà sempre minoritario, e che invece prevarrà quello di chi, non essendo in grado di discernere se un bambino non ha finito di scrivere il suo compito per pigrizia o per difficoltà e lentezza, lo costringerà a completarlo durante la ricreazione, guardando con invidia i suoi amici che giocano e sviluppando senso di umiliazione e rancore verso la scuola e tutti coloro che vogliono farlo studiare “per il suo bene”. Come può un bambino, lento a causa delle sue difficoltà, non sviluppare un’equazione studio = punizione, quando è sempre costretto a rincorrere e a completare? Come può non sviluppare rancore verso la scuola? Come può evitare di sentirsi stupido, o comunque incapace? 

Io continuo a coltivare l’utopia di una scuola amica, che, senza tradire il suo ruolo di luogo dell’apprendimento, diventi l’ambiente in cui tutti gli scolari e gli studenti possano sentirsi protetti, incoraggiati ed educati. 

Commenti

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    15:10, 10 Febbraio 2014


    Nadia Cutaia ci invia una riflessione densa e importante. La ringraziamo e condividiamo il suo testo con tutti i lettori.



    Insegno ormai da trentun anni nella scuola primaria, non mi stanco di frequentare corsi di aggiornamento, svolgo la mia professione con impegno (perché impegnativa è la professione dell’insegnante, entusiasmo) e senso di responsabilità, così come tante altre colleghe.


    Ricordo una decina di anni fa quando si discuteva sulla differenza tra personalizzazione e individualizzazione, io sostenevo che il compito della scuola non fosse quello di progettare traguardi diversi, studiati su misura dei diversi alunni, ritenendo fondamentale, in coerenza con i principi pedagogici che uniformavano la mia attività, di dover utilizzare strategie diversificate che permettessero di far leva su stili cognitivi diversi e quindi utilizzare percorsi, tempi, metodologie differenti per raggiungere gli stessi obiettivi formativi e le stesse competenze, pur con standard di prestazioni differenziate da parte dei diversi alunni.


    Esperienze pregresse avevano dimostrato operativamente la validità di questi principi, permettendo di raggiungere obiettivi insperati da parte di alunni che presentavano problematiche in apparenza irrisolvibili. Sarebbe stato sicuramente molto più semplice ritenere gli obiettivi raggiunti poi con impegno e fatica non raggiungibili a priori. Ritenevo che il testo di legge non esaltasse l’individuo e l’individualismo a scapito di altri valori, bensì riconoscesse il valore della persona e garantisse il raggiungimento di competenze adeguate ad una cittadinanza consapevole.


    Abbiamo in seguito assistito ad un intensificazione massiccia di certificazioni di alunni con DSA, ricordo che in alcune classi vi erano percentuali anche oltre il 50% di alunni con disturbi specifici di apprendimento. Tali diagnosi, rilasciate dalle Asl di riferimento o a pagamento da professionisti, hanno spesso suscitato perplessità negli insegnanti, soprattutto nei casi di disturbi specifici di tipo misto per i quali non sono sufficienti misure dispensative o compensative o nei casi di quozienti intellettivi borderline. Per molti genitori questo tipo di certificazione rappresentava comunque una tutela.


    Poi sono arrivati i BES , alunni con bisogni educativi speciali (forse poteva essere cercata una sigla più felice) e spesso noi insegnanti ci chiediamo chi sono i BES. Forse tutti coloro che hanno difficoltà per motivi socio-culturali o cognitivi sono BES? O sono forse i bambini certificati un tempo perché con quoziente intellettivo al di sotto della norma per i quali la classe aveva un insegnante di sostegno che permetteva di adeguare l’attività ai bisogni stessi del bambino in difficoltà? Ma oggi le risorse scarseggiano e l’insegnante di sostegno è raro nella scuola.


    Poi ci sono le prove  INVALSI uguali per tutti i bambini, prove che rappresentano uno stress non solo per le famiglie degli alunni e per gli alunni, ma anche per gli insegnanti che si sentono giudicati dai risultati stessi delle prove. Non è forse vero che i risultati delle prove vengono poi pubblicate  sui giornali e la scuola denigrata per la sua inefficienza?


    La scuola è diventata il luogo in cui correre, in cui manca il tempo, nonostante la molteplicità delle problematiche e delle ricchezze di cui ogni alunno è portatore e, come in ogni corsa, c’è chi arriva primo e chi rimane più indietro, aspettato con un piano di studi personalizzato che dà la tranquillità all’insegnante di poter continuare la corsa e giustificare chi non è tra i primi.


    Nello stesso tempo  seguire più percorsi individualizzati, magari molto differenti tra loro, non è poi così semplice, in classi sempre più numerose. Non dimentichiamo la presenza di alunni stranieri provenienti da diverse parti del mondo, inseriti nelle scuole, spesso anche senza la presenza di un mediatore culturale al momento dell’inserimento e per i quali negli anni gli insegnanti hanno dovuto prepararsi con autoformazione perché non c’è stato l’investimento massiccio nella formazione dei docenti come invece avvenuto di recente per i DSA.Per gli alunni stranieri le misure compensative e dispensative non sono così ben definite per Legge Forse per loro non c’è altrettanto interesse.


    Anch’io ritengo che la scuola, in particolare quella primaria, debba riappropriarsi del suo ruolo di ambiente di apprendimento, tutelando i bambini, incoraggiandoli, aiutandoli, educandoli, ma mi chiedo se sarà ancora possibile questo quando anche la valutazione diventerà semplicemente sommativa e non formativa: quando entrerà in uso il registro elettronico e saremo costretti a fare una media aritmetica dei voti ottenuti nelle verifiche e controllati in tempo reale dai genitori che alimentano la competizione e l’individualismo.


    La scuola non serve solo all’individuo ma anche alla collettività e deve pertanto preparare ad affrontare la vita che implica anche frustrazioni, il confronto e la fatica. È sufficiente un piano di studi personalizzato per garantire un futuro al bambino?
    Un’altra osservazione nella pratica è che molto spesso i bambini rifiutano attività diverse dal resto della classe e credo che anche per questo i bambini non stiano bene e vogliano cambiare classe.