Osservare è stare accanto ai bambini con “un cuore che pensa”

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Osservare è stare accanto ai bambini con “un cuore che pensa”

La competenza professionale e la sensibilità degli adulti per mantenere la giusta distanza nell'osservazione dei bambini. Di Roberta Cardini

L’osservazione del bambino, dei legami sociali e affettivi fra bambini e delle relazioni tra bambini e adulti (e fra adulti) rappresenta una delle più significative attività del lavoro educativo al nido d’infanzia.
Un primo argomento di riflessione in merito riguarda il più vero senso dell’osservazione nell’ambito di una “pedagogia della relazione”. È sguardo accorto e ascolto attento allo stare e al fare dei bambini in rapporto alle modalità organizzative dello spazio e del tempo attraverso le routine della cura e le attività ludiche o d’esperienza che si succedono e si intrecciano nella giornata educativa. Ma è anche – e prima di tutto  attenzione partecipata in maniera empatica alle modalità più autonome, genuine e autentiche di essere e di crescere di ciascuna/o bambina/o in una trama di legami intrisi di affetti e pensieri qualificati “dall’impegno con l’impegno dell’altro”. E, allo stesso tempo, è posizione di “prossimità controllata o giusta distanza”, in relazione ai più accreditati riferimenti teorici riguardo alla natura del bambino, alle finalità dello sviluppo e alle strategie della crescita. Riferimenti teorici adottati in guisa di “occhiali per la mente” per “tradurre in una narrazione” dotata di senso l’essere e il crescere oltre che lo stare e il fare dei bambini.

Quali atteggiamenti? Spazio e tempo all’emozione


Un’altra questione di grande importanza nell’ambito di tale prospettiva rimanda all’atteggiamento da adottare nell’osservazione della relazione al nido d’infanzia. La pedagogia della relazione riconosce la propria essenza nella coltivazione di legami di affetto e di pensiero densi di senso tra bambini, tra bambini e adulti e tra adulti, intesi come luogo naturale e necessario per la costruzione di un sé buono, capace e di valore e di una autonoma capacità di pensare delle bambine e dei bambini. È in ragione di tale centralità che l’osservazione è avvicinarsi in maniera cauta, tentennando o “a tasto”, è allentare il battito del cuore e sospendere il lavoro della mente, è pesticciare sulle proprie impronte con generosa esitazione e in postura d’accoglienza. Ancora, è cercare “un punto d’equilibrio giustamente squilibrato” tra il fare un passo in avanti  dando spazio e tempo all’emozione  e il fare un passo indietro  garantendo un “luogo” per la riflessione  per accogliere la risonanza dentro di sé del mondo interno del bambino (e dell’adulto). È, insomma, stare accanto al bambino (e all’adulto) con “un cuore che pensa”.

Competenza professionale e sensibilità


Un ultimo rilevante aspetto al proposito riguarda infine le più significative connessioni tra la pratica dell’osservazione e la competenza educativa dell’adulto. L’educatore impegnato nella cura della prima infanzia versa in maniera generosa il proprio impegno nella relazione, intesa come matrice generativa della possibilità per la/il bambina/o (ma anche per l’adulto) di realizzare la propria essenza/la propria presenza in una maniera ricca di senso nel mondo. Lo sostiene in tale impegno  che rivela nel tempo una portata restitutiva che eccede alla grande quella donativa – una pratica osservativa fondata su emozioni e affetti, desideri e aspettative, idee e pensieri e nutrita da fiducia e speranza. È in virtù dell’impegno in tale pratica che l’educatore promuove la propria competenza professionale nei termini della sensibilità, dell’attitudine responsiva e della competenza riflessiva nel mentre offre una genuina e autentica prospettiva di senso all’essere e al crescere della prima età e, in essa, di ciascuna/o bambina/o (e degli adulti che se ne prendono cura).

 

Foto: Nido Università di Trento, da Nidi d'infanzia n. 1 2018/2019: “Sentirsi a casa”, Barbara Zoccatelli e Angela Palandri.
  

 

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Roberta Cardini: 09 Gennaio 2019

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