Cambiare il punto di vista: essere vicini alle educatrici

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Cambiare il punto di vista: essere vicini alle educatrici

Non basterà tirare una riga e ripartire da dove avevamo interrotto il nostro cammino, ma al contrario dovremo ripensare le nostre professioni. Di Enea Nottoli, Docente di Lettere e Coordinatore Pedagogico servizi di Carrara

Come coordinatore pedagogico il mio primo pensiero, è inutile negarlo, è stato per il mio personale educativo, esseri umani prima che educatrici o collaboratrici. I primi giorni sono rimaste in servizio senza bambini, dunque abbiamo cercato di organizzare un lavoro costruttivo, cercando di metterci in pari e di organizzare l’attività per quando saremmo rientrati nella struttura.

È indubbio che all’interno del gruppo ci fosse molta tensione. Spostarsi, incontrarsi, relazionarsi anche se con le dovute cautele e sempre mantenendo le indicazioni sanitarie. Tutto molto difficile e da un punto di vista psicologico sicuramente pesante. Senza poi considerare le varie situazioni familiari con figli a casa, persone anziane a rischio e tutto quello che può scaturire da un contesto di emergenza come questo.

Poi è arrivata la chiusura definitiva e la quarantena. Ogni contatto diretto, già peraltro interrotto precedentemente, è stato definitivamente tagliato, dunque è stato necessario trovare altre forme di relazione.

A questo punto ho pensato che forse il modo migliore fosse quello di mandare una canzone e un messaggio ogni mattina; una testimonianza di vicinanza effimera certo, ma pur sempre un modo per stare vicino a chi fino a ieri era al tuo fianco e portava avanti una “missione” con te.

Ho pensato che questo fosse importante, fondamentale perché il personale educativo dei servizi dove opero sono esseri umani e non umanoidi da produzione. Ciò che mi interessa in questa fase è che loro avvertano una vicinanza, un’attenzione e quella cura di cui si parla tanto per bambini e famiglie ma che spesso non riguarda proprio coloro che la devono offrire.


Ho deciso che la cura verso di loro fosse la cosa più importante, perché sono alle prese con i propri figli, i propri compagni, le proprie famiglie, i propri anziani e per di più sono in una situazione economica non facile. Non basta dire che andrà tutto bene e poi girarsi dall’altra parte, è necessario far sentire la propria vicinanza, magari anche attraverso una piccola poesia nata da una riflessione personale.

Certo i bambini e le famiglie sono fondamentali per il nostro lavoro, ma ogni emergenza ha le sue peculiarità e questa ne ha veramente molte.
Alle famiglie non abbiamo mandato video, letture o canzoncine. Abbiamo scritto e condiviso delle lettere e poi mandato degli audio messaggi, dei saluti a loro e ai bambini, pensando che in un momento di morte diffusa fosse importante entrare nelle case in punta di piedi. Non sappiamo cosa succede in queste famiglie, così come forse non sappiamo fino in fondo nemmeno cosa succede nelle nostre.

Forse siamo stati e saremo impopolari, ma comunque sia ciò che abbiamo messo in campo è nato da un confronto continuo e da una riflessione comune, prendendo in esame tutte le perplessità, le paure, i timori, le reticenze, gli entusiasmi e il dolore del nostro personale.

Con le referenti ci sentiamo ogni giorno e ci vediamo una volta la settimana in video incontro, sia per organizzare un po’ questo nostro agire sia per mantenere un contatto “umano” o similare; inoltre i contatti sono continui con tutto il personale e sono sempre a disposizione di chi mi vuole chiamare o di chi vuole condividere qualsiasi cosa con me.

Tutto questo ovviamente è stato possibile grazie alla grande professionalità delle educatrici, delle ausiliarie e di tutto il personale che ruota intorno ai servizi e, soprattutto ad una riflessione profonda portata avanti nei primi giorni.

Poi tutto dovrà cambiare


È bene non illuderci troppo, è bene non pensare che una volta passato tutto questo torneremo a fare quello che facevamo prima, non solo dal punto di vista umano ma anche da quello professionale. Non basterà tirare una riga e ripartire da dove avevamo interrotto il nostro cammino, ma al contrario dovremo ripensare le nostre professioni.

Qualcosa si è inceppato fin da subito perché il tutto si basava su equilibri precari e spesso poco inerenti alla questione educativa.
Dovremo ripensare al ruolo delle educatrici dei servizi per l’infanzia, alla loro dignità e alla loro professionalità. Sarà opportuno domandarsi il perché molte persone del mondo educativo hanno perso da subito il controllo disattendendo quelli che sono i più elementari insegnamenti che ci sono giunti.

Dovremo riflettere sul fatto che nel mondo educativo serve una maggiore riflessività e forse anche professionalità, ripensando sia al rapporto con le famiglie che con i bambini stesi, oltre che con la realtà vera.
Anche la scuola, tutta la scuola, compresa quella dell’infanzia che ha inondato di schede i bambini, dovrà ripensare al suo ruolo, alla sua funzione e alle sue priorità. Questa vicenda ci ha messo in evidenza un fattore fondamentale, la collaborazione. Senza questa azione oggi non saremmo in grado di raggiungere la maggioranza dei nostri ragazzi a casa, lasciandoli a loro stessi e mettendo le famiglie ancor più in difficoltà.

Riallacciare le relazioni non è mostrarsi deboli, anzi è proprio il contrario, vuol dire dimostrare che le sinergie, quando si parla di accompagnare i bambini/ragazzi nel proprio sviluppo sono un’arma vincente.

Non siamo eroi


In conclusione un’ultima riflessione. Non siamo “eroi silenziosi” come ci ha definito la ministra dell’istruzione, siamo dei professionisti che con i propri limiti e con i limiti del sistema ogni giorno cercano di fare il proprio meglio, proprio come fanno gli educatori e tanti altri professionisti.
La speranza è come dopo questa esperienza si capisca che bisogna tornare ad investire in modo forte e sostenuto nella scuola, nella cultura, nei ragazzi e in chi si occupa della loro formazione.


  

06 Aprile 2020

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