Ai candidati dirigenti scolastici

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Un dirigente dovrebbe esercitare l’arte della diplomazia. E perseguire gli obiettivi istituzionali di una scuola, come il diritto all’apprendimento degli studenti e il loro successo formativo. Di Mario Maviglia. 

Insegnanti

Sulla Gazzetta Ufficiale del 24 novembre 2017 è stato pubblicato il bando per il reclutamento dei dirigenti scolastici. Sono previsti complessivamente 2416 posti. Le domande andranno presentate in forma on line dal 29 novembre al 29 dicembre 2017. È stata attribuita a Winston Churchill la frase: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Probabilmente possiamo dire lo stesso per la procedura concorsuale, che però ha il pregio di porre tutti i candidati sullo stesso piano. Naturalmente la preparazione al concorso deve essere accurata e approfondita, non ci stancheremo di ricordarlo; ma in questa sede vogliamo dare alcune indicazioni ai candidati dirigenti scolastici soprattutto in relazione a quanto oggi è richiesto al dirigente di una scuola.
Che sia una figura di potere è fuori di dubbio, anche se nella scuola il potere viene esercitato in maniera alquanto mediata. Basti pensare che non è il dirigente a scegliere il personale, ma se lo trova assegnato secondo meccanismi che sfuggono al suo controllo e alla sua decisionalità. E va pure ricordato che molte “decisioni” del dirigente prima che diventino effettivamente tali devono superare il vaglio di appositi organismi (primo fra tutti il collegio dei docenti e poi il consiglio di istituto). Inutile dire che in questo contesto chi pensa di dirigere la scuola in modo autoritario o autoreferenziale rischia grosso. Una delle prime consapevolezze da assumere è che il potere che si esercita a scuola è alquanto “depotenziato”. Farsi prendere da manie dittatoriali può essere controproducente.

Dirigenti scolastici e arte della diplomazia 

E infatti, a ben pensarci, un dirigente dovrebbe essere più incline ad esercitare l’arte della diplomazia che non quella della imposizione. Coordinare tanti soggetti e tanti organismi richiede infatti capacità di ascolto, mediazione, compromesso. Spesso occorre avere pazienza, aspettare, indugiare. Non tutti sono disponibili o preparati a questo. Allora, se si vuole affrontare il concorso con una certa dose di consapevolezza, occorre chiedersi se si è in grado di accettare una condizione di questo tipo. Come pure accettare la condizione della solitudine. Per quanto ci si possa affidare a consigli esterni, alle reti formali e informali, vi sono momenti in cui occorre assumere decisioni “mettendoci la faccia”, in cui si è da soli con se stessi, con la propria capacità di scegliere ciò che è più utile o consono alla situazione.
Un altro aspetto da considerare è che – a dispetto di quanto riportato dal programma d’esame del concorso – gran parte del lavoro del dirigente si svolge sul piano relazionale e comunicativo ed è un vero peccato che non possano essere verificate queste capacità nei futuri dirigenti. Infatti è agendo in modo efficace su questo versante che si possono conseguire risultati significativi. In fondo il dirigente si trova al centro di una fitta rete di relazioni ed è costantemente sollecitato a confrontarsi con linguaggi, stili, esigenze, aspettative, strategie e metodologie del tutto diverse. Governare questa fitta rete di rapporti richiede una grande capacità comunicativa e relazionale. La stessa vision che il dirigente vuole portare avanti nel proprio istituto richiede una condivisione con tutti i soggetti che ne devono portare il peso. Molti dirigenti si vivono come generali di un esercito, ma se si voltano indietro non c’è alcun soldato che li segua, o pochi accoliti opportunisti.

Fare un passo indietro

Anzi a ben considerare, un vero leader è colui che distribuisce in modo oculato e consapevole il potere e responsabilizza i suoi collaboratori. Un pericolo incombente per ogni dirigente è il narcisismo onnipotentistico. L’antico filosofo e scrittore cinese Lao Tzu diceva: “Un leader è migliore quando la gente sa a malapena della sua esistenza; quando la sua opera sarà compiuta, il suo obiettivo raggiunto, la gente dirà: siamo stati noi a farlo”. Fare un passo indietro, lavorare dietro le quinte, mettere sotto il riflettore la scuola e i suoi protagonisti piuttosto che se stessi è un atteggiamento che richiede grande umiltà e senso dei propri limiti. Qualità che non sono richieste dal bando di concorso ma che fanno la differenza tra una leadership centrata su se stessa e una protesa a perseguire gli obiettivi della scuola con il contributo di tutti gli interlocutori.
E infine segnaliamo un’altra qualità, oggi merce rara: il senso dell’istituzione. Molti dirigenti confondono l’autonomia delle scuole (regolamentata dal DPR 275/1999) con la propria autonomia. In realtà l’azione del dirigente dovrebbe essere finalizzata a garantire il perseguimento degli obiettivi istituzionali di una scuola, prima fra tutti il diritto all’apprendimento degli studenti e il loro successo formativo. Fuori da questo orizzonte l’azione del dirigente è del tutto inutile. Avere il senso dell’istituzione significa mettere la propria competenza e professionalità al servizio di questi obiettivi. Sotto questo profilo il dirigente appare più vincolato che autonomo, vincolato al raggiungimento degli obiettivi della scuola.

Il bando di concorso (anzi, per l’esattezza il decreto ministeriale 138/2017 che regolamenta lo svolgimento del concorso) prevede una serie di materie su cui occorre dimostrare di aver acquisito una preparazione idonea a svolgere un lavoro che, malgrado tutto, rimane ancora affascinante, ma riteniamo che se non si hanno le qualità descritte sopra (o se non si è disponibili a coltivarle) può diventare un lavoro molto stressante e decisamente poco gratificante. Meglio lasciar perdere.

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