"Miti scolastici", terza parte: la partecipazione

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L’istituto degli organi collegiali è uno dei più devitalizzati nel panorama scolastico italiano. Ciò non bastasse sono arrivati anche i gruppi Whatsapp dei genitori... Di Mario Maviglia

genitori partecipazione telefonino

Sulla carta il nostro sistema scolastico è uno di quelli che più favoriscono la partecipazione. Fin dal 1974 (DPR 416) la scuola si è dotata di organi collegiali al fine di realizzare… la partecipazione della gestione della scuola dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica” (art. 1).

Su questa falsariga, il recente CCNL Istruzione e Ricerca 2016-2018 (art. 24) definisce la scuola “una comunità educante di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, improntata informata ai valori democratici e volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni”. Insomma, non si può dire che la normativa non sia prodiga di continui riferimenti, indicazioni e determinazioni che esaltano il valore della partecipazione sociale alla vita della scuola. Eppure, a fronte di tanta prosopopea normativa, l’istituto della partecipazione è uno dei più devitalizzati nel panorama scolastico italiano. Nelle elezioni per il rinnovo degli organi collegiali in molte realtà si fa fatica a registrare percentuali di votanti a due cifre, lontanissime comunque da quell’80% degli anni ’70.

Paradossalmente la crisi della partecipazione canonica si è aggravata quando più intensa è diventata la partecipazione informale: è realistico immaginare che oggi esistano in Italia centinaia di gruppi whatsapp di genitori che ogni giorno discutono, intervengono, dicono la loro sulla scuola (e sui docenti). La rete, inoltre, ha ancor più ampliato queste opportunità riversando sull’etere interventi, prese di posizione, denunce. È una forma di partecipazione più immediata e spesso utilizza registri emotivi più che razionali. Questa agorà virtuale ha soppiantato di fatto quella reale, fatta di incontri tra persone in carne ed ossa. Ma le cause della crisi della partecipazione tradizionale non vanno ricercate nelle tecnologie dell’informazione; in realtà il lento ma inarrestabile declino del movimento partecipativo è iniziato fin da subito, quando ci si è accorti che gli organi collegiali avevano un potere decisionale assolutamente irrisorio, e lo stesso ruolo dei genitori appariva molto sfumato.

La politica non ha saputo (o non ha voluto, ma il risultato non cambia) trovare delle risposte adeguate per rilanciare l’istanza partecipativa anche attraverso una seria riforma degli organi collegiali, soprattutto dopo l’avvio dell’autonomia scolastica. Di fatto oggi gli organi collegiali vengono vissuti non certo come un’opportunità partecipativa ma come una vuota ritualità o, peggio, come un intralcio burocratico.

 

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