Insegnare è… passione per l'ignoranza. Colloquio con Daniel Pennac

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Insegnare è… passione per l'ignoranza. Colloquio con Daniel Pennac

Daniel Pennac dialoga con Ilaria Tagliaferri. Dal numero 1 di “La Vita Scolastica” 2014/2015.

Pennac

Pseudonimo di Daniel Pennacchioni, Daniel Pennac da bambino è un pessimo allievo. Classe 1944, grazie al suo amore per la lettura e la scrittura si laurea in lettere all’Università di Nizza, e a partire dal 1970 inizia la sua attività di insegnante che lo appassiona. Contemporaneamente pubblica racconti, molti dei quali ispirati alla figura di Benjamin Malaussene, di professione… capro espiatorio.

Nel 1992 esce il famosissimo saggio Come un romanzo, nel quale Pennac stila i celebri “diritti del lettore”. Ed è proprio di libri, lettura e scuola che abbiamo parlato nel corso del nostro incontro. Affabulatore ironico, critico pungente, attento ascoltatore, Pennac ci ha raccontato le sue esperienze in classe con bambini e ragazzi.

La conversazione inizia dalla lettura della lectio magistralis tenuta da Pennac all’Università di Bologna in occasione del conferimento della laurea ad honorem in pedagogia, nel marzo 2013. Il titolo del testo è assai stimolante: Una lezione di ignoranza. “Sono convinto”, dice Pennac, “che il disastro scolastico dipenda dalla paura dell’insuccesso, dalla vergogna del fallimento, dal timore per il futuro e dalla solitudine mentale. La scuola è un baluardo fragile di fronte alla demagogia e alla pubblicità”.

Ne approfittiamo per chiedere quale sia il ruolo della lettura in questo contesto, e quale il motivo per cui i ragazzi non amano leggere. “Non riesco a togliermi dalla testa l’idea che la compagnia dei nostri autori favoriti ci renda più frequentabili a noi stessi, più capaci di preservare la nostra libertà di essere, di tenere sotto controllo il desiderio di possedere e consolarci della nostra solitudine.”

Molti sostengono che i ragazzi di oggi non leggono…

I motivi per i quali i ragazzi non amano leggere sono numerosi e ce li ripetiamo tutti i giorni: colpa dell’evoluzione del mondo che ci circonda, delle famiglie monoparentali, della mancanza di tempo e dei troppi impegni, dei ritmi frenetici... ma non è mai colpa degli insegnanti?

Vi propongo un esperimento: se all’inizio dell’anno scolastico vi mettete di fronte a una libreria (o in una biblioteca!) vedrete ragazzi che vi si presentano con la lista, come in farmacia, dei libri prescritti (da noi in Francia: una spruzzata di Baudelaire e dieci gocce di Balzac al giorno!), dietro alla quale riemergeranno con aria spaesata e stanca. Spesso l’indifferenza da parte loro alla lettura è causata dall’insegnamento “medico-legale” della letteratura, mentre è importante formare il lettore. Dobbiamo stare attenti a non diventare guardiani del tempio, e impegnarci invece a essere passeur.

Può spiegarci la differenza?

I guardiani del tempio sono ovunque: ce ne sono tra i medici, i giuristi, e anche tra gli insegnanti. Si riconoscono da ciò che decretano e da ciò che deplorano. Decretano eccellenza e deplorano mediocrità, ma non sono capaci di trasmettere niente, si sottraggono a ogni responsabilità personale. Guardiano del tempio non è una funzione, è uno stato d’animo, un ruolo. È la lettura limitata alla conoscenza, che viene considerata proprietà privata.

I passeur invece sono coloro che trasmettono la cultura agli altri. Sono i curiosi di tutto, quelli che leggono tutto, che non confiscano... Passeur sono i genitori che si augurano di trasformare i figli in lettori, gli insegnanti le cui lezioni ci spingono a correre in libreria, i traduttori che aprono le frontiere dei paesi alle letterature, i librai che insegnano ai clienti i criteri della classificazione dei libri per far sì che la loro libreria diventi l’universo prediletto dal cliente, i bibliotecari capaci di raccontare i romanzi sui loro scaffali, gli editori che non rispondono alle logiche del mercato, i lettori che si ritrovano con una libreria piena di testi brutti perché quelli belli li hanno prestati senza la pretesa di riaverli indietro.

Come insegnante quali sono stati i suoi primi gesti per essere “passeur”?

La lettura è in grado di rendere luminosa la nostra solitudine, e per conciliarsi con essa è molto importante la noia: quando insegnavo, prescrivevo ai miei alunni venti minuti di solitudine e di noia al giorno. Dicevo loro di tornarsene a casa, di non parlare con nessuno lungo la strada e di non fermarsi al bar con gli amici. "Entrate in camera", dicevo "sedetevi sulla sponda sinistra del letto e prendete un orologio. Resistete così per 20 minuti, senza parlare, senza telefonare, senza studiare, senza fare niente. Domani me lo racconterete".

I cambiamenti sociali quanto hanno influito sull’essere bambini oggi?

I nostri alunni non sono certamente più quelli di cinquant’anni fa. Da allora infanzia e adolescenza hanno cambiato statuto, sono diventate clienti della società dei consumi.

Ai tempi in cui ero ragazzo si mangiava ciò che c’era in tavola e si leggevano i libri che trovavi nella libreria di casa tua, non c’era una letteratura specifica per i ragazzi, mentre oggi tutto è mutato, nel consumo di cibo, di giochi, nei mezzi di trasporto e comunicazione, nella scelta dei libri.

C’è un sentimento di maturità sociale che accomuna bambini e genitori, ed essi rivendicano gli stessi diritti, gli stessi telefonini, videogiochi. In questo modo adulti e ragazzi si collocano nell’ambito dell’“avere” ma sono convinti di stare in quello dell’“essere”. La nostra missione è quella di rimettere a posto i due campi.

Quali consigli dà agli insegnanti per avvicinare i ragazzi alla lettura?

Negli anni Ottanta leggevo ai ragazzi delle mie classi i libri ad alta voce e facevo loro imparare dei passaggi a memoria, spesso si trattava degli incipit. Numeravo ogni libro, uno per ogni settimana, poi giocavamo a interrogarci a vicenda chiamando il numero “dimmi il 3, dimmi il 7!” e anche io entravo nel gioco insieme a loro.

In questo modo mostravo loro come la mia memoria, a quarant’anni, fosse molto più labile della loro. Il discorso della memoria è fondamentale quando si parla di lettura, perché il mio scopo era che si costruissero una biblioteca mentale da portarsi dietro nel tempo, nel futuro.

Pensavo sempre al futuro quando leggevo per loro. Tant’è che mi è capitato una volta di incontrare un mio ex allievo che mi ha guardato fisso e si è messo a recitare l’inizio di Cent’anni di solitudine, che avevamo letto insieme quando lui frequentava la seconda media. Mi disse che ero stato io a infondergli la passione per la lettura: e adesso di professione fa il pilota di aerei, e mi ha confessato di avere l’abitudine di inserire il pilota automatico durante il viaggio, per poter leggere in pace qualche pagina. Al che non ho potuto fare a meno di chiedergli su quale tratta voli!

Oggi abbiamo classi con bambini di origine straniera: non è più difficile appassionarli alla lettura?

Quando c’erano molti bambini stranieri con una minima alfabetizzazione in francese chiedevo loro di tenere un quaderno vicino al letto, a casa, e di scrivere i loro sogni al mattino, di getto, anche con poche frasi. In classe dovevano raccontarmeli, leggermi ciò che avevano scritto e poi li riscrivevamo insieme, correttamente, rispettando le regole grammaticali. Niente interpretazioni: l’esercizio era utile per la scrittura e per fare un confronto tra le due dimensioni, quella del sogno e quella del racconto.

Come cambia l’atteggiamento dei ragazzi che diventano lettori nei confronti di coloro che ancora non si sono riconciliati con la lettura?

In Come un romanzo ho scritto il primo dei diritti, quello di NON leggere: notavo che i bambini che si erano riconciliati con la lettura tendevano a disprezzare quelli che non lo avevano fatto, scordandosi che poco prima a non leggere erano proprio loro stessi. La lettura è un atto in cui si tende a ieratizzare inconsciamente il lettore. Ho lottato a lungo contro la propensione dei ragazzi riconciliati con la lettura a diventare loro stessi guardiani del tempio, mentre dovevano comunque e sempre essere passeur.

Qual è il compito principale degli insegnanti?

Ho sempre avuto passione per l’ignoranza, e ho sempre pensato che fosse un problema intellettualmente stimolante... ma i miei professori non si sono mai appassionati alla mia! Secondo me diventare insegnante vuol dire proprio questo: appassionarsi all’ignoranza, trovare in essa la radice della creatività, della conoscenza, a qualsiasi età. Mia figlia, quando mi vede maldestro al pc, sa che per insegnarmi a usarlo deve avere molta, moltissima passione pedagogica nei mie confronti.

I libri di Pennac

Daniel Pennac è autore di numerosi libri, tutti di grande successo; tra i suoi libri per bambini, ricordiamo: il ciclo di Malaussène, pubblicato da Feltrinelli, Il paradiso degli orchi (1985); La fata Carabina (1987); La prosivendola (1989); Signor Malaussène (1995); La passione secondo Thérèse (1998); Ultime notizie dalla famiglia (1995-96); Signori bambini (1997); La lunga notte del dottor Galvan (2005), il ciclo di Kamo, 1994-1996 pubblicato da Einaudi Ragazzi; Il giro del cielo (1997, Salani). Tra i saggi: Come un romanzo (1992); Diario di scuola (2008), Storia di un corpo (2012), tutti editi da Feltrinelli.

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