Il digitale per l'inclusione. Notizie dall'Argentina

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Il digitale per l'inclusione. Notizie dall'Argentina

Il digitale come diritto: il caso argentino. “Inclusión digital educativa” è una legge e non un progetto il cui destino va negoziato di anno in anno. Di Francesca Capelli. 

Inclusione digitale educativa

Aule digitali mobili per tutti

Permettere a tutti gli studenti l’accesso alle tecnologie digitali e alla conoscenza che ne deriva, diritto culturale riconosciuto dall’UNESCO. Abbattere le barriere legate al ceto sociale e favorire l’inclusione. Costruire una relazione critica con le nuove tecnologie, perché il sapere non si limiti all’utilizzo di programmi e funzioni di un computer, ma sia anche un “saper metter in discussione”. Sono questi gli obiettivi del piano nazionale Inclusión digital educativa del governo argentino, che alla fine del 2015 avrà raggiunto tutte le scuole primarie (6-13 anni) del paese, dotandole di “aule digitali mobili”: armadietti con ruote, per essere spostati all’interno della scuola, ognuno dei quali attrezzato con 30 netbook, un router, server, una stampante, un proiettore, una lavagna digitale interattiva, una videocamera e chiavetta usb.

Una scelta pedagogica

“Abbiamo raggiunto 6.990 scuole e consegnato 7.046 aule”, dice Laura Penacca, coordinatrice del programma per il Ministero dell’Educazione. Insegnante, una laurea in Scienze dell’educazione e un master sulle nuove tecnologie applicate all’apprendimento, dirige una struttura costituita da formatori, informatici, tecnici dislocati in tutto il paese. “Nei prossimi mesi completeremo la distribuzione”, spiega con orgoglio.
Restano escluse le primarie della municipalità di Buenos Aires, dal momento che la capitale ha uno status autonomo (un po’ come Washington D.C. o il Distrito Federal del Messico). Qui è il Governo della Città che distribuisce i netbook direttamente alle famiglie, secondo il Plan Sarmiento, dal nome del presidente che nel XIX secolo creò l’istruzione primaria argentina – pubblica, laica, obbligatoria e gratuita – in un paese che, dal 2003 al 2012 è passato a investire nell’educazione dal 3,7 al 6,3 per cento del prodotto interno lordo, contro un media regionale del 3,6 per cento, come attestano dati Unesco.

“La scelta del governo nazionale è stata diversa”, dice Penacca. “Nelle primaria abbiamo preferito privilegiare le strutture scolastiche, mentre ai ragazzi delle secondarie consegniamo i computer in comodato d’uso fino al diploma, dopodiché saranno di loro proprietà”.  Non si tratta tanto di un risparmio di risorse – una sola aula, con 30 netbook, può servire a centinaia di alunni – ma di una scelta pedagogica: mettere al centro i docenti, i direttori, qualificare la scuola come luogo di accesso collettivo ai diritti.
Diritti che vengono garantiti dallo stato: Inclusión digital educativa è una legge e non un progetto il cui destino va negoziato di anno in anno. “Lo stato si fa garante non solo della distribuzione, ma del successivo supporto”, spiega Laura. “Oltre ad aver formato tutti gli insegnanti alla gestione dell’aula digitale mobile, offriamo assistenza telefonica, via mail o con l’invio di personale a scuola, dal momento che in ogni provincia si è costituita una squadra di tecnici”. 

Vento, cambiamento: Huayra

Il server e i computer arrivano già dotati di contenuti e app didattiche basate su un sistema operativo aperto, prodotto dallo stesso ministero. Si chiama Huayra, parola quechua (lingua nativa andina) che significa sia vento, sia cambiamento. Il logo è un soffione (http://huayra.conectarigualdad.gob.ar/huayra). “Vogliamo agganciare l’idea della sovranità pedagogica alla sovranità tecnologica”, spiega Penacca. “Gli insegnanti partecipano a corsi di formazione e possono creare con i loro alunni nuove app, metterle in rete perché tutti possano usufruirne. Abbiamo applicazioni anche per alunni ciechi e sordi e tastiere speciali per chi ha difficoltà di movimento”.
Perché non distribuire tablet anziché computer portatili? “Riteniamo che i netbook siano più funzionali alle esigenze dei ragazzi”, spiega Penacca. “Non ci si interessa seguire l’ultima novità commerciale. Se i bambini devono scrivere testi, serve la tastiera tradizionale”.

Porte di ingresso multiplo alla conoscenza e qualche mito da sfatare

In Argentina le nuove tecnologie sono sia  supporto per migliorare il profitto, sia una forma di sapere. “L’idea è quella di fornire porte di ingresso multiplo alla conoscenza, modi diversi di costruire e rappresentare la realtà, stimolare il lavoro di gruppo”, spiega Penacca. “Per esempio fotografare, elaborare al computer, stampare e discutere di come le immagini possano essere manipolate: questo lavoro è già un risultato in sé. L’obiettivo non è formare i ragazzi sulle nuove tecnologie per consegnarli al mercato, ma perché diventino cittadini più consapevoli”.
Da sfatare anche il mito che i giovani acquisiscano competenze soprattutto in modo informale, fuori dall’aula. “E che questo renda inutile o ridondante la funzione della scuola”, dice Penacca. Meglio sostituire questo concetto con quello di apprendimento orizzontale e di prestito cognitivo. “È vero che a volte gli alunni maneggiano meglio il mezzo”, osserva Penacca. “Ma i contenuti della disciplina e il metodo li trasmette il docente”.

Dare conto del processo

Resta un nodo irrisolto, invisibile sia alle politiche di inclusione, sia alle statistiche dell’OCSE. Ovvero, la concezione secondo cui “la cultura si basi soltanto su una questione di accesso e misurazione”, dice Monica Lacarrieu, docente di Politiche culturali all’Università di Buenos Aires.  “Non basta distribuire computer e raggiungere tutte le scuole del paese, bisogna dare conto del processo. Altrimenti il quanto prevale sul come.”
E di questo come fanno parte gli effetti imprevisti, anche se non necessariamente negativi, primo tra tutti l’utilizzo ludico del computer e della Rete. Come se appropriarsi di un mezzo non comporti il rischio - o semplicemente la possibilità - di applicazioni che nulla hanno a che vedere con lo studio. “Ma se questo accade”, osserva Lacarrieu, “per esempio se in bambini scoprono i videogame, allora si diffonde il panico sociale”. Come se il gioco fosse incompatibile con gli impieghi didattici, come se solo chi il computer l’ha comprato coi soldi della famiglia avesse facoltà di giocarci, come se il diritto all’accesso alla tecnologia fosse un diritto intermittente. “Analogamente”, continua Lacarrieu, “si portano le nuove tecnologie alle scuole delle comunità indigene, ma al tempo stesso si vorrebbe che i nativi continuassero a fare artigianato tradizionale tutta la vita e ci si scandalizza se possiedono un cellulare”.

Centri e periferie

Un altro aspetto riguarda la storica dialettica tra capitale e provincia, in un paese che è sì federale, ma dove da sempre il governo nazionale accentra risorse e decisioni. Distribuire computer “in tutte le provincie” è decentralizzazione? “È delocalizzazione”, risponde Lacarrieu. “La vera decentralizzazione è assegnare risorse e permettere alle singole comunità di decidere cosa farne”.
Non dimentichiamo poi che l’Argentina non è solo Buenos Aires e le grandi città. “Si dà per scontato che tutto funzioni perfettamente, da Misiones a Terra del Fuoco”, dice la docente. “Ci sono zone dove manca l’elettricità o il segnale della rete. In questi casi, possedere un oggetto, ma di fatto non poterlo sfruttare a pieno, significa aumentare il digital gap, anziché accorciarlo”.

Un continente digitale

L’Argentina non è un caso isolato. Anzi, negli ultimi dieci anni gli stati latinoamericani hanno introdotto le tecnologie digitali nelle scuole attraverso differenti programmi. A illustrarceli è Silvia Bacher, argentina, esperta di new media applicati all’educazione, autrice di libri tra cui “Tatuados por los medios” (Paidos), presidente dell’associazione “Las otras voces” (www.lasotrasvoces.org.ar) che si occupa di media education per ragazzi, formazione degli insegnanti e valutazione delle politiche educative. “Già nel 2000”, ricorda Bacher che su questo tema ha raccolto i dati per il suo nuovo libro, in corso di pubblicazione, “la Colombia, con il programma Computadoras para Educar, ha distribuito due milioni di netbook nelle scuole. Ora pensa alla formazione dei docenti e dei genitori”.
Il Messico ha iniziato attrezzando le scuole e, nel 2015, è passato alla distribuzione dei computer a tutti gli alunni delle primarie. La distribuzione uno a uno è anche la strada seguita dall’Uruguay a partire dal 2005. Brasil nel 2007 lancia ProinfoIntegrado,un programa per promuovre l’uso delle tecnologie a scuola, portando la banda larga in tutti gli istituti e distribuendo computer ai docenti.
“Nel 2008, l’Ecuador ha aperto nelle zone più povere del paese centri pubblici attrezzati con tecnologie digitali”, ricorda Bacher. “Mentre il Cile ha lanciato il programma Yo elijo mi PC (scelgo il mio computer), destinado a studenti con buon rendimento appartenenti a famiglie a basso reddito. Il Perú, en 2013, propone Perú Educa, una piattaforma Web del ministero dell’Educazione con risorse digitali per professori e alunni”.

Francesca Capelli: 22 Dicembre 2015 Articoli

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