Fare e ragionare

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Come può la ricerca psicologica migliorare le strategie d’insegnamento? Cesare Cornoldi presenta il convegno "In classe ho un bambino che...", previsto a Firenze il 6-7 febbraio 2015.

In classe ho un bambino che

Competenze e sviluppo degli apprendimenti nella scuola primaria

Si avvicina la data del grande convegno nazionale che riunisce ogni due anni a Firenze tutti i maggiori psicologi impegnati nella ricerca sulle problematiche scolastiche.

Anche quest’anno il programma è imponente e di altissimo profilo. Vi è una prima giornata dedicata a temi di carattere generale, in cui verranno discussi argomenti come le emozioni a scuola, il contributo delle grandi scuole di pensiero, i pro e contro delle prove Invalsi.

Nella seconda sono invece previsti percorsi e laboratori paralleli su temi specifici, ma tutti di alta rilevanza. Fra i relatori della prima giornata vi sarà Elisabeth Stern, la famosa ricercatrice dell’Università di Zurigo, impostasi nel mondo per la sua autorevolezza e per le sue critiche sulle eccessive aspettative legate al contributo delle Neuroscienze o sull’inutilità dell’insegnamento del Latino. La Stern è stata anche una delle persone che più significativamente hanno lavorato al “Munich Longitudinal Study on the Genesis of Individual Competencies (LOGIC)” coordinato da Franz Weinert e Wolfgang Schneider.

In una recentissima intervista rilasciata a “Psicologia e scuola”, la Stern faceva una riflessione sulle competenze dei primi anni di scuola primaria e sui fattori che promuovono i diversi apprendimenti. Osservava per esempio che il successo dei bambini in Matematica è sì legato alle abilità intellettive generali, ma dipende in grande misura dall’insegnamento, che deve fondarsi su competenze ben stabilite e sulla capacità di sviluppare conoscenza concettuale: “i concetti matematici possono emergere solo quando si propongono attività adeguate, sfidanti, ma gestibili, abbandonando l’insegnamento ripetitivo routinario”.

Oltre il ragionamento cristallizzato

Nell’intervista citata, la Stern insiste sulla distinzione fra conoscenza dichiarativa e procedurale. Consideriamo un esempio molto semplice, chiedendo a un bambino dei primi anni della Scuola Primaria di sommare 11 e 4. Il bambino probabilmente conterà sulle dita, partendo da 11 e indicherà il risultato corretto. Chiediamo allo stesso bambino di sommare 4 e 13; se applicasse rigidamente la routine usata in precedenza dovrebbe cominciare da 4 e quindi sommare contando per 13 volte; è facile invece che parta da 13 e si limiti ad aggiungere 4. Questi sono esempi di conoscenza procedurale del “come”.

Ora invece esploriamo la sua “conoscenza dichiarativa” e chiediamogli se si aspetta un risultato uguale sia per 27 + 18 che per 18 + 27, vediamo cioè se conosce la proprietà commutativa (conoscenza dichiarativa). Potremmo scoprire che il bambino sa usare la proprietà ma non la conosce. Un insegnamento efficiente ma insistito sulla sola procedura routinaria potrebbe avere prodotto una singolare discrepanza fra il principio dichiarativo, e la sua applicazione procedurale. La Stern osserva che spesso l’insegnamento tradizionale della Matematica consegue buoni risultati a breve termine, ma è inefficace a lungo termine, perché cristallizza il ragionamento matematico, limitandosi a generare conoscenza procedurale routinaria. Per evitare questa cristallizzazione propone di impegnare la mente in problemi diversificati e nel giocare su più strategie, inclusa la visualizzazione. Le prove a favore di questa posizione pedagogica non sono solo di carattere teorico, ma anche sperimentale, come è stato documentato da una recente pubblicazione scientifica comparsa nella rivista “Learning and instruction”. 

Conoscenza procedurale e conoscenza dichiarativa: l’interazione necessaria

L’esempio precedente, per alcuni forse troppo specifico, mi serve per richiamare il delicato rapporto che si instaura nel bambino fra conoscenza procedurale e conoscenza dichiarativa. Nell’acquisizione di una competenza, si può rilevare che non esiste una priorità di un tipo di conoscenza: alcuni insegnanti trasmettono prima il principio e poi chiedono al bambino di applicarlo nei vari contesti; altri preferiscono fare sperimentare al bambino le situazioni e poi portarli induttivamente al principio.

Nel convegno di Firenze di febbraio 2015 verranno portati altri esempi di questo specifico problema. Io e il mio gruppo ci soffermeremo per esempio sull’acquisizione della competenza ortografica.

Vediamo un caso concreto: la scrittura di parole omofone, ma non omografe. Come possiamo portare i bambini a distinguere fra anno e hanno? Potremmo far fare tanta pratica al bambino che probabilmente, vedendo scritto anno molte volte, alcune da solo, altre in compagnia di specificazioni non ambigue (scolastico, solare, bisestile, ecc), perverrebbe a intuire il principio dichiarativo sottostante. Potremmo però partire direttamente dal principio dichiarativo per cui il primo è un nome e l’altro è forma del verbo avere. In effetti abbiamo visto, che con varianti didatticamente appropriate, questa seconda modalità può rivelarsi efficace e aiutare a generalizzare alle altre forme verbali del verbo avere che hanno l’acca.

Ma non potrebbe essere ancor più utile giocare sulla interazione delle due forme di conoscenza? Ogni situazione può richiedere uno specifico assestamento fra conoscenza dichiarativa e procedurale. Consideriamo un altro caso tipico che produce errori non fonologici di scrittura: l’uso della q. Qui è più difficile invocare un principio dichiarativo per spiegare al bambino che scuola o cuoio vanno senza q. In questo caso è più facile pensare al ruolo della pratica e della conoscenza procedurale. Difficilmente un bambino di terza primaria scrive squola, mentre in una nostra recentissima indagine abbiamo rilevato che una parte cospicua di studenti fra i 16 e i 19 anni scrive ancora quoio. Cosa fa la differenza fra le due parole? L’esperienza, ma forse anche la possibilità di effettuare un ragionamento linguistico. Scuola fa parte di una famiglia di parole come scolaro, scolastico ove non è nemmeno pensabile usare la q. Di nuovo dunque conoscenza procedurale e dichiarativa possono combinarsi per aiutare il bambino nel suo processo di apprendimento.

Per saperne di più

Cesare Cornoldi: 30 Dicembre 2014 Articoli

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