Quando l'empatia non basta

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Il delicato equilibrio tra empatia e intelligenza emotiva spiegato attraverso esperimenti psicologici, film e letteratura. Di Paolo Legrenzi, Rino Rumiati
 

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L’empatia, il mettersi nei panni altrui, pur essendo una capacità innata che si evolve già dai primissimi anni di vita, può fallire. Lo psicologo austriaco Perner lo ha dimostrato in modo brillante.
Immaginate un adulto che gioca con una bambina di quattro anni mostrandole un pupazzo. Il pupazzo guarda quello che succede in un teatrino. La bambina, per esempio, vede che il pupazzo ha assistito a una scena in cui l’adulto mette un dolcetto dentro un cassetto di un armadio. A questo punto il pupazzo esce di scena. Mentre il pupazzo è assente, e non può vedere quello che succede nel teatrino, l’adulto sposta il dolcetto in un altro cassetto dell’armadio. Abbiamo cioè una prima fase del gioco in cui la bambina e il pupazzo vedono dove è stato messo un oggetto. Segue una seconda fase in cui l’oggetto viene nascosto in un posto nuovo all’insaputa del pupazzo. Infine abbiamo una terza fase, quella cruciale: il pupazzo rientra in scena e voi domandate alla bambina: “in quale cassetto il pupazzo cercherà il dolcetto?”. Sono possibili due risposte: la prima, corretta, è che il pupazzo cercherà dove lui crede che sia il dolcetto non avendo visto che è stato spostato. La seconda, errata, è che il pupazzo cercherà l’oggetto nel cassetto dove è stato spostato a sua insaputa. Fino a cinque anni d’età i bambini sbagliano. Non riescono a immaginarsi bene i contenuti delle menti altrui, in questo caso quella del pupazzo. Solo a una certa età la maggioranza dei bambini riesce a immedesimarsi nell’altro. I bambini non sono dotati fin dalla nascita di quella capacità che gli psicologi definiscono “empatia”. Alcuni ne restano privi per tutta la vita a causa di una malattia d’origine genetica chiamata autismo. Non riuscire a proiettarsi nelle menti altrui è una maledizione micidiale perché rende le persone terribilmente vulnerabili senza che ne siano consapevoli.

Nell’esempio del pupazzo e del dolcetto il problema è tanto semplice che molti si sorprendono del fatto che un bambino di quattro anni si sbagli. Eppure, in molti scenari in cui capire i contenuti delle menti altrui è altrettanto cruciale, gli adulti sbagliano anche loro e si mettono nei guai. Per esempio, in tempi recenti, molti uomini politici non hanno compreso per tempo che il clima culturale era cambiato e che quindi quelle che loro consideravano delle innocenti avance, forse un po’ spinte, venivano invece considerati degli atti di paternalismo a sfondo sessuale, se non di peggio. Pensano anche, da maschi, che una donna sarà compiaciuta e non offesa da certe forme insistenti di presunta galanteria. Questi fraintendimenti capitano in molti altri campi. Le persone, per esempio, non si domandano che cosa passa per la testa di chi offre loro beni, mobili o immobili, a un prezzo apparentemente molto vantaggioso. Perché il venditore lo fa? Che cosa c’è veramente nella sua testa. Tutte le truffe si originano così. E, soprattutto, non tengono conto che, come nel problema di Thaler, è sempre la collettività, non loro, a determinare il “giusto prezzo”. Non tenere conto di quanto passa per la testa altrui – dai pensieri fino alle emozioni e i sentimenti – ci rende spesso molto vulnerabili, e lo siamo ancor di più quando ci convinciamo, per orgoglio, che non dipendiamo dagli altri.

Il delicato equilibrio tra l’intelligenza emotiva (che dovrebbe farci riflettere) e l’empatia, che ci trascina immedesimandoci e ci “chiama” in modi irresistibili, può venire capito e perfezionato. Un utile esercizio consiste nell’eseguire un lavorio mentale.
Per esempio, nel film di Sergio Leone “C’era una volta il West”, che cosa è che non coglie, e non riesce a capire per tutto il film, il “cattivo”, quello che alla fine viene giustiziato dal buono? E perché non lo ha compreso? Alcuni di questi esercizi sono facili perché abbiamo a che fare con trame lineari, altre invece sono più ingarbugliate.
Sono più complicate le trame in cui i protagonisti non solo mancano di intelligenza emotiva nei confronti degli altri ma addirittura di se stessi. Il caso classico, sviluppato in molta letteratura e film, è quello di un uomo che decide freddamente di far innamorare un’altra persona e poi, troppo tardi, si accorge d’essersene innamorato a sua volta. Questo succede nel film Valmont di Milos Forman e, in forme diverse, ad Aureliano Segundo in Cent’anni di solitudine, il famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Aureliano si accorge che i guai non sono nel mondo ma negli animi e, cercando l’interesse, trova l’amore: «Aureliano Segundo pensava senza dirlo che il guaio non stava nel mondo, ma in qualche punto recondito del misterioso cuore di Petra Cotes, dove durante il diluvio era successo qualcosa che aveva reso sterili gli animali e inafferrabili i soldi. Intrigato da quell’enigma, scavò così a fondo nei sentimenti di lei che cercando l’interesse trovò l’amore, perché tentando di farsi amare finì per amarla».

Per saperne di più

Empatia, Intelligenza Emotiva e Scienze Cognitive
Neuroscienze per la gestione delle relazioni interpersonali e la soluzione dei conflitti
Paolo Legrenzi, Rino Rumiati
Milano, 8-9 novembre 2019
Per saperne di più vai su: http://bit.ly/2KZ5avm

28 Agosto 2019 Articoli

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