Una “San Pietro” del consumismo in Cina

Una “San Pietro” del consumismo in Cina

È stato inaugurato qualche giorno fa, in Cina, l’edificio più grande del mondo. E non si tratta di un edificio governativo, una base militare, un centro di ricerca scientifica o un luogo di culto, ma di un centro commerciale.

Fino a una ventina di anni fa il suo record appariva inattaccabile, e resiste ancora oggi nelle vecchie edizioni del Guinness dei Primati: il Pentagono, l’imponente quartier generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, era di gran lunga l’edificio più grande del mondo. Con la sua imponente e inconfondibile forma regolare che si eleva non lontano dalle rive del Potomac a Washington D.C., il Pentagono è il simbolo della potenza militare americana, e del primato mondiale che gli Stati Uniti hanno mantenuto per decenni nei campi politico, militare, economico e culturale.

Ma viviamo in un’era di veloci cambiamenti, e in meno di vent’anni il Pentagono si è trovato sbalzato dal primo al tredicesimo posto nella classifica degli edifici più grandi del mondo, sopravanzato da strutture ancora più grandiose, la cui realizzazione sarebbe sembrata impensabili solo alcuni anni prima. È significativo poi, e segno inequivocabile dei nuovi equilibri mondiali, che questi nuovi edifici, ad eccezione di due casi (l’hotel-casinò The Palazzo a Las Vegas e il mercato dei fiori di Aaslmeer, nei Paesi Bassi), siano tutti sorti nel cosiddetto emisfero orientale, e precisamente nel Medio ed Estremo Oriente, dove i proventi della vendita del petrolio e i frutti di una rapidissima espansione industriale vengono reinvestiti in faraoniche strutture che finiscono sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

È interessante inoltre osservare come siano cambiate, rispetto ai secoli passati, le stesse tipologie di queste strutture da record. In passato gli edifici più vasti e grandiosi eretti da una civiltà erano quasi esclusivamente luoghi di culto (come la Basilica di San Pietro a Roma o il tempio buddista di Angkor Wat in Cambogia), edifici governativi (come il già citato Pentagono o l’enorme Palazzo del Parlamento a Bucarest, in Romania), oppure residenze terrene o immortali di re e imperatori, nobili e potenti di un determinato Paese (la reggia di Versailles in Francia, o le stesse piramidi egizie). Erano opere gigantesche che richiedevano spesso decenni o addirittura secoli per essere completate (come le cattedrali medievali in Europa), e il loro scopo principale era ispirare nel popolo sentimenti di timore e reverenza verso le istituzioni che esse incarnavano: la Chiesa, lo Stato e i ricchi e potenti che di queste istituzioni erano a capo. Oggi invece la maggior parte degli edifici più grandi del mondo è realizzata da soggetti privati, siano essi potenti multinazionali o ricchissimi fondi investimento. Ed è cambiato anche lo scopo per cui vengono eretti: oggi si investe denaro nella costruzione di edifici perché ci si aspetta di ricavare da essi ancor più denaro, e la maggior parte di queste strutture non sono altro che gigantesche macchine che succhiano soldi da chi li frequenta per restituirli ai loro costruttori: sfarzosi hotel e casinò (come il The Venetian di Macao, in Cina), sterminati terminal aeroportuali (come il Terminal 3 dell’Aeroporto Internazionale di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti), o colossali centri commerciali (tra cui il CentralWorld di Bangkok, in Thailandia). Sono templi dedicati a quel fenomeno che è il motore di tanti aspetti della società contemporanea e della globalizzazione: il consumismo.

Non è un caso che tutte le strutture ai primi posti della classifica degli edifici più grandi del mondo siano dei cosiddetti “non-luoghi”, una definizione creata dall’antropologo francese Marc Augé per indicare tutti quegli spazi, tipici della società postmoderna, che sono privi di una propria storia e identità culturale, e che sono frequentati ogni giorno da migliaia di persone, le quali però si incrociano senza mai entrare in autentica relazione tra di loro. Sono luoghi dedicati al soddisfacimento di bisogni immediati, come il trasporto (aeroporti e stazioni), il consumo (i centri commerciali) e il divertimento (i casinò). La caratteristica principale dei non-luoghi è quella di essere quasi completamente anonimi e slegati dal territorio in cui si trovano: grandi e moderni centri commerciali sorgono quasi identici e con minime variazioni in ogni parte del mondo, dal Giappone agli Stati Uniti, dall’Europa al Sudafrica, tutti con gli stessi elementi architettonici principali, gli stessi divertimenti, gli stessi negozi delle stesse catene internazionali.

Veduta esterna del New Century Global Center a Chengdu. Fonte: www.economictimes.indiatimes.com

La scorsa settimana è stato inaugurato a Chengdu, metropoli della regione del Sichuan, nella Cina sudoccidentale, il New Century Global Center, new entry al primo posto della classifica degli edifici più grandi del mondo, con una superficie totale di 1.760.000 m2, pari a tra volte quella del Pentagono e a quattro volte l’intero territorio della Città del Vaticano. Lungo 500 m, largo 400 e alto 100, è un gigantesco polo commerciale e di servizi che ospita complessi di uffici, hotel di lusso, un’università, un cinema ultratecnologico dotato di 14 sale, e ovviamente due enormi centri commerciali. Ma l’attrazione principale del centro è un “Villaggio mediterraneo” con una spiaggia e una piscina con onde artificiali, un sole artificiale che emana luce e calore e uno schermo televisivo lungo 150 m su cui viene proiettato l’orizzonte, con tanto di alba e tramonto digitali; il tutto sormontato da una gigantesca copertura di vetro che protegge bagnanti e clienti dall’atmosfera esterna della città di Chengdu, una delle più inquinate del mondo.

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Un particolare del "Villaggio mediterraneo" con spiaggia artificiale. Fonte: www.economictimes.indiatimes.com

Il New Century Global Center somiglia moltissimo al Metro-Centre, un analogo complesso commerciale, anch’esso con una spiaggia artificiale, guarda caso, immaginato dallo scrittore britannico James G. Ballard (1930-2009) nel suo ultimo romanzo, Regno a venire (2006). Sorto nella “terra di nessuno” delle anonime periferie suburbane a poche decine di chilometri da Londra, il Metro-Centre attrae inesorabilmente con le sue luci e promesse di divertimento gli abitanti dei sobborghi vicini, annoiati e privi di qualsiasi senso della vita in comunità. Presto il centro commerciale diventa lo loro unica ragione di vita, l’unico mezzo per riempire vite altrimenti vuote e prive di senso. Nel romanzo la situazione alla fine sfugge di mano, e i cittadini-clienti danno inizio a una rivolta per formare una specie di stato neofascista con al centro gli ideali del consumismo. Quest’ultima è ovviamente una finzione letteraria, ma i cambiamenti che questi non-luoghi provocano, spesso sottilmente, nei nostri stili di vita, nel nostro modo di concepire lo spazio che ci circonda e nella nostra capacità di relazionarci con esso, sono spesso molto più profondi di quanto si possa immaginare.