Quando la mappa è un’opera d’arte

Quando la mappa è un’opera d’arte

È in corso a Roma una mostra dedicata ad Alighiero Boetti, artista contemporaneo le cui particolari mappe del mondo sono tra le opere d’arte più ricercate dai collezionisti.

Le carte geografiche antiche giunte fino a noi, quelle realizzate nel Medioevo e nella prima Età Moderna, sono testimonianze molto importanti, sia in quanto preziose fonti per la nostra conoscenza del sapere antico, sia come simbolo dell’ingegno dei nostri antenati. Ma molte carte geografiche e mappe prodotte in quei secoli erano anche splendide opere d’arte, oggetti preziosi il cui valore andava ben oltre quello dovuto alla loro semplice utilità pratica, e destinati a essere ammirati e collezionati oltre che usati. Nel Medioevo le carte geografiche erano dipinte su pregiate pergamene da esperti miniatori, gli stessi che abbellivano gli splendidi codici (libri) manoscritti negli scriptoria dei monasteri, i quali le decoravano con splendide illustrazioni e figure fantastiche, come quelle famose dei mostri marini che emergono dalle acque per far naufragare le sfortunate navi in rotta verso mari lontani. Tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna, poi, le carte geografiche furono tra le prime opere prodotte con la nuova tecnica dell’incisione, e alla loro realizzazione collaborarono artisti di fama mondiale, come i pittori e incisori tedeschi Albrecht Dürer e Hans Holbein. Oggi le antiche carte geografiche, manoscritte o a stampa, sono tra gli oggetti più ambiti dai collezionisti alle aste di arte e antiquariato.

Bisognava però aspettare il Ventesimo secolo, con la nascita della cosiddetta “arte concettuale” e di movimenti come il dadaismo (nel quale gli oggetti di uso comune perdono ogni valore pratico e diventano “pure” opere d’arte, come i famosi ready-made di Marcel Duchamp), perché fossero prodotti oggetti che si possono descrivere non più come “carte geografiche che sono anche opere d’arte” ma “opere d’arte che sono anche carte geografiche”. È il caso delle mappe di Alighiero Boetti (1940-1994), tra i maggiori esponenti della cosiddetta Arte Povera, uno dei movimenti artistici italiani più conosciuti e apprezzati all’estero. Nel 1971 Boetti viaggia per la prima volta in Afghanistan, dove commissiona ad alcune ricamatrici locali un grande arazzo che rappresenta un planisfero, la carta geografica del mondo, dove il territorio di ciascun Paese è ricamato con i colori, le forme e i simboli delle rispettive bandiere nazionali. Si tratta, a ben vedere, di una semplice carta politica come ne vediamo in ogni atlante, ma l’idea di colorare il territorio con le bandiere dei diversi Stati, invece che con semplici colori differenziati per facilitare il riconoscimento dei singoli Paesi, è autenticamente geniale, e permette di avere con un rapido colpo d’occhio un’istantanea del mondo, bloccato nell’anno in cui l’opera è stata realizzata. Nel 1971, l’Asia era ancora dominata dal colore rosso, quello delle bandiere della Repubblica Popolare Cinese e dell’Unione Sovietica, mentre in Europa le due Germanie, Est e Ovest, erano ancora divise, ed esistevano ancora Stati successivamente smembrati come la Cecoslovacchia e la Iugoslavia. Fa poi un po’ impressione vedere, a nord, la grande isola della Groenlandia colorata dal rosso con la croce bianca della bandiera danese; il suo territorio è infatti sotto la sovranità della Danimarca, un fatto di cui non ci si ricorda spesso.

La Mappa di Alighiero Boetti, datata 1971-73, attualmente in mostra al Maxxi di Roma. Fonte: www.fondazionemaxxi.it 

Dopo la prima mappa del 1971, Boetti ne fece realizzare altre durante i suoi frequenti soggiorni in Afghanistan, fino a ottenere una vera a propria serie prodotta nell’arco di circa vent’anni. Ogni mappa era un “aggiornamento” della precedente, con i colori che cambiavano per riflettere i cambiamenti geopolitici avvenuti nel frattempo nel mondo, come la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. Ma Boetti non voleva certo limitarsi a fornirci una semplice carta tematica, per quanto resa con geniale efficacia. La sua era un’operazione tipica della cosiddetta arte concettuale, nella quale l’artista si limita a fornire l’idea o concetto iniziale di un’opera, mentre le successive fasi pratiche della realizzazione sono per così dire “obbligate” dalla natura stessa del soggetto rappresentato, senza possibilità di interpretazione da parte dell’artista. Per di più, nel caso delle sue mappe, Boetti non realizzava nemmeno personalmente le opere: egli si limitava a fornire l’idea, mentre il resto del lavoro lo facevano le ricamatrici afghane. Lo stesso Boetti riassunse efficacemente questo processo nel 1974: “il lavoro della Mappa ricamata è per me il massimo della bellezza. Per quel lavoro io non ho fatto niente, non ho scelto niente, nel senso che: il mondo è fatto com’è e non l’ho disegnato io, le bandiere sono quelle che sono e non le ho disegnate io, insomma non ho fatto niente assolutamente; quando emerge l’idea base, il concetto, tutto il resto non è da scegliere”.

In questi giorni è possibile ammirare due grandi mappe di Boetti, una del 1971-73 e l’altra del 1984, in occasione della mostra “Alighiero Boetti a Roma”, organizzata al Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) di Roma e aperta fino al 29 settembre 2013.


P.s. Quiz cartografico

Per quanto non abbiano l’intento “pratico” di rappresentare il mondo, il planisferi di Boetti sono scrupolosamente corretti dal punto di vista cartografico, e non poteva essere diversamente data la natura “concettuale” dell’opera. In essi la superficie terrestre è rappresentata per mezzo di una delle più note e utilizzate tecniche di proiezione cartografica, cioè i metodi impiegati per rendere sulla superficie piatta della carta una superficie sferica come quella terrestre. Qual è la particolare tecnica di proiezione usata da Boetti? La risposta qui.