La geopolitica del calcio

La geopolitica del calcio

La Coppa del Mondo di calcio non è soltanto un trofeo ambito, ma un evento che ha importanti ripercussioni economiche e politiche. Fonte: www.wikipedia.org

I Campionati Mondiali di calcio non sono solo un grande spettacolo sportivo, ma un evento che catalizza potenti interessi economici, politici e diplomatici. I casi del Brasile e del Qatar. 

I Campionati Mondiali di calcio sono, insieme alle Olimpiadi, il più grande e più seguito evento sportivo al mondo, che catalizza l’attenzione di milioni di appassionati in ogni continente. Secondo le stime della FIFA la finale degli ultimi mondiali di calcio, quelli tenutisi nel 2010 in Sudafrica, che vedeva contrapposte le nazionali di Spagna e Olanda allo stadio di Johannesburg, è stata vista da oltre un miliardo di persone. Ma la Coppa del Mondo non è solo un evento atteso dai tifosi; costituisce anche un gigantesco investimento economico, e anche una grande opportunità, per il Paese che lo ospita. Si calcola che l’intero giro d’affari “mosso” in Sudafrica dalla Coppa del Mondo 2010 sia stato equivalente a circa 9 miliardi di dollari. Ed essere scelti per ospitare una delle edizioni future del campionato equivale a un’importante vittoria politica e diplomatica per il fortunato Paese. Visti gli enormi interessi economici in gioco, infatti, la FIFA vaglia attentamente le credenziali dei Paesi che si candidano ad ospitare una prossima edizione dei Mondiali, scegliendo solo quelli che riescono a dare maggiori garanzie di poter a mettere in piedi la gigantesca e costosa macchina organizzativa per la preparazione della futura edizione, e a completare in tempo tutti i lavori necessari. La scelta di un determinato Paese come organizzatore di una prossima edizione dei Mondiali equivale quindi a una grande attestazione di fiducia da parte della comunità internazionale: da quel momento tutti gli occhi del mondo sono puntati sul Paese ospitante per seguire i lavori e vedere se questi riuscirà a mantenere le promesse e a far filare tutto liscio. 

Con la crisi economica mondiale attualmente in corso, che ha colpito soprattutto i Paesi europei e del Nordamerica, sono ben pochi i Paesi in grado di affrontare serenamente un investimento così oneroso come l’organizzazione dei Mondiali. La scelta dei prossimi Stati ospitanti dunque riflette, come mai prima d’ora, i nuovi equilibri economici e politici mondiali, con la crisi dell’Occidente sviluppato e la contemporanea ascesa di Paesi emergenti nell’Oriente e nel Sud del mondo. Non sembra quindi un caso che la scorsa edizione del 2010 dei Mondiali, e le prossime due del 2014 e del 2018, siano state assegnate rispettivamente a Sudafrica, Brasile e Russia, tutti Paesi membri del cosiddetto gruppo dei BRICS (dall’iniziale dei loro nomi: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), cioè gli Stati in grande espansione economica identificati da molti studiosi come le future potenze globali. L’assegnazione dei Mondiali a uno di questi Stati è dunque un implicito riconoscimento del loro status di future potenze, e costituisce per i loro governi una prova nella quale dimostrare al mondo la raggiunta maturità economica e politica del loro Paese. Ma non sempre tutto fila liscio, e in qualche caso un’opera così colossale come l’organizzazione dei Mondiali mette allo scoperto, agli occhi di tutto il mondo, i problemi sui fronti economico, politico e sociale che ancora gravano su un determinato Paese e la sua popolazione.

Veduta dall'alto dello stadio Maracanã di Rio de Janeiro, completamente rinnovato nel 2013. Fonte: www.wikipedia.org

Prendiamo il caso del Brasile, la cui straordinaria espansione economica avvenuta negli ultimi anni, unita ai progressi fatti sul piano delle condizioni sociali e del benessere della sua popolazione, è stata “premiata” non solo dall’assegnazione dei Mondiali di calcio del 2014, ma anche dalla scelta di Rio de Janeiro come città ospite delle Olimpiadi del 2016. Si tratta dunque di due formidabili opportunità per mettere in mostra, agli occhi di tutto il mondo, il “nuovo” Brasile nel suo ruolo di futura potenza economica planetaria. La “prova generale” della ormai imminente Coppa del Mondo 2014 è stata l’organizzazione della Confederation Cup, il minitorneo internazionale che si è tenuto proprio in Brasile lo scorso giugno. In questa occasione il Brasile ha messo orgogliosamente in mostra tutte le opere realizzate per ospitare al meglio i Mondiali del prossimo anno, come la ricostruzione, costata 500 milioni di dollari, del mitico stadio Maracanã di Rio de Janeiro, reinaugurato proprio per l’occasione. Ma, proprio nei giorni di inizio del torneo, animate manifestazioni di protesta sono scoppiate in tutto il Brasile, con cortei e occupazioni che hanno visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone in molte città, tra cui Rio de Janeiro e San Paolo. Inizialmente l’obiettivo dei manifestanti era protestare contro l’aumento delle tariffe dei mezzi pubblici annunciato dai sindaci di molte città brasiliane, ma ben presto si è tramutato in una protesta generale contro il governo della presidente Dilma Roussef, accusata di aver speso cifre colossali per i lavori di organizzazione della Confederation Cup 2013 e dei Mondiali 2014, trascurando invece la situazione di sofferenza economica della popolazione, che ha dovuto subire un costante aumento dei prezzi e delle tariffe pubbliche. Molte manifestazioni e cortei si sono tenuti proprio di fronte agli stadi dove si stavano giocando le partite della Confederation Cup, per approfittare della copertura giornalistica dell’evento, e in alcuni casi le proteste sono degenerate in violenze, con scontri tra polizia e manifestanti che hanno provocato diversi morti e feriti. Allarmata dall’escalation di violenza, la FIFA ha minacciato il governo brasiliano di annullare il torneo se non fosse stata garantita la sicurezza delle squadre e delle delegazioni internazionali che partecipavano all’evento. Sarebbe stato uno smacco terribile per il governo brasiliano, che avrebbe dimostrato di fronte al mondo di non essere in grado di gestire un evento di tale portata internazionale. Le manifestazioni sono poi state represse con durezza e la Confederation Cup è proseguita, con la vittoria finale dalla nazionale brasiliana che potrebbe aver contribuito a calmare un po’ gli animi, nonostante la finale con la Spagna del 30 giugno si sia tenuta in un Maracanã assediato dai manifestanti, poi dispersi con i lacrimogeni dalla polizia brasiliana. Quella che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni degli organizzatori, una vetrina d’eccezione in vista del prossimo Campionato del Mondo del 2014, ha finito per gettare una pesante ombra di dubbio sulla capacità del governo brasiliano di garantire lo svolgimento senza intoppi dell’ormai imminente torneo.

Modello di uno degli avveniristici stadi attualmente in costruzione a Doha, capitale del Qatar, in previsione del Mondiali del 2022. Fonte: www.thestyleexaminer.com

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo sono in corso i lavori per un altro Campionato del Mondo di calcio, addirittura quello del 2022, la cui organizzazione è stata assegnata al Qatar, stato arabo affacciato sul Golfo Persico. Con appena 2 milioni di abitanti e un territorio stretto su una penisola desertica che si allunga nelle acque del Golfo, il Qatar sarebbe uno Stato del tutto insignificante, e che non avrebbe mai potuto candidarsi credibilmente a Paese ospitante dei Mondiali, se non fosse per il petrolio, i cui enormi giacimenti ne hanno fatto uno dei Paesi più ricchi del mondo. Governato con il pugno di ferro dalla dinastia degli emiri Al Thani, il Qatar ha iniziato negli ultimi decenni a investire le proprie ingenti riserve di “petroldollari” (il denaro ricavato dalla vendita di petrolio) in una serie di faraonici progetti, dagli hotel di superlusso ai parchi dei divertimenti, dalle multinazionali finanziarie alle squadre sportive internazionali, con l’intento di ridurre la propria dipendenza economica e finanziaria dal commercio del petrolio. Per la classe dominante del Qatar, dunque, i Campionati Mondiali di calcio del 2022 non sono altro che uno dei tanti investimenti per far fruttare il proprio denaro e aumentare la notorietà del Paese a livello internazionale, richiamando ulteriori turisti e investitori. Anche in questo caso, però, l’organizzazione dei Mondiali e i lavori per la costruzione delle opere che serviranno al torneo, come gli avveniristici stadi in progettazione, non sono stati esenti da polemiche. In particolare, ha destato scalpore un’inchiesta di qualche giorno fa del quotidiano inglese The Guardian, che denuncia le durissime condizioni di lavoro e la mancanza di sicurezza delle centinaia di migliaia di immigrati stranieri, soprattutto nepalesi, impiegati per la costruzione di e altre strutture. L’articolo getta luce sull’incredibile anomalia nella composizione della popolazione del moderno Qatar: solo 300.000 abitanti, su oltre 2 milioni, sono qatarioti “originali”, che costituiscono l’élite dominante nelle cui mani è concentrata quasi tutta la ricchezza del Paese. Il resto della popolazione è invece formato da immigrati, soprattutto indiani e nepalesi, che svolgono quasi tutti i lavori manuali e vengono impiegati come manodopera a basso costo per la costruzione dei colossali progetti architettonici e ingegneristici del Paese. Ebbene, l’inchiesta del Guardian, ripresa anche dalla rivista italiana di geopolitica Limes, rivela che gli operai dei cantieri del Mondiale 2022 sono costretti a lavorare anche più di 10 ore al giorno, in pessime condizioni di sicurezza e con una temperatura media di oltre 40°, il tutto per meno di 200 dollari al mese. Si stima che diverse centinaia di lavoratori siano morti negli ultimi mesi a causa di incidenti o malori sul lavoro. La maggior parte vive in campi appositamente organizzati per loro e, non avendo il denaro per trasferirsi e tornare in patria, si trova in una condizione sostanzialmente equiparabile alla schiavitù. In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, la FIFA, che era già stata bersaglio di critiche per aver assegnato i Mondiali al Qatar in prima istanza, ha annunciato di non avere intenzione di ignorare le violazioni dei diritti umani in corso nel Paese arabo. Staremo a vedere se il potere del denaro, si calcola che per l’organizzazione dei Mondiali del 2022 il Qatar spenderà la cifra astronomica di 220 miliardi di dollari (60 volte il denaro speso dal Sudafrica per il Mondiale 2010), riuscirà ad avere la meglio sulla preoccupazione e l’indignazione del mondo per quelle che appaiono come palesi violazioni dei diritti umani.