Il Grande Gioco per le ricchezze del Caucaso

Il Grande Gioco per le ricchezze del Caucaso

La costruzione di un nuovo gasdotto che porterà il gas naturale dall’Azerbaigian all’Italia è solo l’ultimo capitolo di una guerra economica e diplomatica per le risorse energetiche dell’Europa Centrale.

Ieri il Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta ha visitato ad Atene il premier greco Antonis Samaras. I due hanno parlato soprattutto dei problemi legati alla crisi economica che sta colpendo entrambi Paesi e dei modi per far ripartire la crescita in Europa, ma durante la conferenza stampa seguita all’incontro hanno annunciato anche l’appoggio di Grecia e Italia alla costruzione del gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline, Gasdotto Trans-Adriatico), che collegherà i due Paesi attraverso l’Albania e il Mare Adriatico, e porterà in questa parte dell’Europa Meridionale il gas naturale estratto dai ricchissimi giacimenti del Mar Caspio, gestiti principalmente dall’Azerbaigian.

Il percorso del progettato gasdotto TAP. Fonte: www.trans-adriatic-pipeline.com

La costruzione del TAP è solo l’ultima mossa di un complicato scontro internazionale che da oltre due decenni vede impegnate nazioni europee e asiatiche, potenti multinazionali energetiche, influenti gruppi di pressione (le famigerate lobby) e persino le agenzie di spionaggio di molti Paesi. I commentatori l’hanno già chiamato il “nuovo Grande Gioco”, con riferimento al conflitto politico e diplomatico, chiamato appunto The Great Game, che vide impegnate nell’Ottocento Russia e Regno Unito per il controllo dell’Asia Centrale. Obiettivo di questa nuova guerra silenziosa è la conquista delle immense risorse energetiche, petrolio e gas naturale, scoperte negli ultimi anni nell’area del Caucaso, soprattutto nel Mar Caspio, e nelle steppe dell’Asia Centrale, in Kazakhistan.

Il gas naturale, che verrà poi raffinato e diventerà il metano usato per alimentare le centrali elettriche e le caldaie che riscaldano le nostre case, viene estratto, proprio come il petrolio, da giacimenti sotterranei. Il problema principale è portare questa risorsa dal luogo di estrazione ai Paesi, distanti magari decine di migliaia di km, che ne hanno maggiormente bisogno. Per questo vengono costruiti gli oleodotti e i gasdotti, enormi tubi in cui il petrolio e il gas naturale vengono pompati fino a destinazione. La costruzione di un oleodotto o di un gasdotto è un’opera lunga e costosa, che può durare anni e richiedere investimenti di miliardi di euro. Inoltre, bisogna scegliere con grandissima attenzione i Paesi attraverso i quali passerà la struttura. Un oleodotto, e soprattutto un gasdotto, è infatti un impianto molto fragile, ed è vulnerabile ad attacchi e attentati che potrebbero interrompere il flusso di materia prima e lasciare al buio e al freddo i Paesi destinatari. Un Paese su cui transita un impianto del genere ha poi, in teoria, il potere di interrompere il flusso di petrolio o gas sul proprio territorio, e potrebbe quindi avere la tentazione di usare questa capacità come arma di pressione sui Paesi “a valle” delle tubazioni. Per questo, e per assicurarsi le tasse di concessione e le agevolazioni energetiche concesse a chi ospita un impianto del genere sul proprio territorio, i Paesi del Caucaso e dell’Asia Centrale si sforzano di rassicurare le grandi multinazionali energetiche sulla sicurezza dei loro territori e la stabilità politica dei loro governi.

Lo sfavillante centro della capitale azera Baku. Fonte: www.etiraz.com

Alla fine, come spesso accade, si riduce quasi tutto all’economia e ai flussi di denaro. Da quando è cominciato lo sfruttamento intensivo delle sue risorse energetiche, una quindicina di anni fa, l’Azerbaigian sta vivendo un periodo di grandissima espansione economica, con i proventi della vendita di petrolio e gas naturale che vengono investiti nei luccicanti grattacieli e nei lussuosi centri commerciali che spuntano come funghi nella capitale, Baku. Sotto la tutela del presidente della Repubblica, e padre-padrone del Paese, Ilham Aliyev, l’Azerbaigian si è lanciato negli ultimi anni in una faraonica campagna per rilanciare la propria immagine nel mondo e attirare investitori e turisti, arrivando persino a ospitare l’edizione 2012 dell’Eurovision Song Contest (più conosciuto in Italia come Eurofestival), evento musicale popolarissimo in molti Paesi europei. La risposta della comunità internazionale non si è fatta attendere e, fin dalla scoperta dei primi giacimenti, l’Azerbaigian è finito nel mirino delle più grandi compagnie energetiche europee e asiatiche (con in prima fila l’italiana ENI), che hanno cominciato a corteggiare i politici e gli altri potenti locali, e a competere ferocemente tra loro, per assicurarsi le più ricche concessioni per l’estrazione e il trasporto del gas e del petrolio.

La posta in palio, soprattutto per i Paesi europei, è molto alta, e per una volta non riguarda soltanto il denaro. Con i consumi energetici destinati ad aumentare inesorabilmente nei prossimi anni, l’Europa Occidentale sta da tempo cercando di trovare un canale di approvvigionamento alternativo per ridurre la propria dipendenza dal gas proveniente dalla Russia. La maggior parte del gas consumato in Europa è infatti estratto nei giacimenti della Siberia, e portato verso ovest da grandi gasdotti che attraversano l’Europa dell’Est. Questi giacimenti e gasdotti sono tutti di proprietà della potente compagnia energetica russa Gazprom, in parte controllata dallo stesso Stato russo. Questa situazione di quasi monopolio dà alla Russia il potere di controllare le forniture di gas in gran parte d’Europa, stabilendone ogni anno il prezzo decidendo e così quanto sarà salata la “bolletta energetica” che dovranno pagare i vari Paesi. Il controllo dei gasdotti dà poi alla Russia, teoricamente, la capacità di “chiudere i rubinetti” del gas e lasciare l’Europa occidentale a secco, e al freddo, durante l’inverno. Si tratta ovviamente di una formidabile arma economica e politica in mano alla Russia, che ha già minacciato di usare almeno un paio di volte negli scorsi anni, durante le cosiddette “guerre del gas” tra Russia e Ucraina nel 2006 e nel 2009, quando Gazprom accusò l’Ucraina di “rubare” il gas, prelevandone dai gasdotti che passavano sul suo territorio in misura maggiore alla quantità specificata negli accordi tra i due Paesi. Il governo russo minacciò di interrompere le forniture di gas all’Ucraina se questa non avesse risarcito Gazprom per il gas sottratto, una mossa che avrebbe di fatto lasciato senza scorte anche i Paesi dell’Europa Occidentale.

Una soluzione per i Paesi dell’Unione Europa è il completamento del cosiddetto Southern Energy Corridor (corridoio energetico meridionale), un complesso di oleodotti e gasdotti che parte dai ricchi giacimenti dell’Europa Centrale e del Caucaso, dove le compagnie energetiche europee hanno spuntato ricchi contratti di sfruttamento, e giunge in Europa attraverso la Turchia, aggirando così il territorio russo e riducendo la dipendenza energetica dell’intera UE da tale Paese. Il gasdotto TAP è solo l’ultimo pezzo di questo sistema. Ovviamente i russi non vedono di buon occhio questa “operazione di aggiramento” e cercano di manovrare, grazie alla loro influenza su Paesi come l’Azerbaigian, il Kazakhistan e la Georgia, tutti Stati un tempo parte dell’Unione Sovietica, per deviare il percorso dei gasdotti e degli oleodotti in costruzione in modo che passino sul loro territorio.