Paola A. Sacchetti

Psicologa funzionale e dell’età evolutiva, si occupa di prevenzione e intervento psico-socio-educativo con bambini e ragazzi con difficoltà e disturbi, in particolare dell’apprendimento, e di sostegno genitoriale. Da anni si occupa di tali tematiche nella duplice veste di professionista clinica e di editor senior per Giunti Edu, specializzata nella produzione psicoeducativa ad alta accessibilità. Svolge attività di formazione indirizzata a insegnanti, genitori e adulti ed è autrice di numerosi contributi per la rivista Psicologia Contemporanea, in cui segue anche la rubrica Libri per la Mente, e si occupa delle rubriche Orizzonti libri e film per la rivista Psicologia e Scuola. È autrice del Diario delle regole di Italiano, per i bambini e i ragazzi con difficoltà di apprendimento o DSA, e del Manuale di base di Italiano, per gli adulti che si apprestano a studiare l’Italiano come L2 o con difficoltà, che presentano mappe, schemi e tabelle di grammatica ad alta accessibilità.

Bambini e scuola

  • Bambini che mordono i compagni: che fare? Maestra Milena

    Gentile Milena,
    capisco la sua frustrazione nel non riuscire a interrompere un comportamento inadeguato nonostante il suo impegno. L’anno è iniziato da pochi mesi, forse è necessario un periodo più lungo affinché F. apprenda a non mordere: quindi, come prima cosa, continui con costanza il suo intervento. Parli di nuovo con i genitori, per condividere le strategie e le regole da usare in ogni contesto di vita di F.; per quanto non lo faccia a casa, una risposta coerente data da tutte le figure educanti renderà più semplice evitare che tali comportamenti si ripetano.
    È inoltre essenziale che la (comprensibile) frustrazione che sente non sia percepita dal bambino: reagire in modo aggressivo serve solo a rinforzarlo nella sua condotta. Dovrà invece cercare di essere calma e ferma, interrompendo l’atto ogni volta che si manifesta, con un chiaro: “No, non si morde. Fa male”, mostrando a F. le conseguenze del gesto: “D. piange, gli hai fatto male”, e, senza sgridarlo né punirlo, verbalizzando ciò che prova. Se, come scrive, “sembra comunicare solo a morsi”, probabilmente F. non ha ancora sviluppato le abilità necessarie per esprimere ciò che sente a parole o con strategie più accettabili.

     

    Diventa perciò importante capire che cosa scatena l’atto aggressivo, che cosa il morso comunica. Morde per rabbia o frustrazione? Può aiutarlo a comprendere ciò che prova e verbalizzare per lui il vissuto emotivo: “Vedo che sei arrabbiato perché D. non ti dà il gioco. Provi a chiedergli se te lo dà?”. Si tratta di una richiesta di attenzione? Morde per essere “visto” da voi insegnanti? Dategli attenzione in ogni altra occasione, gratificatelo quando fa qualcosa di positivo e rinforzatelo quando non morde in una situazione in cui potenzialmente potrebbe/vorrebbe farlo: “Bravo F.! Sono molto contenta che non hai morso D. per avere il gioco!”. Morde per eccitazione? Lo guidi a esprimerla in modo positivo, per esempio battendo le mani o saltando. Morde nelle situazioni destrutturate o caotiche? Può avere difficoltà nel gestire i momenti di gioco libero o essere molto sensibile ai rumori, tanto da creargli una specie di “sovraccarico” che lo fa reagire in modo aggressivo. Crei uno spazio in cui possa giocare tranquillo e lo guidi, soprattutto le prime volte, in giochi che può svolgere da solo (un puzzle, le costruzioni), così da apprendere come gestire i momenti di gioco libero.
     

  • Il bambino "gifted" tra sviluppo cognitivo ed emotivo. Che fare?

    Capita spesso che i bambini ad alto potenziale cognitivo o gifted mostrino una disarmonia tra lo sviluppo cognitivo e quello emotivo, sociale o motorio, per cui possono avere un elevato sviluppo cognitivo, ma uno sociale ed emotivo nella media dell’età o corrispondente a età inferiori. Sembra questo il caso di A., che a 6 anni sapeva leggere e scrivere, ma che a 8 “evita” i rapporti interpersonali, forse perché non sa ancora gestirli, perché gli interessi dei suoi coetanei sono troppo diversi dai suoi o per non soffrire al sentirsi rifiutato, trattato come “diverso”. Il fatto che non eccella in alcuna disciplina può essere dovuto al fatto che ha bisogno di stimoli più elevati di quelli necessari ai compagni per attivare le sue risorse cognitive, cosa abbastanza frequente nei gifted; può essere che si annoi, che la modalità di insegnamento-apprendimento utile per gli altri allievi non sia la più adatta per lui, o che abbia “scelto” di non mostrare le proprie capacità per evitare di essere preso in giro o perché soffre della consapevolezza di essere diverso dai compagni. 

     

    Alcuni bambini gifted utilizzano il pensiero divergente, sono creativi, giungono alla soluzione senza seguire ragionamenti consueti o i passaggi presenti sul libro. Spesso non sanno spiegare come sono giunti alla soluzione, però sono in grado di farlo; oppure non svolgono il compito perché non capiscono quale scopo abbia. Conoscere come ragiona, come apprende e come espone quanto appreso permette di valutare le sue reali conoscenze. Se riesce a fare la divisione, è essenziale ai fini valutativi che la svolga secondo il procedimento illustrato sul libro? No. Può poi essere considerato un elemento da prevedere tra gli obiettivi didattici conoscere i modi per sistematizzare gli apprendimenti, le strategie e gli algoritmi per farlo.

     

    Nella preparazione della didattica personalizzata per gli alunni con BES, tra cui anche A., è possibile preparare attività modulabili in base alle esigenze dei diversi allievi: dopo aver presentato lo stesso materiale a tutti, si personalizzano le richieste; all’allievo gifted si possono includere approfondimenti, attività supplementari o compiti con un maggiore livello di difficoltà, che siano sfidanti

  • Un bambino litigioso in classe. Che fare? Maestra Laura

    Gentile Laura,
    la vostra preoccupazione è giustificata, un bambino litigioso può senz’altro alterare le dinamiche di un intero gruppo classe. Cosa fare dunque? Innanzitutto, riproporre le regole della classe, condividendole e spiegandole di nuovo, e le sanzioni per chi le trasgredisce. Se non presente, inserite una regola per affrontare i litigi. Per esempio, che quando si litiga è importante fermarsi e parlarne. L’insegnante è un po’ l’arbitro della lite, non deve esserne giudice, né deve prendere le parti di uno o dell’altro: deve guidare gli allievi a un confronto più pacato e sostenerli nell’esprimere ciò che pensano e provano. Senza dare soluzioni. Perché i bambini imparino a gestire i conflitti, sono loro a dover trovare un accordo. Se la lite avviene durante la lezione, dovrete valutare se è utile fermarsi per affrontare subito la questione o se è meglio rimandare, per esempio: “M. e L. ora finiamo la lettura del brano, poi, mentre gli altri rispondono alla domanda 1, noi tre parliamo di questa lite”, proponendo una mediazione che consenta loro di esprimere le proprie ragioni, comprendere quelle altrui e riconoscere le emozioni provate.

     

    È però essenziale capire perché M. metta in atto questo comportamento. Osservandolo nelle diverse situazioni, potrete individuare se ci sono eventi specifici che innescano i litigi. Emergono soprattutto nei momenti di pausa o quando è richiesta maggior concentrazione? È il solo modo che ha trovato per interagire con i compagni o con qualcuno ha scambi più tranquilli? Litiga quando si sente ignorato dagli altri o quando è al centro dell’attenzione? Capire se una certa dinamica di gruppo in M. ha un effetto destabilizzante può aiutare a trovare soluzioni adatte a permettergli di parteciparvi serenamente. Inoltre è utile riparlare con i genitori, per comprendere come stia vivendo il trasferimento, se è litigioso anche a casa, se è un bambino che fa fatica ad adattarsi ai cambiamenti: i bambini infatti non sempre riescono a verbalizzare ciò che provano e possono esprimere le difficoltà di trovarsi in una nuova città, in una scuola diversa, con altri compagni in modo aggressivo. In questo caso, può essere utile sostenere maggiormente l’inserimento di M. in classe, per esempio, organizzando lavori in piccoli gruppi a turnazione, così da permettergli di lavorare in situazioni più contenute, e cercando di valorizzare le abilità di M., per consentirgli di entrare in relazione con i compagni in modo positivo, evitando quindi che assuma il ruolo di “rompiscatole”.

  • Un'allieva timida in classe. Che fare? Maestra Serena

    Gentile Serena,
    da quanto scrive, la sua allieva sembra soffrire di timidezza: si relaziona con i compagni, con cui va d’accordo, e si blocca solo quando deve parlare in pubblico. Se avesse un atteggiamento riservato anche con i coetanei, cercando momenti di “solitudine”, sarebbe stato invece più probabile si trattasse di introversione. La timidezza è spesso legata alla paura o all’ansia sociale, i bambini hanno paura del giudizio dei compagni e degli insegnanti, temono di fare brutta figura o di essere presi in giro se non rispondono adeguatamente.

     

    Concedere più tempo ai bambini timidi e incoraggiarli
    Nella maggioranza dei casi è sufficiente concedere loro più tempo per abituarsi alle nuove richieste, come esporre un argomento, e aiutarli a sviluppare sicurezza in loro stessi. Parli con L., cercando di capire che cosa la spaventa. Parlare davanti a tutti? Prendere un brutto voto? Dire qualcosa di sbagliato che la metta in ridicolo? I bambini timidi hanno bisogno di essere incoraggiati a mettersi in gioco, senza però forzarli troppo. Oltre a rassicurarla, è necessario farle sperimentare situazioni in cui si senta competente, creando occasioni in cui possa mostrare le sue capacità, dandole da svolgere attività in cui riuscirà bene, in cui mostrare i propri punti di forza e se stessa in modo positivo agli altri.

     

    Organizzare lavori a piccoli gruppi
    Può essere utile organizzare lavori in piccoli gruppi, con al massimo 2 o 3 compagni, con cui L. si trova a suo agio: in questo modo potrà lavorare più serenamente, conoscendo i compagni e non sentendosi giudicata, e darà più facilmente il proprio contributo. Se poi l’argomento è di suo interesse, potrà vivere l’esperienza di essere necessaria per quel lavoro, con un effetto positivo sulla percezione delle proprie capacità e sulla sua autostima. Quando L. dimostra un po’ più di sicurezza nel piccolo gruppo, potremo aumentarne le dimensioni. Lo stesso discorso vale per il parlare di fronte a tutti: iniziamo con chiederle di farlo davanti al piccolo gruppo, quando il resto della classe è impegnato nell’attività, per abituarla gradualmente a stare al centro dell’attenzione.