Riflessione sulla lingua e grammatica esplicita

Le Indicazioni nazionali suggeriscono obiettivi di “grammatica esplicita e riflessione sugli usi della lingua”. Limitarsi a insegnare a classificare ed etichettare le parole è dunque svolgere un compito a metà, privando gli alunni, specie se stranieri, di un importante vettore di apprendimento linguistico.

di Cristina Peccianti · 05 aprile 2016
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Giulio D'Anna, "Lo stretto". Fonte immagine: Farsetti arte .


Che cos’è la grammatica

“Grammatica” è un termine polisemico , che ha significati diversi. Il primo fra questi si riferisce alle particolari modalità di realizzazione di una lingua, cioè l’insieme delle regole che fanno sì che un insieme di parole diventi un enunciato significativo. E in questo senso la grammatica costituisce per i parlanti di una data lingua una conoscenza implicita, acquisita per mezzo di un processo inconscio di elaborazione dei dati linguistici a cui sono stati esposti fin dalla nascita.
Ma lo stesso termine indica anche la descrizione del funzionamento di una lingua, fatta dai linguisti, con la classificazione dei diversi elementi e la definizione sistematica delle regole che governano i suoi usi. E indica anche il libro in cui la descrizione stessa si trova: “In questa grammatica ci sono pochi esercizi”; “Domani portate la grammatica”.

Grammatica e apprendimento linguistico

I due diversi significati del termine chiamano palesemente in causa due modalità del tutto differenti di vedere il rapporto fra grammatica e apprendimento linguistico
Nel primo caso infatti si pensa alla grammatica come a una conoscenza, interiore ed inconscia, che i bambini si costruiscono nella lingua madre, fin da piccolissimi e che gli apprendenti di una L2 ricostruiscono per passaggi successivi, prima in modo rozzo e semplificato e poi più raffinato e corretto.
Nel secondo caso invece si concepisce la grammatica come una disciplina scolastica, basata sull’insegnamento di definizioni, classificazioni e regole astratte, le quali poco o nulla incidono sull’apprendimento di usi linguistici sempre più adeguati e funzionali da parte di bambini e ragazzi, soprattutto non italofoni.

Grammatica in classe

Purtroppo nell’insistere su un insegnamento della grammatica di tipo passivo, basato sull’enunciazione di regole astratte, l’attribuzione di etichette formali e l’addestramento meccanico a operare riconoscimenti e fare classificazioni, c’è tutto il peso di una tradizione formalistica, unita alla metodologia usata da sempre per l’insegnamento delle prestigiose lingue classiche. E tutto ciò continua a sostenere una fede acritica nel valore delle competenze grammaticali come basi imprescindibili per lo sviluppo di qualunque aspetto della competenza linguistica. La conseguenza è il lento e difficoltoso ingresso di pratiche scolastiche di vera “ riflessione sugli usi della lingua ” (così come previsto anche dalle Indicazioni nazionali ) che significa riportare alla luce la competenza inconscia posseduta dagli alunni dandone loro consapevolezza, insegnare ad osservare le produzioni linguistiche proprie ed altrui e a comprenderne le valenze d’uso.
Le attività di riflessione linguistica (o metalinguistica) non hanno lo scopo di presentare agli apprendenti di L2 le regole di funzionamento delle lingua di arrivo, ma quello di fargliele scoprire e di farli riflettere per condurli gradualmente a una presa di coscienza effettiva di come “si fabbrica” una frase in italiano. L’ obiettivo di tali attività è rilevante anche perché è largamente cognitivo , oltre che linguistico, tanto che si potrebbe dire che esse mirano ad insegnare una lingua, ma, al tempo stesso, ad insegnare come si impara una lingua.

Qualche riflessione sui dati INVALSI

Analizzando i dati INVALSI relativi alle risposte date ai quesiti di grammatica, disaggregati per italiani, stranieri di prima generazione e stranieri di seconda generazione abbiamo conferma del fatto che a scuola si fa forse molta grammatica esplicita, ma poca riflessione sulla lingua. Sia i bambini della primaria (classe 5°) che i ragazzi della secondaria di primo grado (classe 3°) infatti, posti davanti a quesiti che richiedono di andare al di là di una semplice discriminazione o classificazione, di interrogare la propria competenza di parlanti e/o di applicare le conoscenze grammaticali agli usi delle lingua, si trovano in genere in difficoltà: le percentuali di risposte corrette scendono frequentemente sotto il 50%, anche da parte degli alunni italiani. Lo scarto fra i risultati degli italiani e degli stranieri di seconda generazione tende a mantenersi costante e si aggira mediamente attorno agli otto-dieci punti, con alcuni casi particolari in cui lo scarto si assottiglia e gli stranieri sembrano essere favoriti dalla necessità di un’osservazione più attenta del materiale proposto, di un maggiore impegno riflessivo, non potendo fare troppo affidamento, come i compagni nativi, sulle pratiche comunicative.
Così anche i risultati INVALSI suggeriscono l’opportunità di potenziare le attività di riflessione, buone per tutti e davvero preziose per gli alunni stranieri.

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