Imparare gli uni dagli altri nella scuola di tutti

In che modo la scuola può assumere una vera “qualità interculturale”, divenire polo attrattivo per genitori di ogni origine e luogo di accesso a un sapere complesso, aperto, dinamico, per tutti i loro figli? Di Anna Granata, psicologa e docente di Psicologia interculturale. 

di Anna Granata · 05 novembre 2015
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Faire de la diversité une chance pour l’école,
c’est le meilleur antidote à nos peurs,
la meilleure réponse à la mondialisation.

Marie Rose Moro, 2012

Quale spazio hanno oggi le differenze (di genere, personalità, abilità, origine e religione) nella scuola italiana? Quale alunno può dirsi “simile” agli altri e quale “diverso”? Come si lascia interpellare la scuola da ritmi di apprendimento differenziati, da passioni e talenti distinti, da provenienze e origini plurali all’interno di classi multiculturali? Quali strategie possono essere attuate per favorire la mescolanza e fronteggiare i rischi latenti di segregazione sociale e culturale?
Questo contributo mette a fuoco l’esperienza della differenza culturale, facendo riferimento in particolare agli “ultimi arrivati” nella scuola italiana: gli alunni con cittadinanza straniera, nuova sfida profonda al tradizionale modo di fare scuola. Apriamo il tema con una tesi forte, proposta da Marie Rose Moro nel suo libro Enfants de l’immigration, une chance pour l’école. Un titolo che non lascia margine di interpretazione e che capovolge il paradigma interpretativo classico: entro classi sempre più diffusamente multiculturali le opportunità da cogliere sono molte e in larga parte sottostimate. Le riflessioni e gli esempi proposti dalla nota etnopsichiatra accompagneranno le pagine di questo articolo, insieme alle note e alle testimonianze tratte da alcune ricerche svolte sul campo entro scuole del territorio lombardo.

Imparare gli uni dagli altri

Il mio migliore amico mi ha passato un libro di Salgari, mi è piaciuto e ho cominciato a leggere tutti i libri che mi passava. Il fatto di aver letto tanto mi ha aiutato anche a scrivere e a perfezionare la lingua. Alle medie ho cominciato a prendere “ottimo” nei temi. Insieme ai libri ho ricevuto in regalo così anche la passione per la lettura e la scrittura (M., 20 anni, di origine cinese).

Favorire le relazioni tra i coetanei sembra essere il migliore strumento di integrazione che la scuola possa adottare. Una strategia che non solo favorisce un clima più sereno in classe ma che può avere effetti positivi anche sul rendimento scolastico degli alunni, come emerge dalla testimonianza di un giovane di origine cinese che ricorda la sua esperienza alla scuola media.
Purtroppo a volte le amicizie vengono ostacolate non soltanto dalla scuola ma anche dalle famiglie, che possono vivere con diffidenza le relazioni tra i propri figli. Il clima di diffidenza che si respira al di fuori (tra adulti italiani e stranieri) si può ripercuotere così anche sulle vite dei ragazzi, come emerge ancora dalla testimonianza:

Già da piccolo litigavo spesso coi miei genitori. Ho lottato sempre, ho ottenuto di andare all’oratorio, poi alle feste di compleanno degli amici, alle elementari già solo andare a pranzo dal mio migliore amico e fermarmi lì al pomeriggio era una grandissima conquista. Una volta mi hanno anche lasciato andare con la sua famiglia in montagna durante le vacanze di Natale… (M. 20 anni, origine cinese).

Evitare la segregazione dei ragazzi italiani e stranieri è un compito di fondamentale importanza che vede impegnati gli insegnanti prima di tutto, ma anche le famiglie italiane e straniere che devono poter favorire le amicizie tra i propri figli e dare loro la possibilità di costruirsi un percorso insieme, come spesso effettivamente accade. L’apprendimento della lingua, un esempio tra gli altri, diventa infatti tanto più semplice e piacevole quanto più è vissuto come strumento per intessere relazioni, trovare nuovi amici e, allo stesso tempo, imparare insieme agli altri.

Ma non sono soltanto i figli di immigrati ad imparare dai figli degli autoctoni. Non di rado il processo di apprendimento assume spesso un movimento reciproco , che può portare i figli di autoctoni ad apprendere qualcosa di nuovo dai figli di immigrati. Marie Rose Moro (2012) racconta come, lei stessa, figlia di migranti spagnoli, si sia trovata nella prima fase di arrivo a scuola a Parigi a “francesizzare” parole spagnole nel momento in cui non conosceva un vocabolo francese. Come quella volta che doveva chiedere a una sua compagna di scuola se avesse visto la sua sciarpa, ma non conoscendo il termine in francese aveva utilizzato quello spagnolo, francesizzandolo: “la bufande”.
L’insegnante, ascoltando la conversazione, commentò, rivolgendosi alla compagna che era rimasta sorpresa: “La tua compagna fa della poesia!” e da lì prese spunto per tenere una lezione sulla poesia e sulla licenza poetica. Da un banale errore , potenziale fonte di disagio per la nuova arrivata, era nata l’occasione per un apprendimento collettivo: la ragazza d’origine straniera aveva appreso una parola nuova nella lingua del Paese ospitante, la figlia di autoctoni aveva compreso cosa significasse licenza poetica e la classe tutta aveva avuto occasione di ricevere una lezione sulla poesia a partire da un esempio concreto vissuto in classe.

Lo sforzo di tenere insieme

Gli alunni stranieri che riescono bene a scuola hanno, non a caso, commenta sempre la Moro a fronte delle sue numerose ricerche, due caratteristiche essenziali: sono bilingui e hanno una r appresentazione positiva della loro lingua madre ; hanno incontrato nel loro percorso un “passeur”, un traghettatore, che ha dato loro la possibilità di appropriarsi della società in cui vivono, valorizzando allo stesso tempo il contesto d’origine dei loro genitori. Quest’ultimo punto è di particolare importanza: gli alunni di origine straniera devono essere aiutati a tenere insieme le proprie origini con la loro condizione presente, senza dover rinunciare a nessuna delle proprie appartenenze. Certo non sempre hanno il desiderio di vedere sottolineata, di fronte ai compagni, la propria origine, o la propria cultura o religione di minoranza, più spesso manifestano, soprattutto nella fase della prima adolescenza, l’esigenza di essere considerati simili agli altri. L’insegnante potrà allora trovare il modo di sottolineare in maniera positiva il pluralismo culturale senza chiedere loro di esporsi tramite la propria esperienza.

In un certo senso gli insegnanti dovrebbero porsi come degli “ equilibristi interculturali ” (Granata, 2011), in grado di cogliere al momento opportuno occasioni di valorizzazione delle origini, che magari nascano dalla proposta spontanea dei ragazzi stessi. In questo modo è possibile aiutare gli alunni di origine straniera a sviluppare un “senso di continuità” che permetta loro di non vivere lacerati tra più mondi ma di appropriarsi di entrambi con serenità e disinvoltura.
Con i neo arrivati la questione può apparire forse più semplice, a partire dalla conoscenza della lingua d’origine. Ci si potrà soffermare, per esempio, durante una lezione di grammatica su una regola esistente nella lingua italiana e interpellare i ragazzi di origine straniera per capire se essa sia presente anche in altri sistemi linguistici. In questo modo, l’insegnante potrà comprendere gli eventuali errori dell’alunno che ha utilizzato fino a poco tempo prima un sistema grammaticale diverso, l’alunno si sentirà valorizzato per il suo sapere pregresso e gli altri alunni della classe apprenderanno la relatività delle forme linguistiche, vivendo una preziosa esperienza di decentramento.

Una scuola aperta al mondo

La presenza degli alunni stranieri, poi, può sollecitare una riflessione sulla cittadinanza aperta e cosmopolita, non soltanto legata alla storia e ai confini del territorio nazionale. Presentare in classe, per esempio, l’esperienza migratoria come un fenomeno sociale di vitale importanza per il progresso delle società, ma anche per la crescita umana e culturale delle persone che migrano. Anche in questo caso sarebbe opportuno parlare dell’esperienza migratoria come fenomeno storico, piuttosto che chiedere ai ragazzi di raccontare la storia propria o dei propri genitori. Se poi nascerà spontaneamente da loro il desiderio di portare la propria testimonianza ovviamente si valorizzerà anche questo contributo importante per chi lo offre e per tutta la classe che lo riceve.
Alcuni ragazzi che hanno vissuto in prima persona la migrazione, in età consapevole, possono anche vantare la conoscenza di due diversi sistemi scolastici, quello del paese d’origine, dove hanno magari iniziato l’esperienza della scuola e quello italiano, dove sono giunti in seguito, mettendoli in qualche modo a confronto. Conoscono a volto i limiti e i vincoli che i programmi scolastici possono avere, i loro legami con la storia, la cultura, le vicende politiche del paese e anche, in certi casi, l’imparzialità di visioni e i pregiudizi con cui trasmettono da una generazione all’altra la cultura del Paese. Anche questo è un sapere interculturale da valorizzare a scuola

La presenza degli alunni stranieri non può più essere vista come un’ emergenza , né come un problema, ma piuttosto come l’opportunità per aggiornare in chiave interculturale il modo di fare scuola in Italia, offrendo alle nuove generazioni un’educazione il più possibile varia, approfondita e adeguata ai tempi. “La diversità deve essere assunta sia come punto di partenza sia come punto di arrivo del percorso educativo, un valore da favorire e al tempo stesso il criterio che ispira l’intera azione didattica. Le diversità sono lo stimolo e il principio per un’educazione basata sul confronto, la condivisione e l’infinità di conoscenze che ne derivano, trasformando le differenze, di qualsiasi natura esse siano, da ostacolo a risorsa per tutti” (Martinazzoli, 2012).
Diviene urgente, allora, per gli insegnanti sviluppare vere e proprie competenze interculturali , “superando la paura dell’altro, adottando un approccio inclusivo, considerando la diversità come una possibilità per tutti – così che si sentano più a loro agio e comunichino più efficacemente con i figli di migranti e le loro famiglie” (Moro, 2012).
La scuola può divenire così quel luogo in cui aprirsi a concezioni, valori, storie, differenti dalla propria, spesso con grande naturalezza e curiosità, trovando insegnanti pronti a valorizzare e accogliere le differenze di origine e tradizione. Quando questi atteggiamenti si diffondono e l’accoglienza e valorizzazione delle differenze diviene prassi condivisa e consapevole, la scuola, come sostiene Milena Santerini (2010) assume una vera e propria “ qualità interculturale ”, e può divenire polo attrattivo per tutte le famiglie, indipendentemente dalle loro origini, e luogo di accesso a un sapere complesso, aperto, dinamico, per tutti i loro figli.

Testi citati

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