Ritorno a Lampedusa. Appunti per un viaggio d'istruzione

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Ritorno a Lampedusa. Appunti per un viaggio d'istruzione

Lampedusa, 3 ottobre 2013-2016. Sono trascorsi tre anni dalla strage in cui morirono 368 persone. All’epoca, in ogni classe di ogni scuola italiana fu richiesto un minuto di silenzio. E poi? Ecco il racconto di un progetto AMM.

Audiomappa screenshot

 

“Dalla discussione che abbiamo fatto in classe in seguito al minuto di silenzio imposto dal ministro della pubblica istruzione è emersa una totale ignoranza dei miei alunni riguardo a temi come la migrazione, l'accoglienza, la diversità ma anche in merito alla geografia, la religione e soprattutto rispetto alla cittadinanza. Vabbè, ma mica erano italiani... è stato il commento più disorientante di fronte alla morte di tanti esseri umani. Sono stato investito da sensazioni contrastanti, prima fra tutte la paura: paura di non essere e non essere stato in grado di educare i miei alunni alla diversità” (Massimiliano Veneri, insegnante, ottobre 2013).

È da questa “paura”, raccontataci da uno dei docenti, che noi del gruppo scuola dell’Archivio delle memorie migranti abbiamo iniziato a immaginare un percorso che riempisse di senso quel silenzio. Anche noi, fuori dalla scuola, pieni di dubbi e timori ci stavamo interrogando su modi alternativi e più profondi di dare conto di quelle morti. Due strumenti utili, per cominciare, sono il Cantiere Lampedusa e il documentario Asmat di Dagmawi Yimer. 

ASMAT- Nomi per tutte le vittime in mare (Dagmawi Yimer) from AMM on Vimeo.

L’appello dei docenti ci ha dato quindi la possibilità di metterci in gioco in un luogo privilegiato e così prolifico di trasformazioni come la scuola. Educare alla diversità può significare dilatare spazi e tempi, prendersi i momenti giusti per incontrare storie, rompere schemi precostituiti e immergersi in esperienze concrete.

“Uno degli aspetti più interessanti del lavorare con i preadolescenti è che ti fanno venire voglia di agire e l'azione è la prima reazione alla paura. Cosi è stato, abbiamo pensato alla possibilità di andare a Lampedusa per conoscere l'Altro: quelli che quando passi si mettono a parlare in una lingua che non li capisci, quelli che vanno in quei posti che mettono tutte le scarpe fuori, quelli che fanno le guerre, quelli scuri”(Massimiliano Veneri, insegnante, ottobre 2013).

Il laboratorio che abbiamo realizzato in due scuole medie romane ha rappresentato quella fase del viaggio, prima della partenza, in cui prepariamo il bagaglio, scegliendo attentamente cosa potrebbe servirci. Facciamo i conti con l’immaginario che già possediamo su un luogo sconosciuto e sulle persone che lo abitano; apriamo diverse ‘guide’, consultiamo le mappe, individuiamo i luoghi d’interesse e tracciamo i possibili percorsi, proviamo a figurarci i volti che incroceremo, facciamo fermentare la curiosità.

Noi di AMM, insieme agli insegnanti, abbiamo deciso di non adottare una guida soltanto, ma di esplorare con i ragazzi diverse strade e punti di vista, a partire dalle nostre esperienze specifiche:

  • quella di Gianluca Gatta, antropologo, che Lampedusa la conosce bene; lì ha imparato ad ascoltare le storie di chi ci abita e cosa hanno da dire i lampedusani sul loro rapporto con l’altro. Sulla banchina del porto, poi, ha potuto osservare da vicino cosa accade alle persone appena sbarcate, cercando così di andare oltre gli stereotipi prodotti dalle rappresentazioni mediatiche sugli sbarchi;
  • quella di Monica Bandella, insegnante e ricercatrice italianista interessata alle forme di autonarrazione, che ha varcato i confini dell’Italia alla ricerca di storie di vita e memorie da far rivivere: dall’esperienza degli italiani nei campi di concentramento nazionalsocialisti, a quella delle donne scrittrici in diversi periodi storici fino alle memorie dei migranti che attraversano i confini contemporanei;
  • quella di Francesca Locatelli, storica, che ha speso molto tempo negli archivi di Asmara per ricostruire la vita quotidiana nell’Eritrea coloniale. Raccogliere e leggere decine e decine di documenti pieni di storie concrete le ha permesso di comprendere come le relazioni tra italiani e sudditi coloniali abbiano condizionato, e ancora oggi condizionino, gli schemi di percezione dell’altro 'razzializzato’;
  • quella di Zakaria Mohamed Ali, giornalista e operatore sociale, che a Lampedusa ci è arrivato con il gommone, dopo un viaggio lungo e difficile che lo ha portato via dalla sua Somalia. Zakaria ha riflettuto a lungo su questa sua esperienza e desidera condividerla, attraverso i suoi film e scritti, con chiunque sia interessato.

Il laboratorio

Nell’arco di tre mesi abbiamo incontrato quattro volte le ragazze e i ragazzi, insieme ai loro docenti, per scambiarci racconti e saperi. Desideravamo stimolare la loro curiosità nei confronti dell’isola di Lampedusa e di tutto ciò che la riguarda. Ma abbiamo voluto evitare di fornire soltanto dei contenuti per poter individuare i saperi già in loro possesso, metterli in questione, smontare luoghi comuni e raccogliere idee e proposte.

Partire dai luoghi comuni

Nel primo dei quattro incontri laboratoriali con i ragazzi, Gianluca ha presentato una panoramica generale dell’isola e di ciò che accade ai migranti quando arrivano:

ho raccontato il mio viaggio etnografico a Lampedusa, nel febbraio 2005, e di come ho piano piano incontrato persone, esplorato luoghi, raccolto storie. Mi sono confrontato con i ragazzi sulla storia dell’isola, dei popoli che l’hanno attraversata e degli incontri che ha ospitato. Dalle loro domande ho potuto cogliere quali sono i luoghi comuni più diffusi, ma anche quali sono gli elementi di curiosità: posizione geografica, paesaggio, mezzi di trasporto, vita quotidiana. Ho poi raccontato che cosa ha significato per me assistere all’arrivo dei migranti nel porto dell’isola e confrontare quello che vedevo e ascoltavo sia con l’idea che mi ero fatto prima di partire, sia con quello che mi raccontavano i lampedusani. Ne è emerso un gioco di specchi che ha coinvolto chi mi ascoltava, persone che a loro volta stavano iniziando a formarsi un’immagine sull’esperienza che avrebbero fatto.

La foto che Gianluca ha portato con sé, l’ha scattata durante la sua ricerca e ritrae un migrante arrivato a Lampedusa con indosso un vestito elegante. Questa immagine sorprendente e atipica rispetto a quelle diffuse dai mass media, contribuisce a smontare l’icona del migrante necessariamente povero, disperato, senza identità e incapace di scegliere e badare a se stesso.

Le nostre mappe

Monica per il secondo incontro ha proposto ai ragazzi attività ispirate al gioco cooperativo e alla ludobiografia. “Camminiamo nella stanza e immaginiamo di vederci dall’alto: le linee che tracciamo con i nostri piedi disegnano strade, incroci, cerchi chiusi, ritorni. Immaginiamo ora che il pavimento di questa stanza sia la mappa del mondo e che gli incroci siano gli incontri tra persone in viaggio, persone che si spostano nel corso del tempo, che migrano. Una rete di storie diverse ma simili". È stata dura dopo far sedere i 64 ragazzi per mostrargli la mia mappa di vita, le linee che ho tracciato muovendomi sul mondo da quando sono nata. Io ho disegnato un percorso chiuso, con la scelta libera di andare dove volevo, di tornare da dove ero partita. Poi abbiamo provato a delineare la possibile esperienza di un migrante arrivato a Lampedusa, a immaginare il suo percorso, e lo abbiamo chiamato Mahamed: Chi è Mahamed secondo voi? Proviamo a scriverne la storia! Dalla storia che i ragazzi hanno elaborato in piccoli gruppi, il Mahamed immaginato è depresso, annoiato, vuole realizzare il suo sogno, tirare i kebab alla gente, morire nel mare... Ma il Mahamed di AMM, quello in carne ed ossa, ha tracciato la sua Lampedusa con una mappa raccontata che si sofferma sui luoghi ritrovati anni dopo esserci sbarcato.

La mappa di Mahamed - partito dall’Eritrea, arrivato a Lampedusa passando dal Sudan e dalla Libia, trasferito a Roma e ritornato a Lampedusa per accogliere le persone agli sbarchi - ha una forma diversa dalla mia: una linea aperta, sospesa, come il termine migrante. È lui che potrebbero conoscere a Lampedusa questi 64 esploratori. Iniziamo allora a esplorare la sua audiomappa, Ritorno a Lampedusa, che ci porta a conoscere l’isola con i suoi occhi.

Le distanze sono relative 

Francesca:

Sapete dov’è l’Eritrea? Uno di loro sa indicarmela con precisione sulla mappa. Forse qualcosa sta cambiando nelle nostre scuole. Forse si inizia a esplorare una memoria fino a ora rimossa. Ma c’è un lunghissimo cammino ancora da compiere per colmare quella distanza di memorie che divide l’Italia dalle sue ex colonie. Ho raccontato di me, dei miei viaggi di ricerca ad Asmara, degli archivi in cui ho lavorato per anni e da cui ho tratto tantissime storie che ci raccontano della vita in comune tra italiani ed eritrei. Una storia di soprusi, legittimati dalla legge coloniale che si basava su una distinzione netta tra ‘cittadini’ e ‘sudditi’. Un paese dove diversi luoghi pubblici erano interdetti agli africani. Un sistema che sembra condizionare ancora oggi, in forma rinnovata, le relazioni tra noi e loro. L’Eritrea è più ‘vicina’ di quanto immaginiamo, abbiamo scelto di parlarne perché ci sembra fondamentale sapere cosa c’è prima e oltre Lampedusa.
Le fotografie e le mappe della città eritrea ci hanno mostrato i segni della presenza italiana. Qualcosa che non riguarda soltanto il passato ma condiziona fortemente il presente dei due paesi. Gli eritrei ne sono ben consapevoli ma gli italiani no. Si tratta di una Storia, anzi di tante storie, quasi totalmente rimosse dai libri di scuola italiani ma ancora molto vive nell’esperienza quotidiana degli eritrei.

Francesca ha portato due cose: una mappa che racconta la separazione spaziale tra italiani ed eritrei ad Asmara nel periodo coloniale (con il Campo Cintato riservato agli italiani) e alcune testimonianze tratte dalla sua ricerca negli archivi dell’epoca. Qui sotto, una mappa di Asmara del 1938 (Fonte: Consociazione turistica italiana, Africa Orientale Italiana).

Interviste

Il Sig. G.B. e il Dott. Y. vivevano ad Abashawel “dove la vita era molto difficile… per esempio, nei cinema c’erano posti riservati agli eritrei. Potevamo sederci solo nelle ultime file della galleria […] la chiamavamo la piccionaia” (Intervista del marzo 2001). L’intensità di queste esperienze creava un’atmosfera di paura, ma anche di mistero intorno al Campo Cintato”. Abba Isaak spiega che il “Campo Cintato non era sigillato ermeticamente, ma comunque gli Eritrei non potevano passarci. Venivano fermati dalla polizia e respinti dall’altra parte, dove si trova il mercato locale”.

Arrivo a Lampedusa

Zakaria:

Come facevi a lavarti i denti durante il viaggio in barca verso Lampedusa? Questa è una delle domande che mi hanno fatto i ragazzi. Poi molte curiosità sulla mia vita in Somalia, cosa mangiavi?, che giochi facevi?. Con i ragazzi e le ragazze delle scuole mi trovo sempre a mio agio. Mi piace stuzzicare la loro curiosità, e vedere la loro sorpresa nell’ascoltare i miei racconti avventurosi. Ho mostrato il mio film To whom it may concern, girato a Lampedusa nel 2012, dov’ero tornato, a distanza di quattro anni dal mio sbarco. In quel film ho fatto i conti con la libertà di raccontare e visitare luoghi che precedentemente avevo soltanto intravisto quando mi trovavo nelle mani delle autorità italiane. Nel film mi chiedo anche cosa significa ricordare, lottare per essere riconosciuti come persone e non solo come corpi: i ragazzi delle scuole che ascoltano la mia storia mi aiutano molto in questo.


 

Si parte?

Ci siamo salutati sulla soglia della loro partenza. Il nostro compito era terminato, ma abbiamo seguito a distanza gli sviluppi del progetto. Una classe è partita e l’altra no.

Purtroppo sia a me e ai ragazzi è mancato un confronto finale, poiché è fallito il progetto del viaggio a Lampedusa. Per motivi in parte economici (il viaggio è piuttosto caro) e in parte legati alle resistenze di alcune famiglie che non sono riuscite a liberarsi dai luoghi comuni veicolati dai mass media su Lampedusa, isola vissuta nell'immaginario dei più come invasa da migranti violenti e potenziali portatori di malattie. Se la scuola poteva trovare fondi di solidarietà per le famiglie più indigenti, più difficile era intaccare certe convinzioni, se pur errate (Massimiliano Veneri, insegnante, ottobre 2013).

L’altra insegnante è stata più fortunata ed è riuscita a partire. Ha costruito relazioni con docenti lampedusani e altre realtà associative impegnate nel turismo responsabile, per rendere quel viaggio qualcosa di effettivo e utile anche per il contesto lampedusano, in un’ottica di reciprocità.

Per quanto ci riguarda, a prescindere dalla partenza o meno, ci siamo accorti che già preparare le valigie insieme ai ragazzi delle due scuole medie romane è stato di per sé un viaggio avvincente che ha cambiato un po’ sia loro sia noi.

Il progetto è stato realizzato tra febbraio e maggio 2014 insieme alla prof. Valeria De Tommasi dell’Istituto Comprensivo Via Volsinio e al prof. Massimiliano Veneri dell’Istituto Comprensivo di Via Valmaggia a Roma.

Monica Bandella, Susanna Guerini, Gianluca Gatta – Gruppo Scuola AMM

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