Neuroscienze a scuola: intervista al Prof. Della Sala

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Neuroscienze a scuola: intervista al Prof. Della Sala

Che cosa è “buono”, che cosa è “brutto” e che cosa è “cattivo” delle neuroscienze a scuola? Agli insegnanti gli studi sulle neuroscienze possono servire? Le risposte del Prof. Della Sala, che affronterà questi temi in modo più approfondito durante la V edizione del convegno "in classe ho un bambino che..." (Firenze, 10-11 febbraio 2017).
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Immagine tratta dal sito futura.unito.it

Professore, il titolo della sua relazione al prossimo Convegno In classe ho un bambino che… (Firenze, 10-11 febbraio 2017) è “Neuroscienze a scuola: il buono, il brutto, il cattivo”. Può spiegarci brevemente che cosa è “buono”, che cosa è “brutto” e che cosa è “cattivo” delle neuroscienze a scuola?


Un’inchiesta di una decina d’anni fa della rivista Mente, Cervello e Educazione (Pickering e Howard-Jones, 2007) osservava che quasi il 90% degli insegnanti considera la conoscenza del funzionamento del cervello rilevante nella pianificazione dei programmi educativi.

Visto il crescente interesse verso la neuroeducazione, negli ultimi anni ci è stato chiesto di tenere un certo numero di conferenze al fine di condividere le nostre conoscenze con gli insegnanti.

Eravamo perplessi al pensiero che gli insegnanti potessero interessarsi ai più recenti articoli neuroscientifici.

Inevitabilmente, curiosare in questo campo piluccando qualche informazione senza approfondirla e senza i mezzi critici per interpretarla, confutarla o applicarla correttamente aveva palesato molti esempi dell’influenza che le neuroscienze hanno oggi sulla didattica, che si possono riassumere in tre categorie, che iniziammo a chiamare “il buono, il brutto e il cattivo”.

Il “buono” era quasi sempre rappresentato da validi studi cognitivi con chiare implicazioni nella pratica educativa.

Il “brutto” consisteva in interpretazioni semplicistiche di teorie cognitive che determinavano errori nella loro applicazione.

Il “cattivo” si manifestava nell’approfittare dell’entusiasmo degli insegnanti verso le neuroscienze per introdurre programmi apparentemente basati sulle neuroscienze, ma che nessun neuroscienziato che si rispetti promuoverebbe.

 

Può farci qualche esempio del "buono" delle neuroscienze a scuola?

Un buon esempio del "buono" è rappresentato da una recente ricerca pubblicata sull’autorevole rivista Science che mostra che il ripasso di mantenimento produce un apprendimento più efficace rispetto al ripasso elaborativo basato sulle mappe concettuali (Karpicke e Blunt, 2011). Questo è interessante, perché il processo di “ripetizione” ha da molto tempo un’accezione negativa in ambito educativo. È spesso identificato come parte di un approccio mnemonico, antitetico alle moderne nozioni di creatività e apprendimento basato sulla scoperta. I risultati (controintuitivi, come gli stessi autori riconoscono) mostrano che ripetere non significa solo richiamare ad alta voce la conoscenza immagazzinata nella propria mente. Il fatto stesso di ricostruire la conoscenza, corollario della ripetizione, affina l’apprendimento.

 

Perché è bene che gli insegnanti siano aggiornati su questo argomento?

Non credo che gli insegnanti debbano essere aggiornati sulle neuroscienze, semmai dovrebbero conoscere le migliori tecniche di apprendimento che derivano da studi di psicologia cognitiva. Devono però essere equipaggiati del senso critico necessario per confutare proposte educative di non provata efficacia che si fregiano del prefisso “neuro”; spesso queste vengono abbellite da terminologia pseudoscientifica.

 

Che cosa si intende per "pseudoscienza"?

La pseudoscienza assomiglia alla scienza, ne mima il linguaggio, ma non ne rispetta i metodi. Nei media si assiste a una diffusione delle pseudoscienze: ovvero alla circolazione mediatica, in campo medico, alimentare, economico, storico, di contenuti privi di qualsiasi riscontro effettivo, mimetizzati con l’equivoco travestimento del linguaggio e della terminologia scientifica.

Molta responsabilità di questa diffusione di ignoranza è purtroppo anche degli scienziati stessi, spesso in cerca di facile visibilità, e non solo di giornalisti disattenti, o di politici non avvezzi al metodo scientifico. Fare scienza significa rispettare il valore dei dati prima di emettere opinioni. È una garanzia di democrazia e di progresso.

 

Come si fa per riconscere la "pseudoscienza" e distinguerla dalla scienza?

Piace a molti discutere di come funziona la mente, di come opera il cervello. I risultati di alcuni studi dimostrarono che molte persone esposte a spiegazioni palesemente sbagliate le accettavano se accompagnate da falsi rinforzi, come riferimenti al funzionamento del cervello. Forse proprio per questa ragione, molte delle affermazioni che accompagnano pratiche di non provata efficacia sono sostenute da vaghe affermazioni pseudo-neuroscientifiche su tali programmi.

Prendete per esempio la miriade di programmi ed esercizi basati sulla falsa idea che uno dei due emisferi cerebrali, quello destro, sia l’emisfero creativo, e che questa creatività nascosta possa esser risvegliata tramite esercizi che ne stimolino le funzioni. Senza uno straccio di prova della loro efficacia, l’unico vero risultato di questi programmi o esercizi è quello di arricchire chi li propugna. La domanda che dovremmo sempre porre è “Qual è la prova che ciò che proponete funziona davvero?” e “qual è la fonte di questa prova?”.

 

Ha qualche consiglio da dare agli insegnanti?

Spesso vengono proposti programmi non sostenuti da alcun dato sperimentale di efficacia che riescono a penetrare nel mondo scolastico senza trovare resistenza critica.

Recentemente mi sono trovato a condividere un convegno indirizzato agli insegnanti con un gruppo di pedagogisti stranieri che proponevano tecniche di insegnamento basate sulle neuroscienze. Ma tutto ciò che vi era di neuroscientifico in quelle proposte erano i termini generici: lobo frontale, sistema limbico ed etichette di moda senza costrutto, come intelligenza emotiva o apprendimento visivo. Inviterei gli insegnanti a non accontentarsi di semplici slogan, per quanto attraenti e abbelliti da terminologia apparentemente neuroscientifica.

La scienza non è buonsenso, è scoprire quanto di contro-intuitivo c’è nel nostro comportamento e nell’ambiente che ci circonda. Le neuroscienze e le scienze cognitive sono materia complessa, non riconducibili a facili dicotomie o concetti semplicistici. Gli insegnanti devono imparare a difendersi dai venditori di fumo, seppur fumo “neuroscientifico”.

 

Per saperne di più...

Vai al sito del Convegno In classe ho un bambino che...

03 Gennaio 2017 Apprendimento, Didattica, Strumenti

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