La didattica innovativa del 1928

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«Adagio adagio li lasciai soli a manifestare i loro sentimenti perché in queste classi il fanciullo è parte attiva nella scuola e ha una propria personalità e giudica quindi fatti e cose secondo il suo modo di vedere e di sentire»: è il 1928 e la maestra Norma compila il registro di classe. Rileggendolo è facile comprendere che i principi che guidano i processi di insegnamento e apprendimento non sono mutati nel corso degli anni: la cosiddetta “didattica innovativa” va intesa come una riscoperta dei fondamentali principi dell'educazione e non come una rivoluzionaria modalità di intervento controcorrente.
1928

Il registro del 1928

 

Riordinando gli archivi storici dell'I.C. Adria uno, sono stati ritrovati due voluminosi registri in formato “in folio”. Sull'etichetta della copertina: Anno scolastico 1927/1928. Registri, scrutini ed esami.

I volumi contengono i processi verbali degli scrutini ed esami dell'allora scuola elementare della circoscrizione scolastica di Adria. I nomi, le date e i numeri sono di per sé già significativi per cogliere la realtà del contesto educativo del tempo, ma le pagine davvero coinvolgenti dei registri sono le “relazioni finali dell'insegnante” che ciascun maestro e maestra dell'epoca ha pazientemente trascritto sui registri con esercizi di bella calligrafia.

Le relazioni rievocano voci di docenti di un secolo fa che richiamano, però, voci e toni di docenti del nostro secolo. Alcuni entusiasti e positivi, fiduciosi nel valore dell'azione educativa, altri vinti e stanchi dal peso di trascinare alunni svogliati e demotivati che definiscono con parole dure e quasi sprezzanti: E i maschi, in queste scuole, sono elementi in tutto molto deficienti e potrei dire quasi anormali, scrive un maestro. Alcune annotazioni sono frettolose e scarne, altre, invece mostrano il piacere del docente nel raccontare e documentare il percorso educativo svolto.

È questo il caso della maestra Norma, in servizio nell'a.s. 1927/1928 presso la scuola elementare di Pezzoli, allora frazione del comune di Adria, che scrive con calligrafia minuta e ordinata: 

Incominciai a insegnare nella classe III e IV il 1° dicembre. Gli alunni iscritti erano 24: tredici di III e dodici di IV. Dovendo svolgere due programmi anziché uno fui contenta di avere così pochi allievi (sic!).

Partecipazione

La maestra Norma seguiva, quindi, una pluriclasse di 24 alunni e leggendo la relazione si scopre che i suoi metodi educativi, a differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, non erano di pura trasmissione impositiva e acritica delle conoscenze, ma miravano, invece, alla partecipazione dei piccoli alunni, alla manifestazione dei loro sentimenti e della loro personalità:

Adagio adagio li lasciai soli a manifestare i loro sentimenti perché in queste classi il fanciullo è parte attiva nella scuola e ha una propria personalità e giudica quindi fatti e cose secondo il suo modo di vedere e di sentire.

La maestra Norma, quindi, pare aver già maturato i principi di psicologia umanistica che serranno poi formalizzati da Abraham Maslow negli anni '60 del '900, ascoltando e valorizzando anche il “giudizio” il “modo di vedere e sentire” da bambini come “parte attiva” del percorso didattico.

Compiti di realtà

Una volta stabilito il clima relazionale favorevole (come Carl Rogers lo avrebbe definito nel suo lavoro Libertà nell'apprendimento del 1969) di ascolto e valorizzazione degli alunni, l'insegnamnte affida ai proprio discenti i compiti di realtà, esercitando quella pratica che, in anni futuri, si sarebbe definita la competenza di “imparare a imparare” attraverso l'esercizio del problem solving:

In IV classe svolsi il programma di geometria sempre nel modo più semplice, scrive la docente, facendo soprattutto risolvere problemi della vita quotidiana.

È interessante notare come l'insegnante considerasse questa la via più semplice, probabilmente perchè, facendo appello all'esperienza diretta e quotidiana dei piccoli, elicitava le loro competenze già acquisite in contesto informale e incoraggiava la loro autonomia anziché favorire la dipendenza, in linea con quanto sarà poi teorizzato dallo psicologo e studioso di psicopedagogia Thomas Gordon.

  

Dialetto ed espressione

Il livello di innovazione e sperimentazione di questi docenti degli anni '20 si spinge fino all'accettazione del dialetto come punto di partenza per la composizione:

E perchè la lingua doveva essere sempre la pura espressione del nostro spirito, così incominciai a insegnare a comporre partendo dal dialetto.

L'insegnante non giudicava il dialetto come una lingua da bandire e da condannare escludendo, così, dal clima educativo atteggiamenti giudicanti e coercitivi per favorire l'autonomia attraverso l'uso del linguaggio quotidiano e della spontaneità dei piccoli. Per la facilitazione dell'apprendimento il clima in classe era improntato sull'accettazione e comprensione. L'insegnante aveva infatti mutuato il proprio comportamento nel rapporto con la classe, pronta ad adeguarlo all'evolversi della situazione e favorendo l'espressione e l'esplorazione del reale.

Feci sempre svolgere il componimento mensile illustrato, che abitua lo spirito del fanciullo a un'osservazione profonda e arricchisce il suo linguaggio.

Ancora in linea con le sue scelte educative la docente scrive:

Insegnai sempre praticamente la grammatica, perchè solo in tal modo il fanciullo impara a esprimere correttamente il suo pensiero.

Molto prima di Krashen (1982) dunque i docenti di scuola primaria avevano intuito che la grammatica è qualcosa che si più acquisire dalle materiali opportunità di scambio che si creano all'interno di un'aula senza dover necessariamente operare uno studio focalizzato a partire dalle sue strutture.

Tra innovazione e tradizione

In conclusione, leggendo le relazioni finali di questi maestri di scuola elementare, quello che si percepisce è che i principi che guidano i processi di insegnamento e apprendimento non sono mutati nel corso degli anni: l'empatia, il clima relazionale rispettoso e d'ascolto, la scuola come luogo di negoziazione tra l'insegnante e il discente, la didattica per problemi e la didattica laboratoriale erano già principi fondanti della scuola di inizio secolo. Perciò la cosiddetta “didattica innovativa” va sicuramente promossa e diffusa, ma va piuttosto intesa come una riscoperta di questi fondamentali principi dell'educazione anziché come una rivoluzionaria modalità di intervento controcorrente, avulsa dalla tradizione pratica e dalla nostra storia dell'insegnamento.

Bibliografia

Maslow H. (1973), Motivazione e personalità, Armando, Roma.
Gordon T. (1991), Insegnanti efficaci, Giunti e Lisciani, Teramo.
Krashen D.S. (2003), Explorations in Language Acquisition and use, Heimemann, Portsmouth.
Lafranconi B.A. (2005), Scuola in laboratorio. Per una didattica centrata sui bisogni dell'alunno, La scuola, Brescia.
Lo Duca M.G. (2008), Esperimenti grammaticali, Carrocci, Roma.
Rogers C.R. (1973), Libertà nell'apprendimento, Giunti Barbera, Firenze.
 

Cristina Gazzieri (Dirigente Scolastica Dell'Istituto Comprensivo Adria Uno) e Martina Zuccolo (Docente): 12 Dicembre 2017 Didattica, Espressione, Relazioni

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