“Dopo otto ore sui banchi, mia figlia ha dedicato il tempo libero ad attività ricreative e sport”: il parere del Prof. Cornoldi sui compiti per casa

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“Dopo otto ore sui banchi, mia figlia ha dedicato il tempo libero ad attività ricreative e sport”: il parere del Prof. Cornoldi sui compiti per casa

La comunicazione utilizzata da una madre di Milano per giustificare il fatto che la figlia non avesse fatto i compiti per casa ha aperto un acceso dibattito sul tema dei compiti e sul rapporto scuola-famiglia. Abbiamo intervistato in merito il Professor Cornoldi, coordinatore del comitato direttivo della nostra rivista e del comitato scientifico del Convegno “In classe ho un bambino che…”. 
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Professore, la comunicazione utilizzata da una madre di Milano per giustificare il fatto che la figlia non avesse fatto i compiti per casa ha acceso un vivace dibattito. Qual è il suo punto di vista rispetto a quanto accaduto?

Nei giorni scorsi sono stato al Congresso Nazionale AIRIPA (Associazione Italiana per la Ricerca e l'Intervento nella Psicopatologia dell'Apprendimento) e devo dire che questa notizia è stata lo stimolo per grandi discussioni in merito al tema, già ampiamente dibattuto, dei compiti per casa. In tutto il mondo si sta mettendo un po’ in dubbio la loro utilità e rispetto a questo penso che si debba distinguere tra un piano ideale è un piano più concreto. Sul piano ideale affidare piccoli compiti, non solo scolastici, è sicuramente educativo, perché in questo modo il bambino è stimolato ad assumersi delle responsabilità e portarle avanti da solo. Sul piano pratico, però, i compiti per casa non funzionano, o meglio, non funziona il modo in cui vengono assegnati questi compiti. Sono del parere che o li facciamo funzionare o li aboliamo.


Che cosa proporrebbe per farli funzionare?

Perché i compiti per casa siano utili gli insegnanti devono porsi le seguenti tre domande:

  • dato che non sono l’unico insegnante che hanno i miei studenti, quanto tempo impegnerà il compito che sto assegnando? I bambini hanno il tempo per svolgerlo?
  • Il bambino è in grado di farlo da solo?
  • Gli ho spiegato come farlo, l’ho avviato a scuola a fare questo compito in modo tale che non risulti una cosa nuova ed estemporanea?

Se queste tre condizioni sono garantite, allora l’insegnante assegnerà un compito per casa di durata molto limitata, lo personalizzerà in modo che ciascun bambino possa effettivamente svolgerlo da solo, glielo farà cominciare a scuola affinché il bambino sappia di che cosa si tratta. In questo modo il compito avrà davvero la funzione di aiutare il bambino ad assumersi responsabilità e fare pratica.


Rispetto alla relazione genitori-insegnanti, che ne pensa della modalità utilizzata per comunicare la giustificazione della figlia utilizzata dalla madre di Milano?

In questo caso è evidente che la madre ha usato questa modalità come provocazione, per spingere le persone a interrogarsi sul tema. In generale, se questa però diventa una prassi credo sia molto pericolosa, poiché significa contrapporsi alla scuola, delegittimarla, creare le condizioni per cui il bambino è giustificato a fare quello che vuole e non impegnarsi. Se veramente il genitore si schiera con il bambino contro la scuola si creano le condizioni per una mancata collaborazione.


Per saperne di più…

Leggi la notizia dal quotidiano La Repubblica

Vai al sito del Convegno “In classe ho un bambino che…”

Cesare Cornoldi: 13 Ottobre 2016 Benessere, Casi, Relazioni

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