Le parole dell’in-segnare

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Quanto peso hanno le parole degli insegnanti? La burocrazia, il tempo che non basta mai, difficoltà contestuali di tutti i tipi, il dilagare mediatico rischiano di allontanare le parole degli insegnanti dal loro compito: in-segnare, imprimere segni, formare, orientare.
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Immagine tratta dal sito imparareliberamente.blogspot.it

 

“Una parola muore / appena detta, / dice qualcuno.
Io dico che solo / quel giorno / comincia a vivere.”
 

Prendendo spunto dai versi in epigrafe di Emily Dickinson ci sarebbe da chiedersi quanto peso hanno le parole degli insegnanti e, in generale, se si tratta di parole più o meno vive.
Da quello che sembra a scuola, e non solo, a volte la parola tende a perdere vitalità.
Abusata, calpestata, banalizzata, spenta dall’uso dilagante dei social media, la parola si fa sempre più mediata e inerte. Priva di ritmo vitale, si allontana dal rapporto con l’esperienza da cui è nata perdendo la capacità di lasciare segni generativi, di fondare nuovi orizzonti di senso nello scambio comunicativo.

Parole senza valore

Stando all’etimo della parola “insegnare”, gli insegnanti avrebbero il compito di imprimere segni, formare, orientare. Che cosa accade di fatto?
Il più delle volte le loro parole arrivano agli allievi senza valore, consumate, oggetti privi di passione che lasciano memorie transitorie. Tant’è che spesso gli studenti le riusano in modo sommario per ripetere lezioni inconsistenti, utili solo per fare media (appunto). O le subiscono come marchi impietosi (“il tuo compito è insufficiente”; “siete maleducati!”) sperando proprio di dimenticarle.

Che cosa spegne le parole?

Quando si comunica, a scuola, ma non solo, s’intende, è facile usare categorie generiche. Quello che spegne le parole è proprio il loro essere luogo di astrazione, il loro stare fuori dal contesto, il loro dire di qualcuno, di qualcosa, non dire qualcosa a qualcuno. Per esempio dire: “Mi è piaciuto come hai usato la fantasia nel tuo tema, Mario. Le tue osservazioni, Anna, mi hanno fatto riflettere. L’esposizione così precisa dei fatti, Claudia mi ha molto colpito…”, è diverso dal dire generico in classe: “Siete stati bravi”. Nel primo caso, infatti, si parla direttamente alle singole persone il cui lavoro ha suscitato uno specifico effetto, ha lasciato un segno. Restituire agli allievi questi effetti, questi segni, è un modo per dare valore a ciò che fanno, per aprire un dialogo con loro.

La parola viva

Una parola viva quindi è specifica, non parla a tutti ma dice a ognuno in modo differente, traccia ponti relazionali con il mondo, scambia punti di vista.
Per trovarla bisogna accorgersi delle differenze di ognuno e, prima di tutto, delle proprie singolarità.
Generare parole vitali vuol dire quindi per gli insegnanti interrogarsi su quale valore abbia per sé quello che si dice, che magari non è condivisibile da tutti. Vuol dire chiedere agli allievi che esperienza è per loro ciò che si insegna perché possano farlo proprio: che segni lascia, che effetto fa, a cosa rimanda, che immagini evoca…

Parole relazionali

In definitiva, vuol dire creare relazioni, non astrazioni, luoghi di cooperazione e di scambio dove ognuno possa alimentare il proprio mondo e quello altrui.
Non è facile.
La burocrazia, il tempo che non basta mai, difficoltà contestuali di tutti i tipi, il dilagare mediatico, ostacolano il compito.
Non bisogna dimenticare mai però che questo impegno restituisce senso e valore a ciò che si fa. Anche solo per questo, e lo sa bene chi nonostante tutte le difficoltà non rinuncia alla vitalità del dire a scuola, ne vale sicuramente la pena.
 

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