“Esprimere” o “agire” la propria irritazione in classe?

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“Esprimere” o “agire” la propria irritazione in classe?

Come affrontare le provocazioni degli allievi trovando risposte funzionali allo scambio relazionale con loro? Proviamo a rispondere attraverso il racconto dell’esperienza di un’insegnante.
relazione

Immagine tratta dal sito www.psicologiainsieme.it

 

Tempo fa un allievo di quarta primaria, che sin dalla classe prima metteva in atto comportamenti provocatori in aula, ha preso di mira la maestra di turno: poco prima del suono della campanella le ha fatto notare, urlando, una grossa macchia di unto nei pantaloni. L’insegnante, che di solito riesce a contenere la propria irritazione nei confronti del bambino, questa volta, forse perché punta sul vivo o spazientita da altro, ha perso il controllo, lo ha guardato scuotendo la testa con disapprovazione, gli ha detto che “aveva proprio perso la pazienza”, ed è uscita bruscamente dall’aula.

Con la sua reazione ha sorpreso prima di tutto se stessa: non avrebbe mai immaginato di poter perdere il controllo per una ragione così futile e si è interrogata a lungo su come avrebbe potuto e dovuto gestire diversamente la situazione.

Lo scambio comunicativo

La mattina dopo, rientrata nell’aula ancora deserta, ha trovato sulla cattedra un bigliettino del bambino indirizzato a lei. L’allievo scriveva, più o meno, che non era sua intenzione offenderla, che le aveva indicato la macchia perché pensava fosse utile per lei venirne a conoscenza, perché potesse lavarla ed evitare così di fare una brutta figura nei confronti degli altri insegnanti e del preside. Inoltre, diceva che c’era rimasto molto male per essere stato trattato così da lei, perché le voleva bene.

L’insegnante, entusiasta del canale comunicativo che si era improvvisamente aperto, ha scritto a sua volta al bambino un bigliettino, che gli ha lasciato sul banco, dove gli diceva che le dispiaceva di aver reagito così male in quell’occasione e che probabilmente era molto stanca dopo una giornata di duro lavoro. Aggiungeva che la sua reazione era anche dovuta al fatto che aveva immaginato che lui volesse provocarla e se di solito riusciva a mantenere la calma, questa volta aveva perso il controllo e si scusava per questo. Inoltre ammetteva che, nonostante lui si comportasse in modo provocatorio con lei, lo trovava simpatico e anche lei gli voleva bene.

Grazie a questo scambio è nata tra i due un’intesa che dura ancora nel tempo.

L’utilità di esprimere

I docenti sono continuamente esposti a situazioni come quella illustrata e il più delle volte non sono attrezzati a trovare risposte funzionali allo scambio relazionale con gli allievi: questo alla lunga inquina il piacere di insegnare.

Vorrei sottolineare quindi che quello che ha consentito il buon esito della vicenda è “come” l’insegnante ha risposto al bambino.

Nonostante abbia espresso bruscamente la propria irritazione, tanto d’aver temuto di aver peggiorato il rapporto con lui, la maestra non ha “invaso” lo spazio identitario del bambino. Non lo ha classificato, né condannato, non ha espresso un giudizio su di lui. Non gli ha detto, per esempio, “sei maleducato” o qualcosa del genere, ma ha parlato di sé dichiarando apertamente quello che le accadeva, cioè che aveva perso la pazienza.

“Esprimere” e “agire”

Può sembrare una differenza di poco conto, ma l’impatto comunicativo del parlare di sé è radicalmente differente dal giudicare l'altro. Esprimere quello che si prova nei confronti dell’altro parlando di sé (per esempio “io sono esasperata perché non fai i compiti”) agevola la comunicazione. “Invadere” lo spazio dell’altro con un’azione fisica o con un giudizio (“sei un provocatore”, “sei un asino”, “sei maleducato”) è spesso disfunzionale. Per fare un altro esempio, se una madre, irritata dai capricci del figlio, gli dice che lei è stanca e non ne può più, esprime quello che prova. Se dice che lui è capriccioso, è insopportabile ecc., invade lo spazio identitario del bambino in una classificazione dalla quale, per inciso, il bambino può far fatica a uscire, con conseguenze relazionali anche per la madre, che si trova ad aver a che fare con un bambino capriccioso, non con un bambino che fa i capricci e quindi può scegliere di non farli.

D’altra parte, esprimere le proprie emozioni, parlando di sé, comunicare il proprio disappunto, la propria rabbia, piuttosto che “agirla” invadendo lo spazio dell’altro, non è innocuo. Incide di sicuro sull’interlocutore, suscita in lui un effetto, ma si tratta di un effetto che crea un terreno di scambio generativo per la relazione.

L’importanza di lasciare spazio alla risposta dell’interlocutore

Il modo con cui si è espressa l’insegnante, insomma, per quanto brusco, ha lasciato spazio alla risposta del bambino che ha potuto manifestare il proprio dispiacere per l’accaduto, chiarire le proprie intenzioni e la propria tensione affettiva nei confronti della maestra (le sue continue provocazioni erano un disperato tentativo di attirare l’attenzione su di sé per farsi voler bene?) e, in definitiva, ha aiutato entrambi a dare forma a un modo nuovo di stare in relazione.
 

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